martedì 7 agosto 2012

"Sulla maniera e la utilità delle traduzioni"



Oggi parliamo di un problema di attualità che era di attualità anche nel 1816 e che si avvicina al duecentesimo compleanno : perché gli italiani non traducono? Perché si crogiolano nelle schifezzuole presenti - passate - future che riescono a produrre con le loro testoline, al massimo traducono le schifezzuole altrui e si autoescludono dalla letteratura mondiale, dai capolavori non solo dell'Europa, ma anche dell'America e, soprattutto, dell'Asia? 


A porre queste domande ci ha già pensato nel saggio di Madame de Staël Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni, tradotto in italiano e pubblicato sul primo numero della Biblioteca Italiana da Pietro Giordani, saggio che riporto perché, a distanza di duecento anni, la situazione non è cambiata :

Trasportare da una ad altra favella le opere eccellenti dell’umano ingegno è il maggior benefizio che far si possa alle lettere; perché sono sì poche le opere perfette, e la invenzione in qualunque genere è tanto rara, che se ciascuna delle nazioni moderne volesse appagarsi delle ricchezze sue proprie, sarebbe ognor povera: e il commercio de’ pensieri è quello che ha più sicuro profitto.
I dotti e anche i poeti, in quella età che gli studj risorsero, pensarono a scriver tutti in una medesima lingua, cioè latino, perché non volevano che ad essere intesi lor bisognasse di venire tradotti. Il che poteva giovare alle scienze, le quali non cercano le grazie dello stile per esprimere i loro concetti. Ma da ciò accadde che il più degl’Italiani ignorasse quanta dovizia di scienze abbondasse nel paese loro, perché il maggior numero di quelli che potevano leggere non sapeva latino. E d’altra parte, per adoperare questa lingua nelle scienze e nella filosofia bisogna creare vocaboli che ne’ Romani scrittori ci mancano. Laonde i dotti d’Italia venivano ad usare una lingua che era morta, e non antica. I poeti non uscivano dalle parole né dalle dizioni de’ classici: e l’Italia, udendo tuttavia sulle rive del Tevere e dell’Arno e del Sebeto e dell’Adige la favella de’ Romani, ebbe scrittori che furono stimati vicini allo stile di Virgilio e di Orazio, come il Fracastoro, il Poliziano, il Sannazaro: dei quali però se non è oggidì spenta la fama, giacciono abbandonate le opere, che dai soli molto eruditi si leggono: tanto è scarsa e breve la gloria fondata sulla imitazione. E questi poeti di rinnovata latinità furono rifatti Italiani dai lor concittadini: perocchè è opera di natura che la favella, che è compagna e parte continua di nostra vita, sia anteposta a quella che da’ libri s’impara, e si trova solamente ne’ libri.
So bene che il miglior mezzo per non abbisognare di traduzioni sarebbe il conoscere tutte le lingue nelle quali scrissero i grandi poeti, greca, latina, italiana, francese, spagnuola, inglese, tedesca. Ma quanta fatica, quanto tempo, quanti aiuti domanda un tale studio! Chi può sperare che tanto sapere divenga universale? e già all’universale dee por cura chi vuol far bene agli uomini. Dirò di più: se alcuno intenda compiutamente le favelle straniere, e ciò non ostante prenda a leggere nella propria lingua una buona traduzione, sentirà un piacere per così dire più domestico ed intimo provenirgli da que’ nuovi colori, da que’ modi insoliti, che lo stil nazionale acquista appropriandosi quelle forestiere bellezze. Quando i letterati d’un paese si vedono cader tutti e sovente nella repetizione delle imagini, degli stessi concetti, de’ modi medesimi; segno è manifesto che le fantasie impoveriscono, le lettere isteriliscono: a rifornirle non ci è migliore compenso che tradurre da poeti d’altre nazioni.
Nella quale opera, acciocch’ella sia profittevole, guardiamoci dall’usanza francese di tramutar sì le cose altrui che della origine loro niente si ravvisi. Colui che mutava in oro ogni cosa che toccasse, non trovò più cosa che lo nutrisse. Né da quella perversa maniera di traduzioni caverebbe alimento il pensiero: né apparirebbe novità nelle cose pur di lontano cercate, poiché si vedrebbe ognora la stessa faccia, con poca varietà di ornamenti. Ma questo error de’ Francesi ha molte scuse: l’arte dei versi appo loro è piena di malagevolezze; rarità di rime; non diversità di metri; difficoltà d’inversioni: il povero poeta è chiuso in giro sì angusto, che di necessità egli dee ricadere se non sopra gli stessi pensieri, almeno sopra gli stessi emistichj somiglianti; e la struttura de’ versi prende naturalmente una monotonia noiosa; dalla quale può bene talora liberarsi l’ingegno quando più s’alza ne’ suoi voli, ma non quando cammina per così dire sul piano, e passa d’uno in altro argomento, e spiega il suo concetto, e raccoglie le sue forze, e prepara i suoi colpi.
Sono perciò rare tra’ Francesi le buone traduzioni poetiche; eccetto le Georgiche volgarizzate dall’abate De-Lille. I nostri traduttori imitan bene; tramutano in francese ciò che altronde pigliano, cosicché nol sapresti discernere: ma non trovo opera di poesia che faccia riconoscere la sua origine, e serbi le sue sembianze forestiere: credo anzi che tale opera non possa mai farsi. E se degnamente ammiriamo la georgica de l’abate De-Lille, n’è cagione quella maggior somiglianza che la nostra lingua tiene con la romana onde nacque, di cui mantiene la maestà e la pompa. Ma le moderne lingue sono tanto disformi dalla francese, che se questa volesse conformarsi a quelle, ne perderebbe ogni decoro.
Gl’Inglesi, tanto più liberi di noi e nel comporre i versi e nel rivoltare le frasi, avrebbero potuto arricchirsi di traduzioni fatte con esattezza e naturalezza; se non che i primi autori di quella nazione ricusarono tale fatica: e il Pope (che è pur l’unico) ha cavato due bei poemi dall’Iliade e dalla Odissea; ma non ritenne punto di quell’antica semplicità, nella quale sentiamo l’efficacia e l’arcana potenza dello stile d’Omero.
        E per verità non è verisimile che per tremila anni l’ingegno d’Omero sia rimasto superiore a tutti gli altri poeti. Ma nelle traduzioni, ne’ costumi, nelle opinioni, in tutte le sembianze di quel tempo omerico, ci è qualche cosa di primitivo che insaziabilmente diletta: ci è un principio del genere umano, una gioventù de’ secoli, che leggendo Omero ripete ai nostri animi quell’affezione di che ognora ci commove il rimembrare della nostra fanciullezza: e questo interno commovimento, che si mescola colle imagini dell’aureo secolo, fa che il più antico de’ poeti sia da noi anteposto a tutti gli altri poeti. Che se alla composizione omerica togli quella semplicità di un mondo che incomincia, ella non è più singolare, e diviene comune.
In Germania si è voluto da molti eruditi che le opere d’Omero non fossero composte da un solo; e che l’Iliade e l’Odissea fossero una raccolta di canti diversi, coi quali si celebrava in Grecia il conquisto di Troia, e ’l ritorno de’ vincitori. A me pare che questa opinione si possa facilmente contraddire; e che l’unità di concetto della Iliade non conceda il credere quella diversità e di scrittori e di tempi. Perché proporre unicamente di cantare lo sdegno di Achille? I fatti seguenti, e sopra tutto la presa di Troia ond’ebbe fine la guerra, doveano naturalmente esser subietto a quelle rapsodie che si dicono da diversi autori composte, e doveano divenir parte di quel poema che s’intitola da Troia. Ora lo eleggere fra tanti casi uno solo, cioè la collera di Achille, e intorno a quello ordinare tanti accidenti che un poema comprende, è disegno che una sola mente può immaginare e colorire. Nè io perciò voglio qui disputare d’una sentenza, che a mantenerla o a combatterla vorrebbe una erudizione spaventevole: dico solamente che della principale grandezza di Omero dee tenersi partecipe il suo secolo; poiché fu pur creduto che molti poeti di quella età avessero contribuito alla Iliade. E ciò si aggiunga agli altri argomenti che c’inducono a credere che quel poema è come uno specchio, nel quale si rappresenta il genere umano già pervenuto a un certo segno di civiltà; e quell’opera è suggellata più dal carattere comune del secolo, che dal proprio dell’autore.
Non bastò ai Tedeschi d’investigare dottamente l’esistenza di Omero: vollero che divenisse loro cittadino. E la traduzione del Vossè riputata somigliar l’originale più di qualunque siasi fatta in altro linguaggio; perché egli adoperò il ritmo degli antichi: e affermano che il suo esametro tedesco seguita di parola in parola l’esametro greco. Io credo che tale traduzione sia efficacissima a farci precisamente conoscere il poema antico; ma dubito che abbia potuto travasarsi nella lingua tedesca tutto intero quel poetico, che le regole non insegnano, e gli studj non imparano. Rimarranno le quantità sillabiche; ma l’armonia de’ suoni come può essere la medesima? La poesia tedesca perde il suo naturale suono, premendo di passo in passo le orme del greco; né per tanto può intonare quel verso musicale che si cantava sulla lira.
Tra tutte le moderne lingue l’italiana è la più acconcia per imprimere tutti i sentimenti e gli affetti dell’Omero greco. Ella veramente non ha lo stesso ritmo: né l’esametro può capire nelle lingue che oggidì si parlano; poiché le sillabe lunghe e le brevi non hanno punto di quella misura che appo gli antichi le notava. Nondimeno dalle parole italiane risulta un’armonia alla quale non bisognano spondei né dattili; e la costruzione grammaticale di quella lingua è capace di una perfetta imitazione de’ concetti greci. Ne’ versi sciolti il pensiere, nulla impedito dalla rima, scorre liberamente come nella prosa, serbando tuttavia la grazia e la misura poetica.
L’Europa certamente non ha una traduzione omerica, di bellezza e di efficacia tanto prossima all’originale, come quella del Monti: nella quale è pompa ed insieme semplicità; le usanze più ordinarie della vita, le vesti, i conviti acquistano dignità dal naturale decoro delle frasi: un dipinger vero, uno stile facile ci addomestica a tutto ciò che ne’ fatti e negli uomini d’Omero è grande ed eroico. Niuno vorrà in Italia per lo innanzi tradurre la Iliade; poiché Omero  non si potrà spogliare dell’abbigliamento onde il Monti lo rivestì: e a me pare che anche negli altri paesi europei chiunque non può sollevarsi alla lettura d’Omero originale, debba nella traduzione italiana prenderne il meglio possibile di conoscenza e di piacere. Non si traduce un poeta come col compasso si misurano e si riportano le dimensioni d’un edificio; ma a quel modo che una bella musica si ripete sopra un diverso istrumento: né importa che tu ci dia nel ritratto gli stessi lineamenti ad uno ad uno, purché vi sia nel tutto una eguale bellezza.
Dovrebbero a mio avviso gl’Italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini, i quali per lo più stanno contenti all’antica mitologia: né pensano che quelle favole sono da un pezzo anticate, anzi il resto d’Europa le ha già abbandonate e dimentiche. Perciò gl’intelletti della bella Italia, se amano di non giacere oziosi, rivolgano spesso l’attenzione al di là dall’Alpi, non dico per vestire le fogge straniere, ma per conoscerle; non per diventare imitatori, ma per uscire di quelle usanze viete, le quali durano nella letteratura come nelle compagnie i complimenti, a pregiudizio della naturale schiettezza. Che se le lettere si arricchiscono colle traduzioni de’ poemi; traducendo i drammi si conseguirebbe una molto maggiore utilità; poiché il teatro è come il magistrato della letteratura. Shakspeare tradotto con vivissima rassomiglianza dallo Schlegel, fu rappresentato ne’ teatri di Germania, come se Shakspeare e Schiller fossero divenuti concittadini. E facilmente in Italia si avrebbe un eguale effetto: nè parmi a dubitare che sul bel teatro milanese non fosse gradita l’Atalía, se i cori fossero accompagnati dalla stupenda musica italiana. Mi si dirà che in Italia vanno le genti al teatro, non per ascoltare, ma per unirsi ne’ palchetti gli amici più famigliari e cianciare. E  conchiuderò che lo stare ogni dì cinque ore ascoltando quelle che si chiamano parole dell’opera italiana, dee necessariamente fare ottuso, per mancanza di esercizio, l’intelletto d’una nazione. Ma quando Casti componeva i suoi drammi comici, e quando Metastasio adattava così bene alla musica que’ suoi concetti nobilissimi e graziosissimi, non era minore il divertimento, e molto profitto ne faceva l’intelletto. In questa continua ed universale frivolezza di tutte le pubbliche e private radunanze, dove ognuno cerca l’altrui compagnia per fuggire sé stesso e liberarsi da un grave peso di noia, se voi poteste per mezzo a’ piaceri mescere qualche util vero, e qualche buon concetto, porreste nelle menti un poco di serio e di pensoso, che le disporrebbe a divenire buone per qualche cosa.
Havvi oggidì nella Letteratura italiana una classe di eruditi che vanno continuamente razzolando le antiche ceneri, per trovarvi forse qualche granello d’oro: ed un’altra di scrittori senz’altro capitale che molta fiducia nella lor lingua armoniosa, donde raccozzano suoni vôti d’ogni pensiero, esclamazioni, declamazioni, invocazioni, che stordiscono gli orecchi, e trovan sordi i cuori altrui, perché non esalarono dal cuore dello scrittore. Non sarà egli dunque possibile che una emulazione operosa, un vivo desiderio d’esser applaudito ne’ teatri, conduca gl’ingegni italiani a quella meditazione che fa essere inventori, e a quella verità di concetti e di frasi nello stile, senza cui non ci è buona letteratura, e neppure alcuno elemento di essa?
Piace comunemente il dramma in Italia: e degno è che piaccia sempre più, divenendo più
perfetto e utile alla pubblica educazione: e nondimeno si dee desiderare che non impedisca il ritorno di quella frizzante giocondità onde per l’addietro era sì lieto. Tutte le cose buone devono essere tra sé amiche.
Gl’Italiani hanno nelle belle arti un gusto semplice e nobile. Ora la parola è pur una delle arti belle, e dovrebbe avere le qualità medesime che le altre hanno: giacché l’arte della parola è più intrinseca all’essenza dell’uomo; il quale può rimanersi piuttosto privo di pitture e di sculture e di monumenti, che di quelle imagini e di quegli affetti ai quali e le pitture e i monumenti si consacrano. Gl’Italiani ammirano e amano straordinariamente la loro lingua, che fu nobilitata da scrittori sommi: oltreché la nazione italiana non ebbe per lo più altra gloria, o altri piaceri, o altre consolazioni se non quelle che dava l’ingegno. Affinché l’individuo disposto da natura all’esercizio dell’intelletto senta in sé stesso una cagione di mettere in atto la sua naturale facoltà bisogna che le nazioni abbiano un interesse che le muova. Alcune l’hanno nella guerra, altre nella politica: gl’Italiani deono acquistar pregio dalle lettere e dalle arti; senza che giacerebbero in sonno oscuro, d’onde neppur il sole potrebbe svegliarli.


 Cara Madame, dopo 200 anni il suo articolo potrebbe essere ripubblicato soltanto con cambiamenti minimi... Intanto io, al di là dell'interessante querelle culturale, alla luce dei miei ultimi acquisti Amazon in inglese-francese-tedesco-spagnolo, tiro acqua al mio mulino : Italiani, TRADUCETE!!! 

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