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giovedì 2 gennaio 2014

Bilancio dell’anno vecchio e propositi per l’anno nuovo



Tanti auguri di buon anno a tutti! Lo so, sono in ritardo di un giorno, ma ieri, dopo il veglione, non ero in condizione di leggere, scrivere, o compiere qualsiasi azione coordinata XD
E, puntuale come sempre, l’anno nuovo ci porta a bilanci, inventari e propositi! Ieri, ancora sotto l’effetto dello champagne, ho esaminato  pro e contro della mia vita privata, amore e amicizie, soprattutto alla luce di due nuove avventure lavorative che presto mi porteranno a fare scelte importanti, e oggi tocca a tutto il resto, allo svago, agli hobby e al tempo libero.

LIBRI
È impossibile fare anche solo un breve riepilogo di tutto quello che ho letto quest’anno, non ci provo nemmeno! E mi congratulo con me stessa per aver trovato il tempo il tempo di leggere nonostante tutto quello che ho da fare, ma se uno ha una passione, la coltiva nonostante tutti gli ostacoli, anche a costo di ridursi, come la sottoscritta, a leggere in treno, nel bus e di notte. E la maggior parte delle mie letture sono state ebook : da quando l’anno scorso ho preso il Kindle Reader ormai non ne posso più fare a meno, è stato lui il protagonista di quest’anno! 
Dopo un anno confermo le prime entusiastiche impressioni : tanto per cominciare, è molto più comodo di un libro, è leggerissimo e piacevole al tatto e non stanca gli occhi, perché si può allargare la scrittura : dopo un anno a leggere così, ormai leggere un libro cartaceo mi dà fastidio, è pesante, la carta mi irrita la pelle, è scritto troppo piccolo, non posso sottolineare con un dito, non si auto-illumina, non si tiene in piedi da solo. E poi c’è la questione dei costi : con gli ebook si hanno quasi tutti i libri gratis e il resto a metà prezzo e per me, che prima compravo libri in continuazione, questo ha significato un risparmio di migliaia di euro *__*
Morale della favola, ora non solo prendo in cartaceo solo quello che in ebook non esiste - e solo se proprio non posso farne a meno, perché ho deciso di boicottare le case editrici che non fanno ebook – ma mi sono procurata l’ebook anche di molti libri che ho in cartaceo, perché così è più comodo leggerli. Perciò i miei acquisti librari si collocano su due campi opposti : da un lato il digitale, dall’altro i libri usati e esauriti che trovo sulle bancarelle. Anche se amo il digitale, girovagare fra le bancarelle di libri usati e frugare fra scaffali polverosi in cerca di libri che hanno più di cento anni è uno dei miei hobby, ormai i bancarellari mi conoscono e mi chiamano per nome, e quest’anno su questo fronte ho fatto molti affari : libri mai più ristampati di Susan Howatch, un’autrice poliedrica e geniale che ho scoperto quest’anno, di Nelson Algren e di Francoise Sagan, libri di Daphne du Maurier degli anni ’40, libri di autori austriaci di inizio ‘900, Ritorno a Brideshead e tanti bei libri di autori ungheresi degli anni ’30, che colleziono.

Parlando invece in generale delle mie letture quest’anno, innanzitutto ho vinto la sfida dell'alfabeto che mi ero lanciata l’anno scorso - brava me! - e nei prossimi giorni ne organizzerò un’altra per il 2014! Poi sono molto felice di non essere stata pigra ma di aver letto di tutto di più, passando dai romanzi e la corrispondenza delle sorelle Mitford alle biografie di Indira Gandhi, dai romanzi delle femministe indiane alla cilena Marcela Serrano, da Murakami, Mishima e Soseki alla mia amatissima Isabel Allende, dall’autrice di thriller tedeschi Charlotte Link alla finlandese Riikka Pulkkinen, da Doris Lessing alle biografie e i diari degli Asburgo, da Anna Funder a Khaled Hosseini, da Selma Lagerlof alla Kinsella, dagli ultimi due romanzi non potteriani della Rowling al terzo capitolo di Chocolat di Joanne Harris, da Ken Follet a Banana Yoshimoto, da Edith Warthon alla Alcott, da Mo Yan a David Leavitt, senza dimenticare le straordinarie autrici della mia terra, Elena Ferrante e Anna Maria Ortese, per non parlare poi dei quintali di letteratura legati a Downton Abbey, le biografie dei personaggi vissuti in quell'epoca, romanzi ambientati in lussuose dimore edoardiane, di tutti i libri che mi consigliano i miei insegnanti di tedesco e della letteratura malese e indonesiana che mi stanno facendo scoprire i miei e-friends e che mi ha regalato alcuni dei miei attuali autori preferiti : Tan Twan Eng, Rani Manicka, Andrea Hirata, Tash Aw e Pramoedya Ananta Toer.
E restando nel sud-est asiatico non posso non ricordare la mia cara e bella Ru Freeman, scrittrice e attivista cingalese nonché mia amica su Facebook. Per fortuna non ho avuto delusioni, sia perché i libri ormai so scegliermeli bene, sia perché in qualsiasi libro, perfino in quello più scadente, riesco a trovare qualcosa di buono.


Propositi : continuare le mie letture onnivore, senza cedere alla tentazione di fossilizzarmi in nessun ambito specifico ma continuando a non dire mai di no a nessun genere, epoca o autore; approfondire la letteratura tedesca contemporanea; provare due generi ai quali finora non mi sono mai avvicinata : il giallo classico - è ora di dare un senso alla collezione di Agatha Christie che ho in casa - e i thriller scandinavi. E, ovviamente, continuerò con il mio proposito di sempre : aver letto almeno un autore di ogni nazione del mondo. E devo dire che sono a buon punto, ma mancano solo vari stati africani, qualche repubblica ex-sovietica e due o tre stati dell’America Latina! Ah sì, devo anche cercare di sfoltire un po’ la mia lista di libri esauriti e introvabili e cominciare a cercarli sul serio, invece di aspettare che vengano loro da me.

CINEMA

Quest’anno, grazie al Goethe Institut e ai suoi Montagskino, cioè al film in tedesco del lunedì, mi sono goduta una carrellata di capolavori del cinema tedesco : Was bleibt (Quello che resta) di Hans-Christian Schmid, Wolfskinder (Bambini lupo) di Rick Ostermann, Westwind (Vento da Ovest) di Robert Thalheim, Der Mann, der über Autos sprang (L’uomo che saltò sulla macchina) di Nick Baker-Monteys, Barbara (La scelta di Barbara) di Christian Petzold, Renn wenn du kannst di Dietrich Brüggemann, Mahler auf der Couch (Mahler sul divano) di Percy Adlon/ Felix O. Adlon, Vincent will Meer (Vincent vuole il mare) di Ralf Huettner, Unter dir die Stadt (Giù, la città) di Christoph Hochhäusler, Wer wenn nicht wir (Chi, se non noi) di Andres Veiel, Whisky mit Wodka (Whisky con Wodka) di Andreas Dresen, Die Fremde (L’estranea) di  Feo Aladag, Die Farbe des Ozeans (Il colore dell’oceano) di Maggie Peren, Die Unsichtbare (L’invisibile) di Christian Schwochow, Das Lied in mir (La canzone in me) di Florian Cossen, This ain`t California di  Martin Persiel e tanti altri che in questo momento ho rimosso! A parte i film tedeschi ne ho visti tanti altri, praticamente tutti quelli usciti quest’anno, cartoni compresi (i cuginetti devono pur avere un’utilità!) e tanti altri ne ho recuperati, ma il cammino è ancora lungo!

Propositi : vedere film che mi consigliano persone con gusti diversi dai miei, altrimenti mi fossilizzo nel pantheon dei miei registi preferiti , e vedere più film asiatici, perché quest’anno ne ho visti pochissimi.

SERIE TV

Le amo da sempre, ma quest’anno sono state la mia gioia, il mio premio, il mio regalo a me stessa e il mio momento di relax dopo una giornata faticosa. Originali, profonde, divertenti, trash, graffianti, irriverenti, impegnate, demenziali, intellettuali, surreali, shockanti, imprevedibili, romantiche, perverse, horror, period drama storici e drammatici o racconti di vita quotidiana... ognuna di loro mi ha dato qualcosa, mi ha donato nuovi punti di vista, mi ha aperto un mondo, mi ha fatto ridere, pensare, distrarre, inorridire, riflettere, mi ha fatto conoscere personaggi ai quali mi sono subito affezionata o che ho subito odiato, mi hanno fatto rabbrividire, indignare o semplicemente mi hanno dato il compiacimento di una bella mezz’ora di guilty pleasure. E ognuna, oltre alla trama e ai personaggi, mi ha portato scenografie sensazionali, colonne sonore straordinarie, costumi che mi hanno fatto sognare, attori di bravura eccezionale… Insomma, dopo i libri e allo stesso livello dei film si collocano le serie tv. Quest’anno ho amato : Downton Abbey , Upstairs, Downstairs, El Internado, American Horror Story - Asylum e American Horror Story – Coven, The Hour, Call the midwife, Borgen, Mildred Pierce, Gossip Girl, Mad Men, The Starter Wife, e How I met your mother, la mia serie preferita in assoluto dopo Will e Grace e Friends che quest’anno si concluderà con la nona stagione.

Propositi : recuperare serie vecchie, soprattutto period drama inglesi, e continuare a provare quante più serie tv possibili. In particolare devo assolutamente recuperare Prison Break, Scrubs, The good wife, Vicious e farmene consigliare altre dagli esperti

MANGA
Manga? Bella domanda… qui viene la parte tristedove sono i manga del 2013? Scomparsi, missing in action, desaparecidos. Diciamocelo : sia come manga pubblicati che come annunci, i manga sono stati il flop di quest’anno. Tutte le serie che ho cominciato sono state a dir poco una delusione, non solo quelle più leggere, ma soprattutto quelle presentate come originali e intelligenti. Rispetto all’originalità di libri, film e serie tv semplicemente non reggono il confronto e così, di tutte le serie che ho cominciato per curiosità, non ne porterò a termine nessuna, mi limiterò a completare quelle in corso e poi, a meno che non ci sia qualche bella sorpresa, non ne comincerò altre di quelle pubblicate in Italia. Continuerò a scroccare i manga di fidanzato e amici, a tenere d’occhio quelli pubblicati all’estero, ad amare, rileggere e commentare con piacere i miei manga preferiti - quelli della Yoshida, di Ai Yazawa, della Yamato, di Saki Hiwatari e di Mari Yamazaki e di poche altre autrici -  continuerò anche a leggere, vedere e commentare con i miei alunni i manga che loro amano - la moda di  Shingeki no Kyojin non accenna a morire, ormai è come se Eren &Co fossero iscritti a scuola anche loro! – e se qualcuno mi consiglia qualcosa di bello in scans lo proverò, ma mi chiamo fuori dal mercato italiano : il suo pubblico e tutte le sue case editrici, grandi e piccole che siano (tranne quella povera Planet), mi disgustano e, almeno per un anno, le nostre strade si separano. E non sarà un gran sacrificio, visto che non metto piede in fumetteria da ottobre e che se non avessi internet, potrei passare mesi senza ricordarmi che i manga esistono. Perciò per ora metto in pausa questa parte della mia vita che non mi porta niente di nuovo.

Propositi : più che un proposito è una sfida o una scommessa : fino al 2015 non comprerò manga nuovi pubblicati in Italia - a meno che non sia pubblicato un manga di una delle mie autrici preferite e se e solo se non l’ho già letto in scans, in un’altra lingua o se me lo hanno tradotto.  Se il proposito dell’anno scorso era “pochi, ma buoni”, quest’anno sarà “ottimi e stranieri, o niente”.


Riuscirò a mantenere questi propositi? Lo sapremo fra un anno! Intanto auguro di nuovo un buon 2014 a tutti : che i vostri sogni possano avverarsi e che la magia possa riempire la vostra vita!

giovedì 31 gennaio 2013

Les Mouches – Jean Paul Sartre


«Le secret douloureux des Dieux et des rois c’est que les hommes sont libres»




Sartre è il mio filosofo preferito, da sempre. Penso che l’ultima vera, grande svolta al pensiero occidentale l’abbia impressa lui. Dal momento che commentare le sue opere maggiori richiederebbe mesi di studio e la scrittura di una sorta di tesi di laurea, questa volta recensisco una sua breve opera teatrale alla quale sono particolarmente legata perché me ne sono occupata all'università e perché riprende un altro dei miei principali interessi, il teatro greco. Infatti Les Mouches sono la versione sartriana dell’Orestea di Eschilo, rilettura che porta a un interrogativo fondamentale : in un mondo in cui gli dei si rivelano non essere altro che la rappresentazione che gli uomini si fanno di loro, è legittimo interrogarsi su quale funzione e legittimità possa assumere il tragico. La risposta ci viene dallo stesso Sartre : «Non mi è parso impossibile che si potesse scrivere una tragedia della libertà, perché il fato antico è solo il contrario della libertà». Ed è proprio su questa contrapposizione fra libertà e fato che si basa il fascino di quest’opera.

La pièce fu messa in scena per la prima volta il 2 giugno del 1943, sotto la regia di Charles Dullin, al quale è dedicata, in piena occupazione tedesca, e grazie alle memorie di Simone de Beauvoir possiamo essere testimoni della genesi iniziale dell’opera : « Sartre restò a lavorare […] Scriveva le prime battute di un dramma sugli Atridi. Ogni nuova idea, o quasi, in lui prendeva dapprima una formula mitica, e pensai che presto avrebbe espulso dal suo dramma Elettra, Oreste e la loro famiglia». In realtà un primo input alla composizione di un testo teatrale, genere nel quale ancora non si era cimentato, era nato in Sartre durante la reclusione in un campo di prigionia tedesco, vedendo gli applausi del pubblico di fronte a uno spettacolo da lui ideato in occasione del Natale, che in realtà trattava dell’occupazione della Palestina da parte dei romani, con palesi richiami alla situazione presente : «Questo è il vero teatro, aveva pensato : un appello a un pubblico cui si è legati da una situazione comune. Questa comunanza esisteva anche tra tutti i francesi, che i tedeschi e Vichy esortavano quotidianamente al pentimento e alla sottomissione : si poteva trovare un mezzo per parlare loro di rivolta, di libertà. Cominciò a pensare a una trama che fosse insieme prudente e trasparente». In seguito aggiunge : «Un giorno […] Sartre riprese a lavorare al suo dramma. No, non rinunciava agli Atridi; aveva trovato il modo di utilizzare la loro storia per attaccare l’ordine morale, per respingere i rimorsi che Vichy e la Germania cercavano di instillarci, per parlare della libertà […] si gettò con ostinazione a lavorare al suo dramma; esso rappresentava l’unica forma di resistenza che gli fosse possibile». Per quanto riguarda le ragioni di questo ricorso al mito, Sartre dichiara di aver scelto di scrivere Le Mosche perché esso gli forniva una comoda copertura; come sappiamo ancora dalla de Beauvoir, Sartre «ammirava i miti cui era ricorso Platone per ragioni analoghe, e non si faceva scrupolo di imitarli»; quello che Sartre cercava nei miti erano «temi sufficientemente sublimati perché ognuno li possa considerare riconoscibili». Con il proseguire della stesura, quando ormai cominciava a presentarsi il problema della rappresentazione, gli scopi dell’opera sono ulteriormente chiariti : «Sartre ne Le Mosche esortava i francesi a sbarazzarsi dei loro rimorsi e a rivendicare la loro libertà contro l’ordine : voleva essere ascoltato».



Nelle memorie della de Beauvoir possiamo leggere anche la descrizioni della prima dell’opera e le reazioni della critica e del pubblico : «impossibile ingannarsi sul significato del lavoro; sulla bocca di Oreste la parola “libertà” esplodeva con una violenza folgorante. Il critico del Parisiner Zeitung non lo fraintese, pur adoperandosi a darne una recensione favorevole. Sulle Lettres françaises clandestine Michel Leiris lodò Le mosche e ne sottolineò il significato politico. La maggior parte dei critici finsero di non aver colto alcuna allusione, si buttarono a fare a pezzi il lavoro, ma allegando pretesti puramente letterari : era un’infelice imitazione di Giraudoux, era verboso, lambiccato, noioso».
            
Per quanto riguarda la scelta del genere, Sartre stesso ha indicato l’opera teatrale come l’unica possibile nella nostra epoca : «il teatro, un tempo, era fatto di caratteri : si facevano comparire sulla scena personaggi più o meno complessi, ma interi, e la situazione non aveva altra funzione di far azzuffare fra di loro quei caratteri, mostrando come ciascuno di essi veniva modificato dall'azione degli altri. Ho dimostrato altrove come, da poco, si siano verificati in questo campo importanti mutamenti : parecchi autori ritornano al teatro di situazione. Niente più caratteri : gli eroi sono altrettante libertà prese in trappola, come tutti noi. Quali sono le vie d’uscita? Ogni personaggio non sarà che la scelta di una via d’uscita e sarà la via d’uscita scelta… In qualche modo, ogni situazione è una trappola per topi, muri da ogni parte : ma mi sono espresso male, non vi sono vie d’uscita da scegliere. La via d’uscita s’inventa. E ciascuno, inventando la propria, inventa se stesso. L’uomo è da inventare, giorno per giorno». L’uomo è dunque, per Sartre, sempre libero in una situazione data e si sceglie lui stesso dentro e attraverso questa situazione. Il teatro di situazione è di conseguenza teatro di libertà. Sono proprio questi due temi, o meglio queste due facce dello stesso tema, che troviamo nella prima pièce di Sartre. Rifacendosi direttamente ad Eschilo, Sartre mette in scena una trilogia i cui atti corrispondono ai tre drammi eschilei.


Il primo atto, corrispondente all’Agemennone, è incentrato sul ritorno non del re di Micene, ma di Oreste. Tornato ad Argo dopo quindici anni d’esilio, accompagnato dal suo precettore, per non rischiare di dimenticare la cultura che aveva acquisito, Oreste trova la città tormentata dalle mosche, sotto gli occhi approvanti di Giove. Riguardo alla questione dell’allontanamento di Oreste, Sartre è il primo ad attribuire ad Egisto la precisa volontà di ucciderlo; gli assassini prescelti da Egisto, presi però dalla pietà per il bambino, lo avevano abbandonato nella foresta, dove lo avevano raccolto dei ricchi borghesi di Atene. Dopo la morte di Agamennone è Egisto a governare la città, che mantiene in uno stato costante di pentimento collettivo, di confessione pubblica e di timore superstizioso dei morti.  Fin dall'inizio Sartre ci introduce in un’atmosfera di grande e cupo realismo che caratterizza la descrizione di un mondo in decomposizione. La sua Argo è infatti una città allucinata e agonizzante. Al principio del dramma vediamo infatti gli abitanti di Argo ridotti a degli automi privi di qualsiasi sentimento di responsabilità individuale, resi estranei a se stessi, immersi in una sorta di ipnosi collettiva a tal punto da scambiare i crimini degli altri per i propri e pentirsi in coro per la morte di Agamennone, sebbene sia stata causata solo da Egisto. Il tiranno a sua volta è stanco del ruolo che ha assunto e che gli è stato imposto da Giove, che, in quanto dio, è interessato solo a mantenere l’ordine e che non ha esitato, piuttosto che punire l’assassino, a rovesciare il tumulto suscitato dal crimine a vantaggio dell’ordine morale. È un’atmosfera di terrore dilagante e anonimo quella in cui giunge il giovane Oreste, atmosfera che contribuisce ad acuire la sua indecisione. 

Mentre nell’Orestea l’eroe uccideva gli assassini di suo padre per obbedire a un oracolo che, nelle Eumenidi, risulta essere una diretta emanazione di Zeus, nelle Mosche Giove in persona compare sulla scena fin dal primo atto per invitarlo ad allontanarsi. Una conversazione con sua sorella Elettra  porta Oreste a rinunciare all'intenzione  vagamente presa in considerazione di lasciare la città maledetta, e a far nascere in lui una prima esitazione. Il primo atto si conclude però con l’improvvisa decisione di restare, dovuta alle pressioni di Elettra, seguite dalle parole, tinte di ironia tragica, rivoltegli da Clitennestra, che ignorava di avere di fronte suo figlio e che lo invita ad andarsene. A convincerlo a restare è l’intervento di Giove, che si offre di agevolare la sua partenza e che era andato a procurargli dei cavalli; il padre degli dei apparentemente accetta la sua decisione e lo accompagna in albergo, proclamandosi suo Mentore.

Il secondo atto, che nella struttura trilogica che Sartre trae da Eschilo corrisponde alle Coefore, ne riprende i momenti principali : l’approfondimento della figura di Elettra, il riconoscimento fra i due fratelli, una sorta di preghiera corale che richiama il grande kommos eschileo, e il matricidio. Rifacendosi esplicitamente alle Coefore, Elettra entra in scena portando delle offerte alla statua di Giove. Sulla scena già c’era l’equivalente del coro eschileo, delle vecchie donne vestite di nero; è a queste, oltre che alla statua, che la giovane si rivolge,  con parole quasi blasfeme che sono indice della ribellione e del distacco del personaggio dal ruolo impostole dalla tradizione : lei, da parte sua, invece di portare offerte, rovescia di nascosto l’immondizia del palazzo sotto la statua di Giove :  fin dall'inizio vediamo quindi che il personaggio si ribella alla funzione alla quale la scelta della trilogia di matrice eschilea sembrava costringerla. L’Elettra di Sartre disprezza le vecchie coefore e perfino la divinità, della quale critica l’operato, ed in città era l’unica a ribellarsi agli usurpatori e a sognare la vendetta. In Sartre cambia anche l’atteggiamento generale nei confronti della morte di Agamennone. Mentre in Eschilo Elettra lamenta le mancate cerimonie funebri in onore del padre, da lei percepite come il peggiore degli oltraggi, in grado di privare l’eroe di Troia del prestigio che gli era dovuto nell'aldilà, e mentre in Sofocle la figlia di Agamennone traeva orgoglio e una sorta di conforto dal fatto di essere l’unica a prolungare il lutto per il padre, in Sartre l’anniversario della morte di Agamennone è ricordato ogni anno con una vera e propria cerimonia a carattere religioso a cui prendevano parte in pompa magna tutta la corte e l’intera cittadinanza in un mescolarsi rituale di voci che richiama immediatamente alla mente il grande kommos eschileo. La situazione è quindi  ribaltata : con il beneplacito della divinità, l’ipocrisia dei sovrani ha costretto al lutto perenne, quello stesso lutto del quale negli autori antichi si era fatta carico la sola Elettra, l’intera città ; è proprio a questa ipocrisia che Elettra si ribella, arrivando a rifiutare quello che era il suo compito tradizionale, ricordare e piangere il padre. Perciò, sebbene cambi il modo di esprimerle, non cambiano l’atteggiamento e le convinzioni che ispirano le azioni di Elettra, che sempre e comunque, in ogni autore, rifiuta di svolgere alcun ruolo nelle macchinazioni e nelle ostentazioni degli usurpatori. 

Naturalmente dietro il suo atteggiamento possiamo leggere una critica implicita dell’autore alle cerimonie religiose in generale, soprattutto quelle cattoliche connesse alle celebrazioni ecclesiastiche : infatti, sebbene la celebrazione per Agamennone sia palesemente ispirata alle Antesterie attiche, ricorrenza in cui si pensava che i morti errassero fra i vivi, le modalità della celebrazione non possono richiamare alla mente il rituale della Pasqua cristiana e della resurrezione del Cristo. Questa critica alle cerimonie sottolinea soprattutto la manipolazione della volontà dei fedeli attraverso la strumentalizzazione di un pentimento coatto e immotivato, il postulare una colpa atavica della quale tutti sono chiamati a pentirsi perpetuamente, un’ invenzione per mantenere sottomesso il popolo, mentre la società civile, simboleggiata dalla città di Argo, è lasciata andare in rovina. Infatti in seguito Elettra pronuncia parole ancora più offensive contro due dei dogmi della religione cattolica, la confessione e il pentimento, evidenziandone la compiaciuta ipocrisia. Ancora prima che in Oreste si realizza dunque in Elettra il bisogno di identificare la propria libertà con quella dei cittadini d’Argo, di affermare la propria esistenza attraverso la loro e di convertire la ribellione individuale in utilità sociale; appena Elettra sente nascere in se stessa la libertà, intende comunicarla agli altri, liberarli dall'oppressione della superstizione, intesa in senso lucreziano come paura degli dei e della morte, e dall'alienazione fomentata dall'esercizio autoritario della religione. La  ribellione di Elettra è però minata dalla consapevolezza della sua debolezza femminile e quindi è prontamente messa a freno da Giove, che con una formula magica la ferma e fa scatenare le mosche, perché non poteva  non impedire che gli uomini divenissero, come lei, consapevoli della loro libertà. Di fronte all'intervento divino, il popolo si rivolta contro Elettra ed Egisto la scaccia dalla città. Il fallimento del suo tentativo, dovuto al diretto intervento di Giove, e la scoperta che la gente non desidera essere libera per non perdere le sicurezze garantite dall'oppressione  spegne in lei qualsiasi velleità di tradurre in iniziativa a favore della collettività la sua libertà individuale, e la riporta al suo vecchio ideale oscurantistico di giustizia autoritaria. A questo punto del dramma, sebbene i due fratelli si siano incontrati, non è ancora avvenuto il vero e proprio riconoscimento, che segue immediatamente la punizione impartita da Egisto ad Elettra. In questa scena del riconoscimento, che nei tragici antichi è fondamentale,  Oreste, a differenza di quanto avviene nelle tragedie greche, rivela immediatamente il proprio nome; inizialmente Elettra rifiuta però di credere alla rivelazione  dello sconosciuto, al quale grida : «Tu mens!». Il riconoscimento si configura quindi come un riconoscimento negato. In realtà Elettra, che si aspettava l’erede di Atreo e di Agamennone, un soldato valoroso, è delusa da quel ragazzino cresciuto da una famiglia borghese di Atene, che per sua stessa ammissione non aveva mai usato la spada che portava al fianco. La reazione di Elettra ai tentativi da parte di Oreste di offrirle aiuto già può essere considerata la reazione di comprensibile diffidenza della classe operaia di fronte all'intellettuale  che di fronte ai mali della società cercava di fare con essa causa comune, ma dalla quale era separato da un immediato senso di estraneità. Invece, proprio come l’Oreste di Euripide, quello di Sartre torna ad Argo per rintracciare sua sorella, della situazione della quale si era precedentemente informato, e per coinvolgerla nella vendetta. 

Nonostante ciò, l’indecisione di Oreste è ancora forte; dopo il riconoscimento vorrebbe partire con Elettra che, a sua volta, continua a incitare il fratello alla fuga ma rifiuta di seguirlo. Indeciso e turbato, Oreste decide di affidare la sua decisione a un segno che gli invieranno gli dei. Il segno arriva da parte di Giove, che lo invita nuovamente a partire; allora decide definitivamente di restare, per ribadire che ormai gli dei non possono più interferire nelle azioni e nelle vicende umane. Mentre prima, sebbene cominciasse ad avvertire la sua libertà, restava ancora fedele alla sua vecchia morale dogmatica e alla sua pietas, ora rifiuta le esortazioni all'obbedienza cieca, la dedizione a una mistica solidificata, e sceglie «la crise»., «le sien». Nauseato dal degrado della gente di Argo, sente il vivo desiderio di diventare il padrone della propria esistenza e della propria libertà, libertà che vuole donare agli argivi, liberandoli dalla tirannia morale che avevano lasciato si installasse su di loro. Perciò Oreste va ad assumersi da solo un atto che sarà il suo atto : ucciderà Egisto se ne andrà, non senza aver tolto la vita anche a sua madre. La sua evoluzione, che ricalca quella subita dall'autore stesso, si iscrive in un rapporto di parallelismo ed opposizione con quella di sua sorella Elettra, rapporto che, come vedremo, assume profondi significati letterari, politici ed esistenziali.

Il terzo atto, che corrisponde alle Eumenidi, come l’opera eschilea si apre con le Erinni dormienti in un tempio di Apollo, anche se non a Delfi; come ribadisce Apollo in Eschilo, alle Erinni non è concesso entrare nel tempio. Da questo momento in poi, la narrazione si riallaccia ai tragici antichi. Come in Sofocle, non assistiamo all'uccisione di Clitennestra, delle quale si odono solo le grida, coperte dal monologo di Elettra di fronte al cadavere di Egisto. Sappiamo però che la Clitennestra di Sartre non morirà implorando il figlio, ma maledicendolo. Oreste stesso, sebbene non dubiti della giustizia del proprio atto, non per questo è però disposto a descriverlo alla sorella e rifiuta di parlarne. Mentre quindi resta in sordina la scena del matricidio, maggiore rilievo è conferito alla scena fra Elettra e il cadavere di Egisto, derivante da Euripide. Ma, mentre l’Elettra euripidea, che per la gioia portatale dalla notizia della morte del suo oppressore aveva ordinato alla serve di portarle tutti gli ornamenti che aveva in casa, è lieta di poter finalmente rinfacciare al suo nemico tutte le sue colpe come non aveva mai potuto fare finché egli era in vita, di poter finalmente vivere il momento che aspettava da anni, l’Elettra di Sartre non è più tanto sicura di sé, ed è oppressa dal pentimento e dai sensi di colpa. Dopo il delitto Elettra appare profondamente cambiata e la sua metamorfosi corrisponde al completamento della sua identificazione con la madre, riconosciuta con orrore da Oreste. Questa identificazione fra Elettra e Clitennestra in Sartre va ben al di là dei suoi risvolti tradizionali ed è alla base della mancata evoluzione di Elettra nella liberazione dall'oppressione dalla divinità : Elettra in realtà non cercava la vera libertà in cui fondare la propria esistenza, ma solo la liberazione da una situazione materiale insopportabile; fin dall'inizio  nella sua concezione di giustizia retributiva, nel suo attaccamento al passato, nel fatto che, sebbene rifiutasse di portare per loro il lutto, i morti, soprattutto Agamennine, Ifigenia e gli Atridi del passato, restassero il suo punto di riferimento costante, la rende estranea ai problemi esistenziali che Sartre ha voluto incarnare nella figura di Oreste. 
Ribellandosi solo superficialmente e solo agli aspetti ipocriti più evidenti dell’oppressione, Elettra non aveva mai messo in discussione la rassicurazione, la protezione offerta dagli dei e dai morti. Non troviamo più l’Elettra assetata di giustizia che avevano messo in scena i tragici e Giraudoux : ella non lo è più dopo l’atto che ha commesso. Come commenta Jeanson : «Elettra si augurava la morte della coppia aborrita, ma non la voleva veramente : aveva demandato ad altri e lei era solamente un’attesa  attesa del giorno in cui il suo sogno si fosse realizzato, attesa di un altro che agisse al posto suo, attesa di quel fratello sconosciuto che forse non sarebbe mai tornato. E poiché la sua ragione di vivere non era più la vendetta, ma la speranza di questa vendetta, era necessario che quella sua attesa non venisse mai appagata, che quell'atto rimanesse sempre sospeso nel futuro; bisognava che il suo odio potesse contemplare indefinitamente il proprio oggetto senza mai raggiungerlo. Proiettato nel futuro, quell'atto era pura giustizia; come compiuto, come già trascorso, quell'atto irreparabile si è tramutato in un delitto».

È a questo punto che le strade dei due fratelli, anche se apparentemente si uniscono, si separano : Elettra infatti arriva ad identificarsi, seppur inconsciamente, con i cittadini di Argo che avevano respinto le sue incitazioni a liberarsi, e cade anche lei sotto il culto dei morti.

Oreste invece fin dall'inizio mosso dallo stesso intento che aveva spinto alla ribellione Elettra, liberare la città, ma per motivi diversi : non per liberarsi dalla sofferenza e sconfiggere gli oppressori, come il popolo, rappresentato da Elettra, ma per fondare in un atto collettivo la propria individualità; il suo è quindi il dramma, derivante dal perenne senso di non appartenenza e estraneità rispetto alla società, che caratterizza la condizione dell’intellettuale in Europa a partire dalla rivoluzione industriale. Quello a cui Oreste aspira è tradurre la propria cultura astratta in un atto sociale che gli permetta di fondarla, e di fondare se stesso, nell'approvazione della collettività. Il personaggio di Oreste si costruisce infatti secondo le intenzioni dell’autore nell'opposizione fra due tipi di libertà, «la libertà dell’indifferenza e quella dell’impegno», e la sua evoluzione consiste nel passaggio dall'una all'altra.


Quando arriva ad Argo, Oreste è l’incarnazione stessa del rifiuto dell’impegno, incarnando quello che era stato l’atteggiamento dello stesso Sartre fino agli anni Trenta, da lui stesso così descritto durante la vecchiaia con parole che ci danno la chiave d’interpretazione delle parole di Oreste : «Prima delle guerra mi consideravo semplicemente un individuo e non scorgevo assolutamente il legame che c’era fra la mia esistenza individuale e la società nella quale vivevo […] avevo elaborato tutta una teoria in proposito : ero “l’uomo solo”, vale a dire l’individuo che s’oppone alla società e nei confronti del quale quest’ultima è impotente , perché è libero […] fino a quel momento mi ero creduto una libertà sovrana ed era stato necessario che m’imbattessi, attraverso la mobilitazione, nella limitazione della mia libertà perché prendessi coscienza dell’importanza della gente e dei miei legami con tutti gli altri e di tutti gli altri con me. La guerra ha veramente diviso la mia vita in due […] è in guerra che sono passato all'individualismo e dall'individuo puro di prima della guerra al sociale, al socialismo». Perciò l’evoluzione di Oreste si può spiegare come da un lato con la trasposizione letteraria del percorso umano e intellettuale di Sartre stesso e dall'altro come conseguenza diretta delle circostanze storiche nelle quali l’opera fu concepita, la Francia in preda ai tedeschi e ai collaborazionisti; anche l’espiazione costante imposta dai sovrani alla città è da Jeanson collegata alla «politica del mea culpa imposta dall'alto e attuata dal governo di Vichy». La situazione di Parigi è descritta dall'autore stesso : «Nel momento in cui stavamo per abbandonarci ai rimorsi, gli uomini di Vichy e i collaborazionisti, pur cercando di volerci spingere a questo atteggiamento, in realtà ce ne trattenevano. L’occupazione non consisteva solo nella presenza costante dei vincitori nelle nostre città : era anche su tutti i muri, nei giornali, quell'immagine immonda di noi che costoro volevano imporre a noi stessi. I collaborazionisti cominciavano con l’appellarsi alla nostra buona fede. “Abbiamo perduto – dicevano – dimostriamoci buoni giocatori : riconosciamo i nostri errori”. E subito dopo : “Conveniamo che il francese è leggero, stordito, millantatore ed egoista, che non capisce nulla delle nazioni straniere, che la guerra ha sorpreso il nostro paese in piena decomposizione».

Così Argo in preda alle mosche appare a Oreste come una città da conquistare, nel senso che vi potrà realizzare alla fine la sua libertà a prezzo di un gesto nel quale si metterà totalmente in gioco. In questa situazione la libertà esprime la gravità della condizione umana. Ne Le Mosche Sartre ha messo in scena il cammino che porta l’individuo alla riconquista di sé, la via d’accesso alla vita autentica attraverso la permanenza dell’angoscia.  Ma, poiché la forma ideale della libertà si identifica per lui con l’indipendenza, Oreste cercherà di imparare dalla realtà senza dover subire gli inconvenienti della situazione dei cittadini di Argo. Sinceramente convinto di voler essere uno di loro, mirerà soltanto ad esistere attraverso la loro mediazione : servendosi di loro per sentire di esistere, Oreste non rifiuterà di esistere in rapporto a loro. La sua evoluzione si basa sulla scoperta che l’agire precede l’essere e lo determina, illustrazione letterale del principio dell’esistenzialismo dell’esistenza che precede l’essenza.

Con Elettra, che invece rappresenta la vita concreta, la sofferenza che si misura nel quotidiano, che sfugge a qualsiasi sublimazione e consolazione offerta dalla cultura e ha fede unicamente nelle risoluzioni materiali, Oreste va incontro a una prima sconfitta, a venire a patti con il fatto che la gente non è disposta a farsi aiutare, ma preferisce crogiolarsi nell'ignoranza e nell'oscurantismo.


La mancata comprensione da parte di Elettra di quella che ormai Oreste avverte come una vera e propria missione è metafora dell’estraneità della borghesia, e ancor di più della classe operaia, alle inquietudini dell’intellettuale, rappresentate da Oreste, estraneità che inevitabilmente si tramuta in ostilità contro colui che alla fine è percepito come un pericoloso elemento di disturbo. Uccidere la propria madre assume qui il significato di rinnegare i propri valori passati, di mettere completamente in discussione il proprio background, passo che Elettra non è disposta a compiere in concreto. Dopo l’orrore rappresentato dalla Seconda Guerra Mondiale e quello ancora più grande del collaborazionismo, Sartre percepiva chiaramente le necessità di dover sovvertire l’ordine costituito, i cui lati oscuri a tale orrore avevano portato ; è però consapevole che una simile azione di rifondazione della società avrebbe distrutto i sogni della sua stessa classe sociale, dei suoi consanguinei, dai quali sarebbe stato rinnegato e respinto, proprio come Oreste lo è da sua sorella. E Oreste no cerca di convincerla, ma la lascia libera di non essere libera, ribadendo uno dei punti fermi della filosofia sartriana, il valore attribuito alla libertà degli altri : «noi vogliamo la libertà per la libertà e in ogni circostanza particolare. E, volendo la libertà, scopriamo che essa dipende interamente dalla libertà degli altri, e che la libertà degli altri dipende dalla nostra. Certo, la libertà, come definizione dell’uomo, non dipende dagli altri, ma, poiché vi è impegno, io sono obbligato a volere, contemporaneamente alla libertà mia, la libertà degli altri, non posso prendere la mia libertà per fine, se non prendendo ugualmente per fine la libertà degli altri». Inoltre Sartre, attraverso il personaggio di Elettra, si mostra sensibile al problema della posizione della donna nella società, che porterà Simone de Beauvoir a scrivere Il secondo sesso : arrendendosi, Elettra si lascia ricondurre alla visione tradizionale della donna quale essere debole e bisognoso di protezione, al suo ruolo domestico tradizionale, alla sua funzione sociale subordinata a quella dell’uomo. È a questo punto che Elettra, mostrando di aver compiuto un percorso a ritroso rispetto alle potenzialità intrinseche della sua prima apparizione, rientra pienamente nella matrice eschilea e sofoclea del suo personaggio, timoroso  di offendere gli dei e deciso a dedicare la propria vita al lutto e al ricordo dei morti.

Contro la resa di sua sorella, contro la sua scelta di colpevolezza, Oreste proclama che si assume la responsabilità del suo atto.

Ormai egli è «condamné»  alla libertà, esiliato dall’Essere stesso. Poiché l’Essere è il Bene e la libertà non è che il non-essere, egli non può ricorrere ad altri che a se stesso. La sua libertà ormai potrà compiersi soltanto se egli se la assume, perché non potrà ricongiungersi al suo essere, ricongiungersi a se stesso, se non appropriandosi dell’essere stesso del mondo.

Questa idea di condanna alla libertà è centrale nella prima fase dell’opera di Sartre, in quella che è definita la fase dell’engagement, e riassume il dramma di Oreste e di Elettra. Secondo Sartre bisognava riconoscere che, abolita l’idea di Dio, l’uomo si trovava ad essere inspiegabilmente gettato nel mondo e abbandonato a se stesso. Avendo perso il proprio punto di riferimento ultraterreno, egli si trova inoltre a dover mettere in discussione, addirittura a dover demolire, l’impalcatura dei valori considerati validi sino a quel momento in quanto l’oggettività di questi valori non era garantita che dal cristianesimo. In altre parole, se Dio non esiste, la logica conclusione è che l’uomo si trova messo di fronte alla propria libertà assoluta e ingiustificabile: egli è costretto allora ad inventarsi, vale a dire a creare ex-novo i propri valori e ad autoeleggersi legislatore morale per se stesso e per gli altri :«così non abbiamo né dietro di noi né davanti a noi, nel luminoso regno dei cieli, giustificazioni o scuse. Siamo soli, senza scuse. Situazione che mi pare di poter caratterizzare dicendo che l’uomo è condannato ad essere libero. Condannato perché non si è creato da solo, e ciò nondimeno libero perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto quanto fa». Sartre afferma che, per giustificare la propria mancanza di impegno, non è possibile rifugiarsi dietro la scusa delle passioni umane o appellarsi alla comoda scorciatoia del determinismo : «Allorché io dico che la libertà in ogni circostanza concreta non può avere altro scopo che di volere se stessa, una volta che l’uomo abbia riconosciuto che egli pone dei valori, egli stesso non può più volere che una cosa : la libertà come fondamento di tutti i valori».

Per affrontare il tema della libertà è necessario dare dei chiarimenti su quello che ad essa, in Sartre si oppone, cioè la divinità, analizzata nella sua presenza nel dramma.



Ne Le Mosche gli dei, in particolare Giove e le mosche \ Erinni, sono molto presenti, ma questa onnipresenza non fa che amplificare la dimostrazione della loro impotenza.

All'inizio, Giove si confonde con Zeus della mitologia, facendo la sua prima apparizione sotto forma di una statua grottesca presente sulla scena. Oltre che attraverso la statua, proprio come gli dei antichi, si presenta celato sotto forma umana, nei panni dell’ateniese Demetrio. Non viene però mai meno la continuità fra statua e incarnazione umana, ironicamente sottolineata dalla barba.

Come il Mentore dell’Odissea, al quale si riferisce esplicitamente,  il dio non lascia mai il giovane Oreste, cercando in ogni modo di tenerlo lontano da Argo. In quanto dio, egli può anche compiere dei miracoli, che però si rivelano non essere altro che banali trucchi da prestigiatore, e la sua epifania quale Giove tonante è caricaturale. A complicare ulteriormente l’immagine della divinità si aggiungono i palesi riferimenti giudei-cristiani di cui essa si fa portatrice : spesso Giove infatti assume le sembianze del Dio vendicatore e crudele dell’Antico Testamento e anche il lungo discorso che rivolge a Oreste  ricalca quello del libro di Giobbe, in cui Dio schiaccia la sua creatura evocando la maestà della sua creazione. Ma se Sartre ci presente il padre degli dei sulla scena è precisamente per far rendere conto egli stesso della sua impotenza davanti alla sua creatura. È dunque chiaro che questo dio che si affanna a nascondere agli uomini la loro libertà e a far regnare l’ordine morale grazie a una suggestione psicologica fondata sul terrore, non è altro che il simbolo dell’oppressione esercitata dalla religione, alla quale Oreste si ribella con  l’inaspettata decisione finale di partire, determinata dalla proposta di Giove, che si è arreso, di metterlo sul trono di Argo insieme ad Elettra. In termini filosofici, Giove rappresenta anche una natura dalla quale l’uomo, che sta nel mondo «comme l’écharde dans la chair», è escluso per la sua libertà. L’atto di Oreste diviene quindi simbolo della libertà umana incompatibile con l’esistenza di Dio, e l’apoteosi della libertà umana non potrà essere meglio celebrata che dal Dio stesso che assiste, solo e inerme, al suo stesso crepuscolo.

L’altra incarnazione della divinità è rappresentata dalle mosche \ Erinni, che si muovono su un duplice piano : inviate dagli dei contro i criminali, come una delle piaghe d’Egitto, le mosche rappresentano la collera dei morti e nello stesso tempo il rimorso e il marciume morale che regnano ad Argo, e nel terso atto riappaiono come le Erinni che si manifestano dopo il matricidio, come nell’Orestea eschilea. Alle reminiscenze antiche si aggiungono però significativi cambiamenti. Ma, mentre, alla fine delle Coefore le Erinni divenivano visibili solo a Oreste, mentre il coro vi vedeva soltanto un’illusione, ne Le mosche è invece la sola Elettra a vederle : Giove infatti, avendo perso il suo potere su Oreste, ripiega su Elettra, che non tarderà a gettarsi tra le sue braccia per sfuggire all'orrore che le ispira un atto che nondimeno non aveva smesso di sognare per quindici anni. È solo allora che le divinità persecutrici si accaniscono su Oreste, poiché ha scelto l’angoscia, e questi abbandona Argo, congedandosi dai suoi uomini, dei quali ha preso tutti i rimorsi : come il suonatore di flauto di Sciro, al quale Oreste allude nel suo discorso di comminato,  aveva allontanato i ratti che devastavano la città, egli porterà con sé le mosche, con le quali dimorerà per tutta la vita. Ben lungi dal pentirsi del suo crimine, se ne assumerà la responsabilità per tutta la vita, continuando a perpetuarlo. Questa uscita di scena di Oreste, misteriosa, avvincente e avvolta in un’atmosfera di allegoria, è scenicamente la più bella riuscita del dramma.

Di questa uscita di scena ci sono varie interpretazioni : secondo Louette, il rifiuto di Oreste di rinnegare il suo crimine è un atto per dimostrare agli Argivi che le Erinni non hanno un’esistenza reale e con cui libererebbe la città dai rimorsi che la logorano. Delmas vede nella partenza di Oreste un atto di natura magica volto a coprire con artifici teatrali il fallimento di una linea di condotta, mentre Goldmann la interpreta il suo comportamento come il delirio di un assassino che, credendosi Giove, vorrebbe comandare le mosche. Il discorso di Oreste che conclude la tragedia non da alcuna risposta a questi interrogativi, e non si capisce nemmeno se, concretamente, egli abbia vinto o perso. Le indicazioni sceniche sembrerebbero far propendere il giudizio verso una vittoria di Oreste: la folla si scosta per farlo passare e le Erinni si lanciano al suo inseguimento. A questa vittoria si accompagna però una sconfitta, perché colui che era venuto a liberare la città alla fine se ne va via in esilio.







Ma, secondo lo stesso Sartre, Oreste è un eroe positivo, che mostra agli altri un esempio di libertà, facendosi carico di tutte le conseguenze del suo atto. Grazie alla sua decisione il popolo di Argo si libera però dalla contaminazione, e non sono gli dei a produrre lo scioglimento, come nei tragici antichi, ma l’uomo stesso. Dopo il matricidio, egli si rende conto di essere tornato ad Argo solo per uscirne, questa volta seguito dalle Erinni. La sua libertà non ha senso né per sua sorella né per i suoi cittadini e, come commenta Jeanson, «il linguaggio di Oreste non è il loro linguaggio; i loro problemi non sono i suoi. Tra Oreste e loro c’è quella distanza, inafferrabile e radicale, che separa colui che si impegna volontariamente da colui che viene mobilitato, l’uomo che decide liberamente di compromettersi e l’uomo che era compromesso già fin dalla nascita». Ancora una volta sono le parole di Simone de Beauvoir a poterci illuminare sul senso del dramma, richiamando il contesto in cui è nato e i mutamenti da esso apportati alle sue concezioni e alla sua personalità umana e letteraria e autorizzandoci a dare un significato ottimistico all'epilogo dell’opera : «L’esperienza di prigionia incise su di lui profondamente : gli insegnò la solidarietà. Invece di sentirsi angariato, partecipò con gioia alla vita in comune […] Ormai, invece di contrapporre individualismo e collettività, riusciva a concepirli solo legati fra di loro. Gli era possibile realizzare la sua libertà senza accettare soggettivamente la situazione data, ma modificarla oggettivamente contribuendo all'edificazione di un avvenire conforme alle sue ispirazioni». 




Il problema è certamente vasto e ha sempre suscitato ampi dibattiti sui quali non possiamo soffermarci in quanto essi non costituiscono lo scopo precipuo di questo lavoro. Quello che qui ci interessa sottolineare, invece, è questa fiducia di Sartre nella totale libertà dell’individuo, l’idea ad essa sottesa secondo la quale, al di là delle circostanze, l’uomo ha sempre la possibilità di esercitare la propria libertà e di essere artefice del proprio destino, e soprattutto il fatto che egli si sia servito dei miti antichi per esprimere le sue concezioni.

lunedì 28 gennaio 2013

Stupore e tremori - Amélie Nothomb


“C’è sempre il modo di obbedire. E i cervelli occidentali dovrebbero capirlo, una buona volta”

“La cosa peggiore è che, nel resto del mondo, si pensa che questa gente sia privilegiata” 

“Perdoni il mio indegno occidentalismo” 


Iperbolico, ironico, graffiante, surreale, grottesco, sarcastico, pieno di umorismo bellicoso e, semplicemente, folle, questo libretto rivela nelle sue pagine paradossali e incalzanti il genio di questa scrittrice, che vive e scrive come un geniale e stupito extraterrestre piovuto per sbaglio sul nostro pianeta. Perché è innegabile : Amélie Nothomb è un genio, il suo cervello e la sua penna vanno per conto loro velocissimi e inarrestabili attraverso percorsi propri e inimmaginabili che tengono i lettori incollati alla pagine. 

“Stupore e tremori” sono quanto l’antico cerimoniale di corte giapponese prescrive a chi ha l’onore quasi sovrannaturale di un incontro con l’imperatore; ma sono anche l’atteggiamento che si richiede giorno per giorno, in ogni occasione, al povero popolo giapponese e alla giovane Amélie che, lieta di ritornare nel paese in cui era nata e aveva trascorso l’infanzia fino al punto di convincersi di essere giapponese, dopo la laurea viene assunta in un’importantissima ditta nipponica. Comincia così una lenta e inarrestabile discesa nell'inferno kafkiano della realtà lavorativa giapponese, in cui Amélie deve fare i conti con una mentalità chiusa, perfezionista, morbosamente e ossessivo-compulsivamente formale, opprimente e rigidamente gerarchica e in cui l’individualità degli esseri umani è quotidianamente schiacciata e annullata. 

Ma da un europeo, e soprattutto da un europeo dotato di una personalità forte e originale come lei, l’individualismo è inestirpabile : comincia così uno scontro fra mentalità e civiltà il cui risultato è un anno di ininterrotto, sadico mobbing nella descrizione del quale si alternano le riflessioni allucinate e iperbolicamente mirabolanti dell’autrice e una lucida analisi sociologica della morbosa e malata realtà umana e lavorativa del Giappone contemporaneo, il paese in cui una delle cause di morte è il karoshi,  in cui non contano valori come l’individualismo - ideale diffuso in Europa da sempre - ma il bene collettivo che sacrifica ogni tipo di umanesimo, uno spirito di sacrificio esagerato e ridicolo, un’abnegazione tanto lontana dal perseguimento della soddisfazione personale da celere evidentemente un deprimente vuoto interiore dovuto a secoli di lavaggio del cervello, regole ferree e inderogabili su dettagli superflui, rigide gerarchie che abbattono qualsiasi meritocrazia… Non meraviglia quindi che il Giappone sia il paese con il più alto tasso di suicidi al mondo; Amélie si meraviglia anzi che i suicidi non siano ancora più numerosi : i membri un popolo così vanamente competitivo, frustrato e compassato vanno a pezzi non appena la loro individualità tenta di ribellarsi. 

È con questo mondo assurdo che l’autrice, occidentale, spontanea, individualista e anticonformista, deve confrontarsi. Anche se all'inizio era stata assunta come interprete, uno dei primi ordini che Amélie riceve è quello di disimparare il giapponese perché la sua conoscenza della lingua creava un’ “atmosfera detestabile” durante le riunioni : la presenza di una bianca che parlava la loro lingua metteva infatti a disagio i partner delle altre aziende. 
Abbondano altri gli episodi di una tragicomicità grottesca, come la famosa lettera ad Adam Johnson, che Amélie riscrive infinite volte solo per vedere il suo capo strapparla e ingiungerle di ricominciare finché «Esplodevano categorie grammaticali in mutazione. E se Adam Johnson diventasse il verbo, domenica prossima il soggetto, giocare a golf il complemento oggetto e il signor Saito l’avverbio? Domenica prossima accetta con gioia di andare a adamjohnsonare un giocare-a-golf signorSaitamente. E tanti saluti ad Aristotele!». 

Sorte peggiore hanno gli altri incarichi che Amélie, abbandonata alla sua scrivania, si auto attribuisce : distribuire la posta nei vari uffici è considerato “una grave iniziativa criminale”, perché significava attribuirsi un ruolo senza il permesso dei superiori. Le è concesso aggiornare i calendari, ma purché non dia spettacolo, distraendo gli impiegati. E la punizione per l’ennesima iniziativa personale non tarda : una delle parti più spassose / frustranti del libro è l’incubo delle fotocopie, le pagine in cui Amélie è costretta a fotocopiare innumerevoli volte le mille pagine del regolamento del club di golf del suo capo, che senza neanche guardarle buttava via risme e risme di fogli protestando che non erano centrate. 

Tutto l’anno che Amélie trascorre alla Yumimoto procede all'insegna del trionfo del sadomasochismo psicologico, delle umiliazioni e dei malintesi derivanti dallo scontro con una cultura e un modo di vivere agli occhi di noi Europei assurdi e inconcepibili. 
L’aspetto più sadico dell’esperienza di Amélie è che ogni suo errore è visto come una rappresaglia, come un gesto di vendetta e di sabotaggio e cioè, in sintesi, come una delle peggiori manifestazioni dell’individualismo occidentale, del considerare la sua dignità più importante degli interessi dell’azienda : “Un simile pragmatismo odioso è degno di un occidentale”.  

Non solo quindi deve essere umiliata e derisa, non solo non deve osare lamentarsene, non solo deve fare continuamente autocritica, ma viene anche rimproverata perché i suoi errori sono visti come un attacco all'azienda : “O è una traditrice o è una pazza scriteriata”. Quando si appartiene a due mondi completamente diversi qualsiasi gesto viene frainteso. Così un gesto spontaneo di Amélie, andare a consolare la sua aguzzina, la signorina Mori, corsa a piangere in bagno dopo essere stata umiliata pubblicamente, è visto da questa come un ‘offesa imperdonabile, come un volersi vendicare delle angherie subite gioendo della sua umiliazione, cioè esattamente quello che avrebbe fatto un giapponese in vena di vendetta. E così che Amélie finisce a pulire i bagni : “Mi perseguiti nel bagno? Molto bene. Ci resterai”. 

Andrebbero ricopiate per intero le pagine che descrivono la condizione della donna giapponese : “Se a venticinque anni non sei sposata, hai di che vergognarti, se ridi non sei fine, se il tuo viso esprime un sentimento sei volgare, se menzioni l’esistenza di un pelo sul tuo corpo sei immonda, se un ragazzo ti bacia su una guancia in pubblico sei una puttana, se mangi con piacer sei una scrofa, se provi piacere a dormire sei una vacca”. 

Un altro elemento sul quale il libro attira l’attenzione è un aspetto sul quale in genere si preferisce glissare ma che invece chiunque consideri il Giappone una terra promessa dovrebbe tener presente : il radicato razzismo dei giapponesi nei confronti degli Occidentali, individui dall'intelligenza inferiore, incapaci di lavorare seriamente e colpevoli di infinite nefandezze, dall'individualismo al sudore. Discorsi che Amèlie deve ascoltare sono infatti di un tenore del genere : “Potremmo forse aiutarli a puzzare di meno, ma non potremmo mai evitare che puzzino. È la loro razza. Da loro perfino le belle donne sudano”. 
Questo atteggiamento prevenuto e chiuso caratterizza anche i rapporti interpersonali fra giapponesi stessi, rapporti che dietro quella profusione di inchini e frasi di circostanza nascondono reciproca diffidenza e ostilità o, nella migliore delle ipotesi, incapacità di lasciarsi andare.  

Uno dei punti di forza del libro è lo stile, uno stile originalissimo e inimitabile, mirabolante, preciso, effervescente, che crea effetti stupefacenti attraverso l’accostamenti di diversi livelli di linguaggio e, soprattutto, attraverso la descrizione di episodi umilianti e imbarazzanti o dettagli quotidiani attraverso toni epici e lirici che creano pathos e enfasi. 
Sebbene la lettura riveli un climax drammatico nel procedere incalzante e alienante dei soprusi subiti dalla protagonista, leggendolo si ride, perché nemmeno un anno in Giappone ha privato l’autrice del suo umorismo irresistibile e della sua ironia; l’impressioni finale è quindi quella di aver letto uno dei libri più divertenti e intelligenti della propria vita. 

Perciò consiglio vivissimamente questo libro e tutti gli altri della Nothomb con alcune avvertenze : 
1 : provoca dipendenza! Attenzione : comprare un solo suo libro vi spingerà a correre a procurarvi tutti gli altri 
2 : dopo un paio d’ore di lettura ininterrotta il vostro cervello prenderà il suo ritmo e quindi per il resto del giorno vedrete, penserete, direte e farete cose strane! 
3 : otaku a vari livelli : studiate bene e smettete di pensare al Giappone come la terra promessa in cui vi accetteranno per quello che siete : lì, se non lavorate e producete secondo i loro standard, nella migliore delle ipotesi vi sbattono a pulire i bagni.