«Quello che vorrei
continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il
rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre…»
Oggi
l’Italia saluta Franca Rame, una donna eccezionale e anticonformista,
donna «di lotta e di teatro», una figura unica non solo nel panorama teatrale e
culturale, ma anche nell'impegno politico e civile, un’attrice e una femminista
straordinaria, simbolo dell’emancipazione femminile e della battaglia per i
diritti della donne, ma anche una moglie innamorata e una madre affettuosa, un
esempio di dignità, di coraggio e di fierezza, che ha saputo sublimare la lotta
per gli ideali in cui credeva e le prove e le umiliazioni più tragiche in una
vita dedicata alla passione, al teatro, all'amore e all'arte, un’intellettuale
di tutto rispetto, ma anche una donna elegante, vistosa e affascinante. Il suo
personaggio, la sua figura di attrice e di attivista politica, ha in parte
segnato il panorama culturale e politico del dopoguerra italiano e, purtroppo,
anche la cronaca, a causa del prezzo drammatico e altissimo pagato da una donna
bellissima, intelligente e coraggiosa come lei per il suo impegno e la sua
notorietà.
Milano e l’Italia in questi giorni le hanno reso omaggio al Piccolo Teatro, proprio dove iniziò il
suo cammino artistico con Dario Fo,
davanti al quale sono state affisse le locandine dei loro spettacoli andati in
scena allo Strehler, dove oggi si è
tenuta una cerimonia laica alla quale hanno preso parte centinaia e centinaia
di persone, personalità della politica e della cultura, rappresentanti del
mondo dello spettacolo ma anche gente comune, soprattutto donne. Franca aveva
scritto che al suo funerale avrebbe voluto tante donne vestite di rosso e Bella
ciao come musica e il suo desiderio
è stato accontentato in una cerimonia commovente e toccante. Dario Fo, il
figlio Jacopo e la nipote hanno ricevuto le condoglianze con una sciarpa rossa,
come era rosso lo scialle posto sulla bara, e hanno ricordata Franca con
discorsi che rendevano giustizia alla sua vita eccezionale. Così l’ha salutata
il marito : «C'è una regola antica nel teatro: quando è concluso non c'è
bisogno che tu dica altra parola, saluta e pensa che quella gente se tu l'hai
accontentata nei sentimenti e nel pensiero ti sarà riconoscente: ciao». Il
figlio Jacopo invece ha detto parole molto vere, che riassumono la vita di sua
madre dando una lezione a chi ha fomentato le polemiche dei giorni scorsi : « Mia madre mi diceva: Dio c'è, ed è
comunista ed è anche femmina. Questo mondo lo cambieremo […] Qualcuno ha
parlato della bellezza di mia madre. Mia madre rompeva i coglioni, ed era
intollerabile per qualcuno che una donna bella dicesse no». Dolci, nei giorni
scorsi, sono state anche le parole di Dario Fo all’osservazione che di donne
come Franca ce ne vorrebbero tante : «A me ne basterebbe una». «Non è vero che
essere in tanti a soffrire è un conforto» ha aggiunto.
Nata a Parabiago nel 1929, Franca Rame comincia la sua
carriera teatrale partecipando da neonata agli spettacoli teatrali delle
famiglia, una dinastia di attori itineranti. È Franca stessa a parlarci della
sua vita su Il fatto quotidiano : «Sono nata in una famiglia con antiche tradizioni teatrali,
maggiormente legate al teatro dei
burattini e delle marionette. Ho debuttato nel mondo dello spettacolo
appena nata e nel 1950, assieme ad una delle sorelle, ho lavorato nella rivista
con Marcello Marchesi. Nel
1954 ho sposato Dario Fo,
con cui quattro anni dopo, ho fondato la Compagnia Dario Fo-Franca Rame. Nel 1968, sempre al fianco di
Dario, ho abbracciato l’utopia
sessantottina fondando il collettivo ‘Nuova scena’ dal quale, dopo
aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso, mi sono
separata per divergenze
politico-ideologiche insieme a Dario: ciò porterà alla nascita di
un altro gruppo di lavoro, detto ‘La comune’, con cui ho interpretato spettacoli di satira e di
controinformazione politica anche molto feroci. Sempre con Dario ho
sostenuto l’organizzazione ‘Soccorso rosso militante’. A partire dalla fine
degli anni ’70, ho partecipato al movimento
femminista e ho iniziato a interpretare testi di mia composizione.
Nel 1971 ho sottoscritto l’appello pubblicato
sul settimanale L’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi. Nel marzo del 1973, sono stata rapita da esponenti
dell’estrema destra e ho subito
ogni tipo di violenza. Il reato contestato ai miei aguzzini è andato in
prescrizione».
Emergono le tappe principali della sua esistenza, a
cominciare dall’incontro e dal matrimonio con Dario Fo, unione non solo
privata, ma anche artistica, politica e intellettuale che li ha resi
protagonisti di molte pagine della storia italiana. Insieme, infatti, si
impegnano nel clima politico del ’68 e fondarono il collettivo Nuova Scena e poi, con una scelta
ancora più radicale, La Comune, dando un’impronta innovativa al
panorama culturale italiano con i loro spettacoli di satira e di
controinformazione, come Morte accidentale di un anarchico, acclamati dalla critica e dal pubblico
intellettuale ma oggetto di critiche e polemiche. Attraverso il contatto con il
movimento femminista, nel quale
Franca Rame milita a partire dagli anni ’70, si emancipa inoltre dalla
personalità del marito e comincia a scrivere e rappresentare da sola i suoi
testi, incentrati soprattutto sul ruolo della donna, come Parliamo
di donne, L'eroina e La
donna grassa. Con il marito comunque non smise di prendere parte a
polemiche e battaglie civili, sostenendo l'organizzazione Soccorso Rosso Militante nelle carceri ed esponendosi sul caso Pinelli sottoscrivendo la lettera
aperta a L'Espresso. E questo impegno lo pagò carissimo. Il 9 marzo del 1973 fu sequestrata da cinque
neofascisti, fatta salire a forza su un camioncino e violentata e seviziata per
ore. Questo spregevole atto di vendetta, farla pagare alla compagna di Dario
Fo, fu stato pianificato negli ambienti di estrema destra, ispirato ed eseguito,
secondo la testimonianza di alcuni neofascisti, da alcuni ufficiali dei
carabinieri e derivante da «una volontà molto
superiore», tanto che l’allora presidente della Repubblica, Scalfaro, presentò
pubbliche scuse.
Nessuno dei colpevoli è stato condannato, perché il reato,
immediatamente e coraggiosamente denunciato, attraverso indagini sempre sviate
e ritardate, è caduto in prescrizione. «Evidentemente», spiegò Franca Rame in
seguito «cercavano di convincermi a non fare più della mia professione, il
teatro, uno scenario per parlare di politica». Ma questo tentativo crudele
fallì, perché già due anni dopo Franca Rame fu in grado di affrontare ed
esorcizzare il dolore di quella terribile esperienza scrivendo e recitando il
monologo Lo stupro, nel quale ha avuto il coraggio di mettere in scena
se stessa e la sua umiliazione, anche se rivelò solo nell’87 che era il
racconto, crudo e realistico, della sua tragedia personale. Il suo scopo era difendere le donne che
avevano subito la sua stessa violenza e denunciare il loro dramma : come
vediamo, nonostante il tentativo intimidatorio, non riuscirono a farla
desistere dal suo impegno artistico, civile e umano. Dalla sua tragedia
personale passò a rappresentare la tragedia di tutte le donne, raccontando non
solo il dramma della violenza in sé, ma anche le umiliazioni che le donne sono
costrette a subire perfino nel momento della denuncia. Nel suo sito non mancava mai di intervenire a
proposito degli stupri balzati agli onori della cronaca perché, scriveva, «solo
un secolo fa lo stupro veniva quasi censurato e la pena giudiziaria per chi faceva violenza alle femmine era quasi
aleatoria». Franca Rame fu infatti la prima a parlare in teatro di argomenti
spinosi e complessi come la percezione in bilico fra sacro e profano della
donne, della parità fra sessi e della sessualità femminile. È proprio per questo
che lei, attraverso la sua maschera di attrice, ha messo in scena il suo
dramma, ritenendo che il teatro, attraverso la visione scenica, dovesse mettere
in scena anche realtà scabrose e dolorose.
Questa è sempre stata la concezione del teatro sua e di Dario
Fo, che consideravano la scena teatrale, con tutti i suoi risvolti di
partecipazione emotiva e collettiva, come mezzo comunicativo e luogo
privilegiato per esercitare un impegno pubblico e personale, come strumento di
lotta e di denuncia e come espressione viva e
in continua evoluzione delle loro idee. Il
loro modo di fare teatro era proprio questo : creare un canale di comunicazione
fra il palcoscenico e la realtà, da un mettendo in scena apertamente il reale
in tutti i suoi orrori, e dall'altro creando magia e poesia nel mondo. Il suo,
come ha commentato Dacia Maraini,
era un teatro «comico ma allo stesso tempo critico nei confronti della società».
Lei e Dario Fo sono rimasti insieme per quasi sessant'anni un
amore durato tutta la vita, una relazione lunghissima, con lati e bassi, un
matrimonio che nel momento peggiore è stato salvato e rifondato dal loro sodalizio artistico e ricapitolata da
Franca sul suo blog nella Lettera d'amore a Dario, il difficile rapporto con un premio Nobel marito e compagno
di vita e di arte del quale Franca una volta ha detto con affetto «Dario è un po’ palloso, ma io gli
voglio bene!». Contrariamente all'opinione comune, Franca Rame non è stata solo
la musa ispiratrice e la fedele collaboratrice e compagna di Dario Fo, ma ha
sempre rivendicato la sua autonomia artistica e creativa che, nel 1999, ha
portato anche lei ricevere la laurea
honoris causa da parte dell'Università di Wolverhampton.
Delle sue opere più recenti non
si può non menzionare Tutta casa, letto
e chiesa, una serie di monologhi in cui mette in
scena figure di donna diverse, complesse e originali, contemporanee, come la “mamma fricchettona”, o tratte dal
immaginario mitologico collettivo, come la sua straordinaria Medea. Inoltre ha
pubblicato un’autobiografia, Una vita all'improvviso, scritta con
Dario Fo, e loro due insieme, nel 2011 – 2012, avevano riportato sulla scena la
loro opera più conosciuta, Mistero buffo.
Il suo impegno politico la portò
nel 2006 a candidarsi al Senato nell’Idv, a causa dei toni di critica più
radicali di questo partito. Fu eletta senatrice e fu proposta come presidente
della Repubblica ma dopo due anni diede le dimissioni affermando di capire e di
rispettare il Parlamento ma di non condividerne gli orientamenti governativi di un’istituzione che urtava la sua
onestà e la sua concretezza. Il
suo ultimo gesto politico risale al 16 gennaio scorso, quando ne Il fatto quotidiano chiese ai dirigenti
del PD di dichiarare ineleggibili gli impresentabili, gli indagati e i portatori
di conflitti di interesse. Inoltre per tutta la vita si è dedicata a
sensibilizzare l’opinione pubblica verso i reati contro le donne, argomento
quanto mai di attualità in un periodo come il nostro, in cui il femminicidio è
ormai diventato una tragedia sempre presente.
Come
donna a come personaggio pubblico, insieme al marito ha rappresentato un’epoca unica, simbolo di una generazione
che ora non esiste più, quella generazione cresciuta fra lotte politiche e
proteste, gli anni duri della contestazione,
della militanza attiva sempre in prima linea, nella consapevolezza di
poter tramutare i propri ideali e il proprio impegno personale in un impegno
collettivo e concreto e di poter considerare la politica come un modo di
realizzare se stessi. La sua vita è stata un’ avventura straordinaria, umana e
artistica, una sfida continua, e la sua
integrità, la sua forza, il suo coraggio e la sua coerenza devono restare un
esempio per ogni donna.











