venerdì 31 maggio 2013

Bella ciao

«Quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre…»



Oggi l’Italia saluta Franca Rame, una donna eccezionale e anticonformista, donna «di lotta e di teatro», una figura unica non solo nel panorama teatrale e culturale, ma anche nell'impegno politico e civile, un’attrice e una femminista straordinaria, simbolo dell’emancipazione femminile e della battaglia per i diritti della donne, ma anche una moglie innamorata e una madre affettuosa, un esempio di dignità, di coraggio e di fierezza, che ha saputo sublimare la lotta per gli ideali in cui credeva e le prove e le umiliazioni più tragiche in una vita dedicata alla passione, al teatro, all'amore e all'arte, un’intellettuale di tutto rispetto, ma anche una donna elegante, vistosa e affascinante. Il suo personaggio, la sua figura di attrice e di attivista politica, ha in parte segnato il panorama culturale e politico del dopoguerra italiano e, purtroppo, anche la cronaca, a causa del prezzo drammatico e altissimo pagato da una donna bellissima, intelligente e coraggiosa come lei per il suo impegno e la sua notorietà. 

Milano e l’Italia in questi giorni le hanno reso omaggio al Piccolo Teatro, proprio dove iniziò il suo cammino artistico con Dario Fo, davanti al quale sono state affisse le locandine dei loro spettacoli andati in scena allo Strehler, dove oggi si è tenuta una cerimonia laica alla quale hanno preso parte centinaia e centinaia di persone, personalità della politica e della cultura, rappresentanti del mondo dello spettacolo ma anche gente comune, soprattutto donne. Franca aveva scritto che al suo funerale avrebbe voluto tante donne vestite di rosso e Bella ciao come musica e il suo desiderio è stato accontentato in una cerimonia commovente e toccante. Dario Fo, il figlio Jacopo e la nipote hanno ricevuto le condoglianze con una sciarpa rossa, come era rosso lo scialle posto sulla bara, e hanno ricordata Franca con discorsi che rendevano giustizia alla sua vita eccezionale. Così l’ha salutata il marito : «C'è una regola antica nel teatro: quando è concluso non c'è bisogno che tu dica altra parola, saluta e pensa che quella gente se tu l'hai accontentata nei sentimenti e nel pensiero ti sarà riconoscente: ciao». Il figlio Jacopo invece ha detto parole molto vere, che riassumono la vita di sua madre dando una lezione a chi ha fomentato le polemiche dei giorni scorsi : « Mia madre mi diceva: Dio c'è, ed è comunista ed è anche femmina. Questo mondo lo cambieremo […] Qualcuno ha parlato della bellezza di mia madre. Mia madre rompeva i coglioni, ed era intollerabile per qualcuno che una donna bella dicesse no». Dolci, nei giorni scorsi, sono state anche le parole di Dario Fo all’osservazione che di donne come Franca ce ne vorrebbero tante : «A me ne basterebbe una». «Non è vero che essere in tanti a soffrire è un conforto» ha aggiunto.

Nata a Parabiago nel 1929, Franca Rame comincia la sua carriera teatrale partecipando da neonata agli spettacoli teatrali delle famiglia, una dinastia di attori itineranti. È Franca stessa a parlarci della sua vita su Il fatto quotidiano : «Sono nata in una famiglia con antiche tradizioni teatrali, maggiormente legate al teatro dei burattini e delle marionette. Ho debuttato nel mondo dello spettacolo appena nata e nel 1950, assieme ad una delle sorelle, ho lavorato nella rivista con Marcello Marchesi. Nel 1954 ho sposato Dario Fo, con cui quattro anni dopo, ho fondato la Compagnia Dario Fo-Franca Rame. Nel 1968, sempre al fianco di Dario, ho abbracciato l’utopia sessantottina fondando il collettivo ‘Nuova scena’ dal quale, dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso, mi sono separata per divergenze politico-ideologiche insieme a Dario: ciò porterà alla nascita di un altro gruppo di lavoro, detto ‘La comune’, con cui ho interpretato spettacoli di satira e di controinformazione politica anche molto feroci. Sempre con Dario ho sostenuto l’organizzazione ‘Soccorso rosso militante’. A partire dalla fine degli anni ’70, ho partecipato al movimento femminista e ho iniziato a interpretare testi di mia composizione. Nel 1971 ho sottoscritto l’appello pubblicato sul settimanale L’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi. Nel marzo del 1973, sono stata rapita da esponenti dell’estrema destra e ho subito ogni tipo di violenza. Il reato contestato ai miei aguzzini è andato in prescrizione».
 Emergono le tappe principali della sua esistenza, a cominciare dall’incontro e dal matrimonio con Dario Fo, unione non solo privata, ma anche artistica, politica e intellettuale che li ha resi protagonisti di molte pagine della storia italiana. Insieme, infatti, si impegnano nel clima politico del ’68 e fondarono il collettivo Nuova Scena e poi, con una scelta ancora più radicale, La Comune, dando un’impronta innovativa al panorama culturale italiano con i loro spettacoli di satira e di controinformazione, come Morte accidentale di un anarchico, acclamati dalla critica e dal pubblico intellettuale ma oggetto di critiche e polemiche. Attraverso il contatto con il movimento femminista, nel quale Franca Rame milita a partire dagli anni ’70, si emancipa inoltre dalla personalità del marito e comincia a scrivere e rappresentare da sola i suoi testi, incentrati soprattutto sul ruolo della donna, come Parliamo di donne, L'eroina e La donna grassa. Con il marito comunque non smise di prendere parte a polemiche e battaglie civili, sostenendo l'organizzazione Soccorso Rosso Militante nelle carceri ed esponendosi sul caso Pinelli sottoscrivendo la lettera aperta a L'Espresso. E questo impegno lo pagò carissimo. Il 9 marzo del 1973 fu sequestrata da cinque neofascisti, fatta salire a forza su un camioncino e violentata e seviziata per ore. Questo spregevole atto di vendetta, farla pagare alla compagna di Dario Fo, fu stato pianificato negli ambienti di estrema destra, ispirato ed eseguito, secondo la testimonianza di alcuni neofascisti, da alcuni ufficiali dei carabinieri e derivante da «una volontà molto superiore», tanto che l’allora presidente della Repubblica, Scalfaro, presentò pubbliche scuse.
Nessuno dei colpevoli è stato condannato, perché il reato, immediatamente e coraggiosamente denunciato, attraverso indagini sempre sviate e ritardate, è caduto in prescrizione. «Evidentemente», spiegò Franca Rame in seguito «cercavano di convincermi a non fare più della mia professione, il teatro, uno scenario per parlare di politica». Ma questo tentativo crudele fallì, perché già due anni dopo Franca Rame fu in grado di affrontare ed esorcizzare il dolore di quella terribile esperienza scrivendo e recitando il monologo Lo stupro, nel quale ha avuto il coraggio di mettere in scena se stessa e la sua umiliazione, anche se rivelò solo nell’87 che era il racconto, crudo e realistico, della sua tragedia personale.  Il suo scopo era difendere le donne che avevano subito la sua stessa violenza e denunciare il loro dramma : come vediamo, nonostante il tentativo intimidatorio, non riuscirono a farla desistere dal suo impegno artistico, civile e umano. Dalla sua tragedia personale passò a rappresentare la tragedia di tutte le donne, raccontando non solo il dramma della violenza in sé, ma anche le umiliazioni che le donne sono costrette a subire perfino nel momento della denuncia.  Nel suo sito non mancava mai di intervenire a proposito degli stupri balzati agli onori della cronaca perché, scriveva, «solo un secolo fa lo stupro veniva quasi censurato e la pena giudiziaria per chi faceva violenza alle femmine era quasi aleatoria». Franca Rame fu infatti la prima a parlare in teatro di argomenti spinosi e complessi come la percezione in bilico fra sacro e profano della donne, della parità fra sessi e della sessualità femminile. È proprio per questo che lei, attraverso la sua maschera di attrice, ha messo in scena il suo dramma, ritenendo che il teatro, attraverso la visione scenica, dovesse mettere in scena anche realtà scabrose e dolorose.
 Questa è sempre stata la concezione del teatro sua e di Dario Fo, che consideravano la scena teatrale, con tutti i suoi risvolti di partecipazione emotiva e collettiva, come mezzo comunicativo e luogo privilegiato per esercitare un impegno pubblico e personale, come strumento di lotta e di denuncia e come espressione viva e in continua evoluzione delle loro idee. Il loro modo di fare teatro era proprio questo : creare un canale di comunicazione fra il palcoscenico e la realtà, da un mettendo in scena apertamente il reale in tutti i suoi orrori, e dall'altro creando magia e poesia nel mondo. Il suo, come ha commentato Dacia Maraini, era un teatro «comico ma allo stesso tempo critico nei confronti della società».
Lei e Dario Fo sono rimasti insieme per quasi sessant'anni  un amore durato tutta la vita, una relazione lunghissima, con lati e bassi, un matrimonio che nel momento peggiore è stato salvato e rifondato dal loro sodalizio artistico e ricapitolata da Franca sul suo blog nella Lettera d'amore a Dario, il difficile rapporto con un premio Nobel marito e compagno di vita e di arte del quale Franca una volta ha detto con affetto «Dario è un po’ palloso, ma io gli voglio bene!». Contrariamente all'opinione comune, Franca Rame non è stata solo la musa ispiratrice e la fedele collaboratrice e compagna di Dario Fo, ma ha sempre rivendicato la sua autonomia artistica e creativa che, nel 1999, ha portato anche lei  ricevere la laurea honoris causa da parte dell'Università di Wolverhampton.

Delle sue opere più recenti non si può non menzionare Tutta casa, letto e chiesa, una serie di monologhi in cui mette in scena figure di donna diverse, complesse e originali, contemporanee, come la “mamma fricchettona”, o tratte dal immaginario mitologico collettivo, come la sua straordinaria Medea. Inoltre ha pubblicato un’autobiografia, Una vita all'improvviso, scritta con Dario Fo, e loro due insieme, nel 2011 – 2012, avevano riportato sulla scena la loro opera più conosciuta, Mistero buffo.


Il suo impegno politico la portò nel 2006 a candidarsi al Senato nell’Idv, a causa dei toni di critica più radicali di questo partito. Fu eletta senatrice e fu proposta come presidente della Repubblica ma dopo due anni diede le dimissioni affermando di capire e di rispettare il Parlamento ma di non condividerne gli orientamenti governativi di un’istituzione che urtava la sua onestà e la sua concretezza. Il suo ultimo gesto politico risale al 16 gennaio scorso, quando ne Il fatto quotidiano chiese ai dirigenti del PD di dichiarare ineleggibili gli impresentabili, gli indagati e i portatori di conflitti di interesse. Inoltre per tutta la vita si è dedicata a sensibilizzare l’opinione pubblica verso i reati contro le donne, argomento quanto mai di attualità in un periodo come il nostro, in cui il femminicidio è ormai diventato una tragedia sempre presente.


Come donna a come personaggio pubblico, insieme al marito ha rappresentato un’epoca unica, simbolo di una generazione che ora non esiste più, quella generazione cresciuta fra lotte politiche e proteste, gli anni duri della contestazione, della militanza attiva sempre in prima linea, nella consapevolezza di poter tramutare i propri ideali e il proprio impegno personale in un impegno collettivo e concreto e di poter considerare la politica come un modo di realizzare se stessi. La sua vita è stata un’ avventura straordinaria, umana e artistica, una sfida continua, e la  sua integrità, la sua forza, il suo coraggio e la sua coerenza devono restare un esempio per ogni donna.

martedì 28 maggio 2013

Pianoterra - Erri De Luca

«Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine»


Tutti sanno che non leggo romanzi italiani. Lo faccio solo quando ci sono costretta e solo per farli a pezz… stroncarli! Ma naturalmente faccio eccezione per le regioni del Sud, ogni abitante delle quali è dotato di quella fantasia, di quell'immaginazione  di quell'originalità e di quell'approccio magico e creativo all'esistenza che alla letteratura italiana ufficiale, sia classica che contemporanea, manca. E parlando di letteratura contemporanea del Sud non posso non partire dal mio concittadino, Erri De Luca, la cui prosa poetica e la cui visione insieme realistica e fiabesca del mondo rendono i suoi libri una lettura profonda e semplice. 

Questo libretto in un centinaio di pagine cela un preziosissimo tesoro di stile - la lingua di De Luca è musica, una sinfonia la cui armonia non annulla però tensione intellettuale e che ne sottolinea invece con grazie ironia e arguzia- e di immensa profondità e amarezza di contenuti. Un libro che parla alla parte migliore di noi, che consola ma che nello stesso tempo ci fa sentire soli e alla fine che ci fa sorridere con dolcezza e rimpianto.

Il libro è composto da 27 brani - che i ricordi e i racconti personali non permettono di definire saggi - dagli argomenti vari, mostrati da un punto di vista che si colloca “al pianoterra “. Il titolo è infatti così spiegato dall'autore : “Pianoterra è il mio punto di vista sul mondo, uno fra gli altri che non chiede permesso per vedere più da vicino e che non può sollevarsi più in alto della punta delle proprie scarpe. È una mezza enciclica rivolta a una stanza di amici che mi ospitano tra loro come un nonno randagio”.

Nella sua “sbirciata non panoramica del mondo” l’autore affronta temi drammatici e scottanti. Commoventi e sentiti a i capitoli sulla guerra in Bosnia, quando Belgrado viene bombardata dalla Nato, guerra da lui vissuta in prima persona, perché vi si reca come conducente di convogli umanitari destinati alla popolazione bosniaca, cioè come fa chi davvero è interessato alla sorte di un’altra nazione, non come i soldati, che sono solo fanatici assassini. E a Belgrado scriveva nella città distrutta durante le notti di bombardamenti , senza falsi pietismi ma con interesse e affetto per una popolazione tanto provata dalla miseria e dalla rabbia. Toccanti anche i capitoli sulle condizioni tragiche degli immigrati, dei quali diventiamo “persecutori e carcerieri”, senza renderci conto che vengono da luoghi in cui hanno visto cose che la nostra mente non può nemmeno concepire, che non riusciamo ad accogliere e a proteggere e ai quali non vogliamo e non siamo in grado di donare nemmeno la nostra lingua.

Sono affrontati anche i problemi del Meridione, gli anni della lotta politica, gli esperimenti sugli animali, la Guerra Fredda... Questi capitoli trovano il filo conduttore nella critica a chi ha scelto di accontentarsi della versione ufficiale dei fatti, a chi si consola nelle confortanti certezze del mondo e nell'indifferenza a tutto ciò che increspa problematicamente questa artificiosa superficie di calma, a chi si nasconde nell'ipocrisia della falsa pietà. Una delle riflessioni più toccanti è infatti proprio sul concetto di pietà : “Mi capita regolarmente di essere spietato. Tutte le volte che vengo esortato da un imbonitore di pietà : il bambino malato, servito caldo di dolore nell'ora di massimo ascolto, la voce sobria ma accorata che guarnisce l’immagine : dietro fa capolino il compiaciuto cuoco del programma che fa della pietà una pietanza. All'intimazione di commuovermi oppongo un rifiuto intrattabile […] Non si può persuadere qualcuno a provare una pietà […] Pietà è un gesto accidentale non una virtù permanente. Ha bisogno di occasione e di prossimità : posso provarla per una bestia o per una creatura umana purché cada sotto i miei sensi poco vigili, nel mio minimo raggio. Riesco ad aver pietà solo per il prossimo, che non è la larga umanità remota che si intende oggi con questo termine, ma il suo contrario, il superlativo della parola “vicino”, il vicinissimo, l’estraneo che inciampa un passo avanti a me. Tentare un gesto di simpatia di soccorso diventa allora urgente e mi sento responsabile di colpa se non agisco da pronto. Pietà è rispondere presto a un affanno, è velocità di riflessi del cuore. La poca pietà che conosco sente e vede bene da vicino, male da lontano”.

La generica pietà della società non è invece altro che un voler chiudere gli occhi davanti alla realtà del mondo e dell’Italia moderna, retrograda e imbarazzante nella sua superficialità e ignoranza e ingiustizia, nei suoi triti luoghi comuni che altro non sono che espressione di una crudeltà che è figli di chiusura e indifferenza, un paese che è solo una tragicomica farsa in cui i politici sono marionette – “tutti vogliono compiacere il pubblico, riscuotere l’applauso. È la democrazia allo stato sonoro : il popolo siede in platea, valuta, soppesa chi sia colui che dice meglio la sua battuta chiave : “La gente è stufa, la gente non ne può più!”. La marionetta sbatte la sua spada di latta sullo scudo e in platea risuona il battimano, parente dei barattoli vuoti” – e gli uomini alberi sottoposti a una giustizia indegna di questo nome: “vanno presi a verso, secondo fibra, allora non si torcono, spaccano, ma durano e sono buoni alluso  Se no, vanno bene per il fuoco. Le opere di giustizia, di magistratura, sono tagli. Spezzano la vita di un albero uomo […] Non vanno in verso di vena, non ne vogliono cavare un senso e un uso, vogliono tagliare e tagliano […] Non è distributiva la giustizia, è invece sorteggiata male, sempre nel fondovalle, dove è più facile il taglio”. Perfino “il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L'inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Più pratico è riportarlo in terra, dentro l'esistenza”.

Particolarmente toccanti sono i capitoli dedicati a Napoli, dichiarata dall’Onu patrimonio mondiale dell’umanità, capitoli che descrivono l’anima e l’incomprensibile, l’inspiegabile orgoglio di una città che lotta ogni giorno per conservare la propria dignità, una città in apparenza aperta e allegra, ma nel suo intimo chiusa, segreta, presa dal suo rapporto privilegiato con la morte, che apre a pochi il proprio cuore e che oppone al mondo secoli di regale, disperata indifferenza e di mortale orgoglio : “Non sarà il tiepido onore dell’Onu a farcela entrare”. Patrimonio lo si è già oppure non ci sono proclamazioni che tengano, perché “l’umanità non si lascia affibbiare patrimoni non strettamente necessari, non è avida ma scialacquatrice e ha volentieri mandato alla malora intere civiltà, popoli, religioni, lingue e loro capitali, borghi, sobborghi e agglomerati affini […]Sono nato in quel posto: i monumenti sporchi, gli intonaci screpolati dei palazzi antichi, la piena di spazzatura che straripava raggiungendo qualche volta i primi piani: questo non ha indebolito nei cittadini la coscienza di essere in un posto miracoloso del mondo […] Una città che è lì da migliaia di anni, scrollata dai terremoti, fertilizzata dalle ceneri delle eruzioni, fondata dalle più alte civiltà del Mediterraneo, capitale di regni, dovrebbe lusingarsi della doverosa improvvisazione di riconoscimento da una specie di WWF delle Nazioni Unite? È vero il contrario : Napoli non ha ancora riconosciuto l’Onu e non si lascia mettere in bocca delle caramelle dagli sconosciuti”. 

È invece con aperta amarezza che De Luca ricorda gli anni della lotta politica, quella “generazione che aveva imparato a battersi nella pubblica via”, quei giovani che consideravano una questione personale quello che accadeva nel mondo, l’Irlanda, il Cile e l’America Latina, il Vietnam, il Sudafrica… Anni sprecati, inutili, buttati, sangue di studenti e operai versato per niente, lotte che in qualunque altro paese avrebbero portato alla democrazia e che invece qui si sono conclusi nella più bieca delle dittature, in un incubo orwelliano. Quelle pagine avrei potuto averle scritte io tanto ne sono stata toccata. È per questo che personalmente, a parte gli autori napoletani, mi tengo lontana dalla storia e dalla letteratura italiana : so già come finiscono, è inutile interessarsene perché non hanno avuto nessun effetto positivo o vagamente interessante. Ed è anche per questo, non per una sorta di vuoto e sterile patriottismo, che mi sento vicina agli autori napoletani, alla folle città, “vecchia regina esilarante e spaventosa”, leopardiana “madre è di parto e di voler matrigna” che nelle sue particolarità, nella sua vita che altro non è che “ragionevole attesa di un’Apocalisse”, attraverso la sua crudeltà e la sua generosità, nei suoi inferni e nei suoi paradisi, ci ha fatto “avere un conto aperto con la sopravvivenza […] parte dell’educazione sentimentale di ogni nuova cucciolata della nostra specie”.

I giovani moderni tipici invece per lo più : “sono versati nel presente, infastiditi dal passato come dei nuovi ricchi che vogliono nascondere una povertà d’origine […] Nuotano in superficie e a vista della costa, indifferenti ai fondali, all'abisso che regge in controspinta la loro leggerezza. Seguono gli oroscopi e la meteorologia. A volte pensano che viaggiano meglio di me, altre volte penso che vanno come plancton in bocca alla balena”. Anche quelli che si spacciano per colti e impegnati a loro volta si limitano a “concentrarsi sul deterioramento dell'ambiente, sui grafici di contaminazione delle acque e della ionosfera, ma molti accidenti con diverse scadenze di collasso non fanno una catastrofe. Quando si lamentano di una certa mancanza di prospettive, sento che manca loro soprattutto la rispettabile aspettativa, degna della persona umana, di esser cancellata in blocco dalla faccia della terra”.

Un altro capitolo meraviglioso è quello intitolato Appigli, che parla di scalare una montagna in “solitaria integrale” come metafora dell’affrontare la vita : “La vetta non è lo scopo, solo un termine. Si guarda appena il giro d’orizzonte, poi via di nuovo nelle discese, a volte difficili quanto le salite. A sera si pensa agli appigli, agli strapiombi superati, non al panorama. Si scala solo per il desiderio di percorrere una linea verticale […] c’è un punto di non ritorno, lo si può sentire dopo averlo varcato. D’improvviso la libertà : slegamenti di nervi, briglia e morso caduto, non ero più legato alla partenza né promesso a un arrivo […] Sapevo di me che ero vivo, agile, attento. Quando la vista dell’ultimo passaggio comparve in alto con evidenza ebbi una scossa, un brivido di paura. L’arrivo incombeva e mi legava di nuovo a un termine, come la partenza. Lo capii e non potei farci niente, dovevo tenermi quella tensione […] Provai a fermarmi, riconciliarmi con il vuoto della parete, ma i piedi sui piccoli appoggi s’indolenzirono. Ripartii con furia e gli ultimi passaggi furono solo strappi e gesti bruschi, violenti […] Ora so che la partenza e l’arrivo sono due pretesti e un solo ingombro. Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine”. La scalata solitaria, l’impossibilità di fermarsi, il desiderio di sfidarsi, di andare sempre più in alto, di non fermarsi ma portare le proprie forze allo stremo, sfinirsi di sfida e libertà, alla luce degli altri capitoli diventano metafora di un programma di vita umana e intellettuale, del desiderio di non lasciarsi vivere passivamente, di non lasciarsi andare alle comode lusinghe di un’esistenza vita facile, benché insulsa e vuota, ma di mantenere il coraggio delle proprie scelte, nonostante la durezza del compito che ci si è preposti - vivere, non di limitarsi a respirare - la lucidità del proprio impegno, la coerenza e l’onesta, la capacità di non accontentarsi delle illusioni in cui si cullano gli altri, la continua, dolorosa ricerca della verità di chi coscientemente sceglie di cercare soffrendo, di chi si vota all’inquietudine, al rifiuto delle verità precostituite, delle false certezze, delle panacee delle vita, in una continua sfida con il mondo e con se stessi, sfida che è libertà, ma anche solitudine.