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giovedì 13 settembre 2012

Eve no Nemuri - Akimi Yoshida


Oggi parliamo del manga preferito della Comnena - almeno per ora, perché i miei gusti cambiano sempre!! 
Ma questo è stabile in pole position da un bel po' e si merita un post e anche un po' di spam :) Infatti questa mangaka bravissima e geniale in occidente è proprio sfortunata e, se non fosse stato per il mio fantastico team internazionale, neanche io avrei potuto leggere i suoi capolavori.


Innanzitutto un po’ di background : イヴの眠り titolo che non siamo riusciti a rendere in nessun modo decente in italiano, ma che in inglese diventa dignitosamente “Sleeping Eve”, è un manga relativamente breve se paragonato alla produzione precedente della Yoshida, ma in realtà è il seguito di Yasha, con il quale è un tutt’uno, perché lo prosegue e lo finisce. Dal momento che uno dei protagonisti di Yasha a sua volta proviene da Banana Fish, possiamo considerare questi tre manga una trilogia. Teoricamente, anzi, potremmo anche parlare di tetralogia, visto che alcuni dei personaggi di Banana Fish già erano apparsi in California Monogatari nel 1978, ma sono personaggi secondari in entrambi i manga.
Tornando a イヴの眠, pubblicato dal 2004 al 2007 nella rivista Flowe C della Shokakukan, nel 2006 è stato finalista per il Premio culturale Osamu Tezuka. Attraverso varie peripezie tutti e 5 i volumi sono arrivati anni fa a casa mia e ringrazio ancora gli dei per essere stata una dei pochi ad avere la possibilità di leggerli rileggerli e rileggerli, e scoprire ogni volta nuovi dettagli e nuovi particolari.

Sebbene sia composto solo di cinque volumi, la trama è molto complessa, piena di personaggi vecchi e nuovi, di flashback, di intrighi politici e criminali, di amore ma anche di efferatezza e cinismo.
Rispetto a questi sviluppi e contrariamente alle due parti precedenti della trilogia, il manga si apre in una situazione di normalità quotidiana. Sono passati diciotto anni dalla tragica e commovente fine di Yasha e Ken e Lu Mei da mercenari professionisti sono diventati genitori affettuosi e responsabili e vivono alle Hawaii con i loro due figli, Arisa e Shinji, in un luogo idilliaco dalla bellezza quasi sovrannaturale. Ken si occupa delle piantagioni di caffè della sua famiglia, Lu Mei, che già in Yasha aveva rivelato u carattere molto sensibile e comprensivo, è una madre a tempo pieno, anche abbastanza severa, e Arisa e Shinji vanno a scuola, frequentano gli amici, si divertono e sono felici in un piccolo mondo protetto e sicuro.

Ma Arisa, la protagonista, è il frutto di un tragico passato che ancora perseguita i sopravvissuti, e sebbene all'inizio non sia a conoscenza delle circostanze della sua nascita, fin da bambina si rende conto di essere diversa: la ragazzina ha infatti ereditato le doti sovrumane del suo vero padre, Sei, e quindi da sempre riesce a sentire suoni a frequenze non percepite dall'udito umano, è indescrivibilmente bella, straordinariamente forte e intelligente, può muoversi a velocità elevatissima, le basta veder fare una cosa una sola volta per saperla ripetere subito a perfezione, ha delle premonizioni e, soprattutto, fin dalla sua infanzia vede il fantasma di un bambino.
So che non c'è neanche la più remota possibilità che questo manga venga pubblicato in Italia, ma scoprire chi è questo bambino, che resterà in scena fino alla fine, è una delle parti più belle e commoventi della storia e quindi non lo rivelerò.

Ad ogni modo per le sue doti Arisa è insieme rispettata, temuta, guardata con diffidenza e tenuta a distanza dai suoi coetanei. Per questo si sente sola e accettata solo dalla sua famiglia, dalla madre, con la quale ha un rapporto in bilico fra amore e competizione, dal suo tanto iperprotettivo quanto inutile fratello minore e soprattutto da Ken : sebbene non sia il suo vero padre, Ken infatti la capisce, la adora, e la protegge e la vizia come anni prima avrebbe voluto fare con Sei, orgoglioso che la bambina gli sia stata affidata, pieno di rimpianto per non aver potuto proteggere Sei e deciso a riversare su Arisa tutto l'affetto che provava per il suo giovanissimo e tormentato padre. Quindi è da Ken che si rifugiava la piccola Arisa e Ken che la consolava e la viziava; la casa è infatti piena di foto di Arisa bambina aggrappata a suo padre e in molti flashback vediamo quanto fosse profondo il loro legame. La famiglia fa comunque una vita normale in una graziosa villetta fra conoscenti, amici, gente del villaggio, mare, spiaggia, scuola, corse sfrenate in moto sulla costa, nella vegetazione tropicale, lezioni di hula, battibecchi fra fratelli…

La tranquillità iniziale è però interrotta presto, come annuncia il misterioso bambino fantasma quando appare ad Arisa e le indica il cielo con un viso tristissimo. Arisa segue la direzione indicata dalla sua manina e vede un aereo avvicinarsi. In questo aereo ritroviamo vecchie conoscenze di Yasha, le guardie del corpo / istruttori di karate di Sin, e un nuovo personaggio a sorpresa : Rie, figlio di Sin e Akira, di un paio d'anni più giovane di Arisa, ragazzino moderno, con tanto di piercing e capelli tinti, costretto dai suoi accompagnatori a passare da jeans e t-shirt a giacca e cravatta. Infatti si trova sull'isola in missione per conto di suo padre che, come vediamo in seguito, grazie all'alleanza con il gruppo Amamiya e il suo erede, "Rin", ormai è un magnate dell'industria e della finanza, con tanto di copertina sul Times.

La missione affidata a Rie è semplice e allo stesso tempo difficilissima : prendere in prestito Arisa per affrontare un nuovo nemico che a velocità allarmante era riuscito a mandare in tilt tutti i loro più sofisticati sistemi di sicurezza, fino a giungere allo stesso presidente del gruppo Amamiya.
Il no di Ken e Lu Mei è tanto categorico che in seguito è lo stesso Sin a doversi recare a persuaderli di persona, e con un argomento molto convincente : la foto di un ragazzo identico e Sei / Rin e la notizia di cosa era nel frattempo successo al vero gemello sopravvissuto. 
Sempre nella remota ipotesi che il manga possa essere pubblicato non rivelerò chi è questo ragazzo; basti sapere che si chiama Shi Gui, che vuol dire Satana, che è un assassino spietato ed efferato, privo di anima e di umanità , che è legato a un personaggio trascurabile di Yasha e che è, ovviamente, il nemico, un nemico con tutti gli stessi poteri di Arisa e capace di entrarle nella mente, di sincronizzarsi ai suoi pensieri proprio come facevano i gemelli, un essere collegato a lei e a Sei e in grado di leggere le loro menti, provare le loro sensazioni e anche di sentire il loro dolore. Shi Gui è a capo della Red Scorpio, una nuova frangia scissionista della mafia cinese, storici nemici di Sin che fra l'altro mettono drammaticamente fine a qualcosa / qualcuno rimasto in sospeso in Banana Fish. 

Intanto Rie, che da piccolo aveva incontrato Sei più volte, si innamora di Arisa a prima vista, colpito dalla sue bellezza e dalla sua personalità. Impulsivo e sventato come suo padre da ragazzino, per questo amore inizialmente non ricambiato si rende protagonista di gag divertenti che hanno come filo conduttore la sua goffaggine e inesperienza. Coraggioso e intelligente, Rie è un personaggio fatto benissimo : sia lui che suo padre non sembrano mai del tutto a loro agio quando devono interpretare i loro ruoli pubblici e anche i loro rapporti risentono del fatto che si trovano in una posizione che impediva loro di esprimersi spontaneamente. Rie inoltre mal sopporta tutta la sorveglianza che suo padre gli ha posto attorno e spesso aspira a una vita normale che non gli è mai concessa del tutto, come nella scena della sua gara motociclistica mozzafiato con Arisa, con le guardie del corpo che li inseguono in macchina pregando freneticamente che l'unico figlio e erede di Sin su Rin non si sfracellasse sull'asfalto. Arisa all'inizio lo respinge e fino alla fine i suoi sentimenti non vengono mai chiariti, ma nei volumi successivi al primo fa sempre più affidamento su Rie, che le resta vicino nei momenti più difficili. Rie ha soprattutto un grande punto a suo favore : anche lui vede il bambino fantasma. 

Oltre a Sin, anche Shi Gui sta cercando Arisa da tempo e riesce ad arrivare anche lui sull'isola. Rie cerca di difenderla usando l'arma di Sin in Banana Fish, ma Shi Gui gliela rivolta contro e riesce a sparare a Ken, incapace di reagire dal momento in cui si trova davanti un nuovo Sei.
Da questo momento in poi, la vita di Arisa è destinata a cambiare : le sono rivelate la sua origine e la sua missione e, come nella favole di iniziazione, abbandona il mondo di innocenza e pace in cui era vissuta e parte per combattere, per riconquistare la sua eredità, la vera se stessa, e per incontrare suo padre. Nonostante ciò, prima di partire ribadisce che per lei il suo padre biologico non significa niente : il suo vero padre è solo Ken. Sin promette Ken a Lu Mei che si sarebbe presi cura di lei e di Shinji, che insiste per seguirli, e così tutti insieme scortano Arisa incontro al suo destino, il destino per proteggerla dal quale avevano unito le forze tutti i superstiti di Yasha, amici e nemici.

E questo è solo il primo volume. Anzi, metà  perché il volume contiene anche due storie fuori serie meravigliose. La prima è la vera fine di Yasha, con il ritrovamento del diario di Jonathan Smith, nascosto da Hisako, il ricordo della scena in cui questa veda per la prima volta nell'incubatrice il piccolo Sei, il figlio ai diritti sul quale aveva rinunciato per sacrificarlo alla scienza e che invece ama da quando la sua manina si aggrappa alle sue dita, e la fuga di Lu Mei, incinta ma non di Ken, con quest'ultimo che le corre dietro. La seconda invece mostra il passato di Ken, il suo primo incontro con Lu Mei in Cambogia e la nascita del loro amore, interrotto dai due per i rispettivi impegni bellici.

I volumi successivi sono un capolavoro di bellezza, suspense, thriller, intensità e emozioni. Ritroviamo con 18 anni in più, mogli, figli e nuovi rapporti reciproci tutti i sopravvissuti del cast di Yasha : è divertente vedere il padre di Takeru che combatte dalla parte dei buoni, Jack Mayo, Toichi padre di famiglia, Tetsuo, il cui futuro è toccato dalla tragedia, e soprattutto il vero protagonista della seconda partizione narrativa del manga, Imai, il custode del diario di Jonathan Smith, che sebbene odiasse ancora Sei è il suo uomo di fiducia, che accetta di gestire la situazione, di avere cura di Arisa, e che come un martire si sacrifica con abnegazione ed eroismo per il bene dell'umanità. 

La battaglia alla quale, in modo diverso, prendono parte tutti i personaggi, è spietata e senza esclusione di colpi, perché si combatte un nemico dalla crudeltà raffinata, privo di anima e di sentimenti che non siano la sua ossessione per Arisa, che oltre a Sei era la sua unica simile al mondo. L'efferatezza di Shi Gui e il sadismo dei suoi crimini non hanno uguali nelle due parti precedenti della trilogia : a differenza di tutti gli altri protagonisti negativi della Yoshida, è un mostro che combatte solo per se stesso, una lama a doppio taglio che distrugge senza eccezioni chiunque gli si avvicini non solo per utilità, ma per il puro piacere di farlo, il cui genio è asservito unicamente alla sua perversione. 

Arisa invece, a differenza dei suoi predecessori reali e ideali - Ash, Yue Lung, Sei e Rin - anche quando è al limite e con le spalle al muro non si trasforma mai nell'arma letale che tutti si aspettano che diventi. Fino alla fine, anche quando è costretta a scendere a patti con la realtà, quando è gravata dalla responsabilità delle vite di chi la circonda, per quanto lei stessa si costringa a diventare fredda e dura, fondamentalmente resta se stessa, una ragazza di 18 anni con una casa e una vita a cui tornare, le uniche cose che veramente le interessano. Nei manga delle Yoshida questa è la prima volta che vediamo una famiglia vivere insieme, dei figli crescere con i loro genitori in un clima di affetto e di quotidianità : ciò in un certo senso avvantaggia Arisa rispetto ai protagonisti precedenti, le dà una sicurezza e un equilibrio che le impediscono di autodistruggersi come Ash, Sei e Rin, personalità altrettanto eccezionali, ma troppo ferite, traumatizzate e tormentate per poter aspirare a una vita normale.

A un certo Arisa punto subisce il fascino di Shi Gui, che fra i gratuiti gesti di sadismo verso gli altri non smette mai di trattarla con complicità e gentilezza, ma solo perché per la prima volta aveva trovato qualcuno a lei simile. Se però non cade vittima della seduzione di un nemico / alter ego è perché nella sua vita subentra l'unico altro essere al mondo della sua stessa specie : il suo vero padre. 

Le scene più drammatiche, capolavori di tragicità e dolcezza, sono infatti quelle in cui padre e figlia davvero si ritrovano, in cui Sei finalmente smette di imporsi un gelido, ironico auto-controllo e si lascia andare con sua figlia, le parla non come un superiore e uno scienziato, ma come un padre, dimostrandole tutto il suo affetto e il suo orgoglio, rivelandole che in quegli anni non aveva mai smesso di pensare a lei e di proteggerla e che era stato felice di vederla e di stare con lei. Ed è l'amore di sua figlia a ripagare Sei di tutte le sofferenze indescrivibili della sua vita e a offrigli l'espiazione per tutto il dolore che aveva provato e provocato. Negli unici drammaticissimi e tristissimi momenti in cui concede a se stesso di essere padre, Sei finalmente ritrova l'umanità che aveva perso anni prima e si concede di amare qualcuno dopo Rin, di lasciare che sua figlia diventi per lui importante e di godere di attimi di felicità che hanno il valore di una vera e propria assoluzione. 

Questo epilogo commovente di una storia, di una battaglia iniziata a New York negli anni '80 e durata per decenni, infatti assolve e trasfigura le tragedie che l'hanno preceduta nella solennità del compimento di un destino epico e segnato. Il manga è inoltre anche una storia allo stesso tempo dolcissima e crudele, una storia ancora di guerra, di battaglie, ma anche di perdono, di dolcezza, di speranza e soprattutto di pace, la pace che finalmente scende su chi aveva più lottato e sofferto e che permette alla nuova generazione - Arisa, Rie, Shinji e i bambini - di dire addio a un passato crudele e di tornare a casa, di costruire finalmente un futuro positivo. La scena in cui Ken riabbraccia Arisa e la accoglie a casa alla fine di tutto rappresenta quindi il ristabilirsi dell'equilibrio, il ripristino della famiglia, della normalità e della speranza per il futuro. 

Questo inoltre è un manga sui rapporti fra genitori e figli - Arisa e Ken, Arisa e Sei, Arisa e Lu Mei, Rie e Sin - e fra genitori che riescono a prendersi cura dei figli degli altri e proteggerli, come Sin con i figli di Ken. Dopo le aberrazioni di Yasha e la sacrilega creazioni di cloni, è come se venisse ristabilita la sacralità della procreazione con la nascita di figli veri, cresciuti in vere famiglie.

Al di là dei significati della trama, innumerevoli sono le scene memorabili, belle, intense o anche divertenti : Ken e Lu Mei che aprono un armadietto dall'aria innocente e familiare che rivela un arsenale bellico in piena regola, Arisa sensualissima che balla la hula, i tenerissimi e pestiferi figli di Toichi - che vedono il fantasma anche loro e che lo aiutano ad aiutare Arisa a stanare Shi Gui - o quando Lu Mei insegna ad Arisa a usare lo Yan Zehn, proprio come aveva fatto a suo tempo con Sei, e poi la abbraccia, e soprattutto la scena bellissima in cui anche la storia del bambino fantasma si compie.

Questi cinque volumi, insieme agli altri due manga che li precedono, precedono sono una delle storie migliori, delle più belle, commoventi e geniali che abbia mai letto e che i personaggi, personaggi che ho visto crescere e evolversi pur restando sempre se stessi, mi mancheranno tutti. Trovare fra i manga una lettura di qualità così elevata, che coinvolge e arricchisce a un livello tanto profondo, che resta dentro e che dopo la prima lettura ne esige delle altre, che continua a far riflettere, pensare e commuovere, è rarissimo : la trilogia Banana Fish, Yasha e Eve no Nemuri è uno di questi casi rarissimi e aver avuto la possibilità di leggerli e rileggerli è una fortuna per la quale sarò sempre grata. E a chi mi ha permesso di leggerli posso dire solo una cosa… anzi no, non è qualcosa che si dice, ma che si dimostra!

PS : ci ho tenuto a mettere tutte le copertine delle due edizioni per farvi notare una cosa : ma quanto è migliorato il tratto della Yoshida?! Penso che di fronte a questi disegni anche quelli che, ai tempi di Banana Fish, l'avevano disdegnata per la "rozzezza" anti-shoujosa dei suoi disegni ora dovranno un po' ricredersi! No? Ok, allora vi ripropongo quella megera della protagonista, che è anche il mio avatar :

Orrenda, vero?! Quanto vorrei che anche le protagoniste degli ultimi shoujo che ho letto fossero disegnate così male XDXD

martedì 7 agosto 2012

"Sulla maniera e la utilità delle traduzioni"



Oggi parliamo di un problema di attualità che era di attualità anche nel 1816 e che si avvicina al duecentesimo compleanno : perché gli italiani non traducono? Perché si crogiolano nelle schifezzuole presenti - passate - future che riescono a produrre con le loro testoline, al massimo traducono le schifezzuole altrui e si autoescludono dalla letteratura mondiale, dai capolavori non solo dell'Europa, ma anche dell'America e, soprattutto, dell'Asia? 


A porre queste domande ci ha già pensato nel saggio di Madame de Staël Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni, tradotto in italiano e pubblicato sul primo numero della Biblioteca Italiana da Pietro Giordani, saggio che riporto perché, a distanza di duecento anni, la situazione non è cambiata :

Trasportare da una ad altra favella le opere eccellenti dell’umano ingegno è il maggior benefizio che far si possa alle lettere; perché sono sì poche le opere perfette, e la invenzione in qualunque genere è tanto rara, che se ciascuna delle nazioni moderne volesse appagarsi delle ricchezze sue proprie, sarebbe ognor povera: e il commercio de’ pensieri è quello che ha più sicuro profitto.
I dotti e anche i poeti, in quella età che gli studj risorsero, pensarono a scriver tutti in una medesima lingua, cioè latino, perché non volevano che ad essere intesi lor bisognasse di venire tradotti. Il che poteva giovare alle scienze, le quali non cercano le grazie dello stile per esprimere i loro concetti. Ma da ciò accadde che il più degl’Italiani ignorasse quanta dovizia di scienze abbondasse nel paese loro, perché il maggior numero di quelli che potevano leggere non sapeva latino. E d’altra parte, per adoperare questa lingua nelle scienze e nella filosofia bisogna creare vocaboli che ne’ Romani scrittori ci mancano. Laonde i dotti d’Italia venivano ad usare una lingua che era morta, e non antica. I poeti non uscivano dalle parole né dalle dizioni de’ classici: e l’Italia, udendo tuttavia sulle rive del Tevere e dell’Arno e del Sebeto e dell’Adige la favella de’ Romani, ebbe scrittori che furono stimati vicini allo stile di Virgilio e di Orazio, come il Fracastoro, il Poliziano, il Sannazaro: dei quali però se non è oggidì spenta la fama, giacciono abbandonate le opere, che dai soli molto eruditi si leggono: tanto è scarsa e breve la gloria fondata sulla imitazione. E questi poeti di rinnovata latinità furono rifatti Italiani dai lor concittadini: perocchè è opera di natura che la favella, che è compagna e parte continua di nostra vita, sia anteposta a quella che da’ libri s’impara, e si trova solamente ne’ libri.
So bene che il miglior mezzo per non abbisognare di traduzioni sarebbe il conoscere tutte le lingue nelle quali scrissero i grandi poeti, greca, latina, italiana, francese, spagnuola, inglese, tedesca. Ma quanta fatica, quanto tempo, quanti aiuti domanda un tale studio! Chi può sperare che tanto sapere divenga universale? e già all’universale dee por cura chi vuol far bene agli uomini. Dirò di più: se alcuno intenda compiutamente le favelle straniere, e ciò non ostante prenda a leggere nella propria lingua una buona traduzione, sentirà un piacere per così dire più domestico ed intimo provenirgli da que’ nuovi colori, da que’ modi insoliti, che lo stil nazionale acquista appropriandosi quelle forestiere bellezze. Quando i letterati d’un paese si vedono cader tutti e sovente nella repetizione delle imagini, degli stessi concetti, de’ modi medesimi; segno è manifesto che le fantasie impoveriscono, le lettere isteriliscono: a rifornirle non ci è migliore compenso che tradurre da poeti d’altre nazioni.
Nella quale opera, acciocch’ella sia profittevole, guardiamoci dall’usanza francese di tramutar sì le cose altrui che della origine loro niente si ravvisi. Colui che mutava in oro ogni cosa che toccasse, non trovò più cosa che lo nutrisse. Né da quella perversa maniera di traduzioni caverebbe alimento il pensiero: né apparirebbe novità nelle cose pur di lontano cercate, poiché si vedrebbe ognora la stessa faccia, con poca varietà di ornamenti. Ma questo error de’ Francesi ha molte scuse: l’arte dei versi appo loro è piena di malagevolezze; rarità di rime; non diversità di metri; difficoltà d’inversioni: il povero poeta è chiuso in giro sì angusto, che di necessità egli dee ricadere se non sopra gli stessi pensieri, almeno sopra gli stessi emistichj somiglianti; e la struttura de’ versi prende naturalmente una monotonia noiosa; dalla quale può bene talora liberarsi l’ingegno quando più s’alza ne’ suoi voli, ma non quando cammina per così dire sul piano, e passa d’uno in altro argomento, e spiega il suo concetto, e raccoglie le sue forze, e prepara i suoi colpi.
Sono perciò rare tra’ Francesi le buone traduzioni poetiche; eccetto le Georgiche volgarizzate dall’abate De-Lille. I nostri traduttori imitan bene; tramutano in francese ciò che altronde pigliano, cosicché nol sapresti discernere: ma non trovo opera di poesia che faccia riconoscere la sua origine, e serbi le sue sembianze forestiere: credo anzi che tale opera non possa mai farsi. E se degnamente ammiriamo la georgica de l’abate De-Lille, n’è cagione quella maggior somiglianza che la nostra lingua tiene con la romana onde nacque, di cui mantiene la maestà e la pompa. Ma le moderne lingue sono tanto disformi dalla francese, che se questa volesse conformarsi a quelle, ne perderebbe ogni decoro.
Gl’Inglesi, tanto più liberi di noi e nel comporre i versi e nel rivoltare le frasi, avrebbero potuto arricchirsi di traduzioni fatte con esattezza e naturalezza; se non che i primi autori di quella nazione ricusarono tale fatica: e il Pope (che è pur l’unico) ha cavato due bei poemi dall’Iliade e dalla Odissea; ma non ritenne punto di quell’antica semplicità, nella quale sentiamo l’efficacia e l’arcana potenza dello stile d’Omero.
        E per verità non è verisimile che per tremila anni l’ingegno d’Omero sia rimasto superiore a tutti gli altri poeti. Ma nelle traduzioni, ne’ costumi, nelle opinioni, in tutte le sembianze di quel tempo omerico, ci è qualche cosa di primitivo che insaziabilmente diletta: ci è un principio del genere umano, una gioventù de’ secoli, che leggendo Omero ripete ai nostri animi quell’affezione di che ognora ci commove il rimembrare della nostra fanciullezza: e questo interno commovimento, che si mescola colle imagini dell’aureo secolo, fa che il più antico de’ poeti sia da noi anteposto a tutti gli altri poeti. Che se alla composizione omerica togli quella semplicità di un mondo che incomincia, ella non è più singolare, e diviene comune.
In Germania si è voluto da molti eruditi che le opere d’Omero non fossero composte da un solo; e che l’Iliade e l’Odissea fossero una raccolta di canti diversi, coi quali si celebrava in Grecia il conquisto di Troia, e ’l ritorno de’ vincitori. A me pare che questa opinione si possa facilmente contraddire; e che l’unità di concetto della Iliade non conceda il credere quella diversità e di scrittori e di tempi. Perché proporre unicamente di cantare lo sdegno di Achille? I fatti seguenti, e sopra tutto la presa di Troia ond’ebbe fine la guerra, doveano naturalmente esser subietto a quelle rapsodie che si dicono da diversi autori composte, e doveano divenir parte di quel poema che s’intitola da Troia. Ora lo eleggere fra tanti casi uno solo, cioè la collera di Achille, e intorno a quello ordinare tanti accidenti che un poema comprende, è disegno che una sola mente può immaginare e colorire. Nè io perciò voglio qui disputare d’una sentenza, che a mantenerla o a combatterla vorrebbe una erudizione spaventevole: dico solamente che della principale grandezza di Omero dee tenersi partecipe il suo secolo; poiché fu pur creduto che molti poeti di quella età avessero contribuito alla Iliade. E ciò si aggiunga agli altri argomenti che c’inducono a credere che quel poema è come uno specchio, nel quale si rappresenta il genere umano già pervenuto a un certo segno di civiltà; e quell’opera è suggellata più dal carattere comune del secolo, che dal proprio dell’autore.
Non bastò ai Tedeschi d’investigare dottamente l’esistenza di Omero: vollero che divenisse loro cittadino. E la traduzione del Vossè riputata somigliar l’originale più di qualunque siasi fatta in altro linguaggio; perché egli adoperò il ritmo degli antichi: e affermano che il suo esametro tedesco seguita di parola in parola l’esametro greco. Io credo che tale traduzione sia efficacissima a farci precisamente conoscere il poema antico; ma dubito che abbia potuto travasarsi nella lingua tedesca tutto intero quel poetico, che le regole non insegnano, e gli studj non imparano. Rimarranno le quantità sillabiche; ma l’armonia de’ suoni come può essere la medesima? La poesia tedesca perde il suo naturale suono, premendo di passo in passo le orme del greco; né per tanto può intonare quel verso musicale che si cantava sulla lira.
Tra tutte le moderne lingue l’italiana è la più acconcia per imprimere tutti i sentimenti e gli affetti dell’Omero greco. Ella veramente non ha lo stesso ritmo: né l’esametro può capire nelle lingue che oggidì si parlano; poiché le sillabe lunghe e le brevi non hanno punto di quella misura che appo gli antichi le notava. Nondimeno dalle parole italiane risulta un’armonia alla quale non bisognano spondei né dattili; e la costruzione grammaticale di quella lingua è capace di una perfetta imitazione de’ concetti greci. Ne’ versi sciolti il pensiere, nulla impedito dalla rima, scorre liberamente come nella prosa, serbando tuttavia la grazia e la misura poetica.
L’Europa certamente non ha una traduzione omerica, di bellezza e di efficacia tanto prossima all’originale, come quella del Monti: nella quale è pompa ed insieme semplicità; le usanze più ordinarie della vita, le vesti, i conviti acquistano dignità dal naturale decoro delle frasi: un dipinger vero, uno stile facile ci addomestica a tutto ciò che ne’ fatti e negli uomini d’Omero è grande ed eroico. Niuno vorrà in Italia per lo innanzi tradurre la Iliade; poiché Omero  non si potrà spogliare dell’abbigliamento onde il Monti lo rivestì: e a me pare che anche negli altri paesi europei chiunque non può sollevarsi alla lettura d’Omero originale, debba nella traduzione italiana prenderne il meglio possibile di conoscenza e di piacere. Non si traduce un poeta come col compasso si misurano e si riportano le dimensioni d’un edificio; ma a quel modo che una bella musica si ripete sopra un diverso istrumento: né importa che tu ci dia nel ritratto gli stessi lineamenti ad uno ad uno, purché vi sia nel tutto una eguale bellezza.
Dovrebbero a mio avviso gl’Italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini, i quali per lo più stanno contenti all’antica mitologia: né pensano che quelle favole sono da un pezzo anticate, anzi il resto d’Europa le ha già abbandonate e dimentiche. Perciò gl’intelletti della bella Italia, se amano di non giacere oziosi, rivolgano spesso l’attenzione al di là dall’Alpi, non dico per vestire le fogge straniere, ma per conoscerle; non per diventare imitatori, ma per uscire di quelle usanze viete, le quali durano nella letteratura come nelle compagnie i complimenti, a pregiudizio della naturale schiettezza. Che se le lettere si arricchiscono colle traduzioni de’ poemi; traducendo i drammi si conseguirebbe una molto maggiore utilità; poiché il teatro è come il magistrato della letteratura. Shakspeare tradotto con vivissima rassomiglianza dallo Schlegel, fu rappresentato ne’ teatri di Germania, come se Shakspeare e Schiller fossero divenuti concittadini. E facilmente in Italia si avrebbe un eguale effetto: nè parmi a dubitare che sul bel teatro milanese non fosse gradita l’Atalía, se i cori fossero accompagnati dalla stupenda musica italiana. Mi si dirà che in Italia vanno le genti al teatro, non per ascoltare, ma per unirsi ne’ palchetti gli amici più famigliari e cianciare. E  conchiuderò che lo stare ogni dì cinque ore ascoltando quelle che si chiamano parole dell’opera italiana, dee necessariamente fare ottuso, per mancanza di esercizio, l’intelletto d’una nazione. Ma quando Casti componeva i suoi drammi comici, e quando Metastasio adattava così bene alla musica que’ suoi concetti nobilissimi e graziosissimi, non era minore il divertimento, e molto profitto ne faceva l’intelletto. In questa continua ed universale frivolezza di tutte le pubbliche e private radunanze, dove ognuno cerca l’altrui compagnia per fuggire sé stesso e liberarsi da un grave peso di noia, se voi poteste per mezzo a’ piaceri mescere qualche util vero, e qualche buon concetto, porreste nelle menti un poco di serio e di pensoso, che le disporrebbe a divenire buone per qualche cosa.
Havvi oggidì nella Letteratura italiana una classe di eruditi che vanno continuamente razzolando le antiche ceneri, per trovarvi forse qualche granello d’oro: ed un’altra di scrittori senz’altro capitale che molta fiducia nella lor lingua armoniosa, donde raccozzano suoni vôti d’ogni pensiero, esclamazioni, declamazioni, invocazioni, che stordiscono gli orecchi, e trovan sordi i cuori altrui, perché non esalarono dal cuore dello scrittore. Non sarà egli dunque possibile che una emulazione operosa, un vivo desiderio d’esser applaudito ne’ teatri, conduca gl’ingegni italiani a quella meditazione che fa essere inventori, e a quella verità di concetti e di frasi nello stile, senza cui non ci è buona letteratura, e neppure alcuno elemento di essa?
Piace comunemente il dramma in Italia: e degno è che piaccia sempre più, divenendo più
perfetto e utile alla pubblica educazione: e nondimeno si dee desiderare che non impedisca il ritorno di quella frizzante giocondità onde per l’addietro era sì lieto. Tutte le cose buone devono essere tra sé amiche.
Gl’Italiani hanno nelle belle arti un gusto semplice e nobile. Ora la parola è pur una delle arti belle, e dovrebbe avere le qualità medesime che le altre hanno: giacché l’arte della parola è più intrinseca all’essenza dell’uomo; il quale può rimanersi piuttosto privo di pitture e di sculture e di monumenti, che di quelle imagini e di quegli affetti ai quali e le pitture e i monumenti si consacrano. Gl’Italiani ammirano e amano straordinariamente la loro lingua, che fu nobilitata da scrittori sommi: oltreché la nazione italiana non ebbe per lo più altra gloria, o altri piaceri, o altre consolazioni se non quelle che dava l’ingegno. Affinché l’individuo disposto da natura all’esercizio dell’intelletto senta in sé stesso una cagione di mettere in atto la sua naturale facoltà bisogna che le nazioni abbiano un interesse che le muova. Alcune l’hanno nella guerra, altre nella politica: gl’Italiani deono acquistar pregio dalle lettere e dalle arti; senza che giacerebbero in sonno oscuro, d’onde neppur il sole potrebbe svegliarli.


 Cara Madame, dopo 200 anni il suo articolo potrebbe essere ripubblicato soltanto con cambiamenti minimi... Intanto io, al di là dell'interessante querelle culturale, alla luce dei miei ultimi acquisti Amazon in inglese-francese-tedesco-spagnolo, tiro acqua al mio mulino : Italiani, TRADUCETE!!!