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mercoledì 30 ottobre 2013

Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone Germania. - Mostra a Villa Pignatelli

«Quello che amo soprattutto nella fotografia analogica, non per nostalgia, ma per puro piacere, è che essa può ancora rappresentare la realtà. L’atto di fotografare è un lavoro costante contro la sua progressiva scomparsa»

Oggi parliamo di un argomento diverso dal solito, la fotografia, semplicemente perché devo immortalare nel mio blog un momento importantissimo : ho visto Wim Wenders! Ho parlato con Wim Wenders! Wim Wenders parlava in tedesco e io lo capivo! È valsa la pena di penare tanto a imparare il tedesco, se ho potuto presentarmi a Wim Wenders e chiedergli l’autografo! Ma andiamo in ordine : non l’ho incontrato per strada, né mi sono introdotta nel suo hotel come una fan pazza (anche se un pensierino in proposito l’ho fatto). Ora, spero non ci sia bisogno di spiegare chi è Wim Wenders, forse il principale esponente del Nuovo Cinema Tedesco, il regista di film immortali come Il cielo sopra Berlino e Così lontano, così vicino. Ma non tutti sanno che, oltre che regista, Wenders è anche un artista e un fotografo  fin da quando, a sette anni, ricevette la prima Leica dal padre, e che considera la fotografia alla pari della sua attività di regista.

Ed è proprio per raccontare la sua esperienza e il suo lavoro come fotografo che è stato invitato Il 24 ottobre nella mia città, a Villa Pignatelli, dove fino al 17 novembre sarà ospitata la mostra fotografica Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone Germania. In questa mostra sono esposte 20 foto tratte dal suo ultimo lavoro, un volume di fotografie e scritti di viaggio dal titolo Places Strange and Quite. Queste venti fotografie, che rappresentano  le atmosfere senza tempo di paesaggi naturali e scenari urbani desolati,  sono state presentate per la prima volta in Italia e sono accompagnate da brevi appunti dell’artista .
E giovedì scorso la curatrice della mostra, Adriana Rispoli, ha condotto una conversazione aperta con l’artista e il pubblico, con la collaborazione del Goethe Institut, rappresentato dalla direttrice Maria Carmen Morese e moltissimi di noi studenti.

L’ingresso era libero fino a esaurimento posti, e meno male che ci siamo avviati con più di un’ora di anticipo, perché c’era una folla incredibile, la fila cominciava molto lontano dall'ingresso della Villa. Questo naturalmente mi ha fatto molto piacere : è in queste circostanze che la mia città mi stupisce piacevolmente, quando mi dà prova che nonostante tutto quello che subiamo c’è ancora una maggioranza di persone di tutte le età interessata alla cultura e all'arte.
In realtà io Wim Wenders già lo avevo visto all'università anni fa, quando nel 2006 fu insignito a Napoli del Premium Extraordinarium degli Annali dell'architettura e delle città, proprio in omaggio alla sua poetica basata sull'importanza data ai paesaggi e agli scenari urbani, e la conferenza del 24 ha confermato le mie impressioni : non è solo un genio e il più grande regista contemporaneo, dotato di una cultura incredibile e di un cervello straordinario, ma è anche una persona piacevole, ironica e autoironica, gentile e aperta. Naturalmente parlava in tedesco, con Doris, una delle prof del Goethe Institut, che traduceva, ma lui ci ha regalato osservazioni preziosissime e gentili in italiano e, scherzi a parte, sono orgogliosa di essere riuscita a seguire tutto quello che ha detto, a cogliere quelle sfumature che hanno senso solo in tedesco e che, purtroppo, nella traduzione si perdono.

Dal momento che di fotografia non me ne intendo, per non rischiare di dire sciocchezze mi limito a ricopiare i miei appunti.

Le foto mostrano gli aspetti principali della ricerca di Wenders, la sua esperienza umana ed artistica in bilico fra vivere, viaggiare e vedere. “Immagini sospese che raccontano il passaggio dell’uomo attraverso la sua assenza, la memoria dei luoghi in un silenzioso flusso del tempo”, come  ha commentato la Rispoli.
The Old Jewish Quarter, Berlin 1992

In queste foto, l’uomo è descritto attraverso la sua assenza, non ci sono presenze umane, perché secondo Wim Wenders è solo senza persone che i luoghi raccontano di sé, altrimenti tutti guarderebbero le persone. Per esempio, per fotografare la ruota panoramica ci ha messo tre giorni : il primo giorno c’erano dei bambini che ci giocava, il secondo giorno un pastore con le sue pecore… solo il terzo giorno è riuscito a stabilire un dialogo con il paesaggio e i suoi significati. Il concetto principale della raccolta, il suo motivo conduttore, è il non-luogo, l’un-örter. Come ha spiegato il regista, molti luoghi si presentano allo sguardo come non-luoghi, cioè come luoghi che sono nel presente ma che esprimono la sofferenza del passato. Nelle città, perciò, vi sono molti più non-luoghi che luoghi. Ha continuato spiegando che tutti noi abbiamo più di cinque sensi, e fra questi sensi ulteriori non è mai menzionato il senso del luogo, che è qualcosa che ormai è in via d’estinzione : mentre una volta per sopravvivere era indispensabile avere delle coordinate mentali della propria posizione, ora questo non serve più, ci sono delle macchine che lo fanno per noi. Per lui, però, è importante conoscere un luogo come proiezione di uno spazio mentale.  Inoltre, nel mondo moderno, ormai molti luoghi standard sono diventati quasi intercambiabili, e per questo lui cerca luoghi unici nel loro genere. Per un fotografo i non-luoghi sono importanti perché sono sprachlos, non sanno più raccontare la loro storia senza l’aiuto del suo occhio artistico. Compito del fotografo è quindi registrare qualcosa che va al di là del visibile, che trascende la semplice dimensione spazio-temporale.
The sea near Naoshima

Riguardo al rapporto fra fotografia e cinema, oggetto di molte delle domande che gli sono state fatte, afferma che per lui sono due mestieri diversi, l’una l’inversione dell’altro, ma che proprio l’un-örter è il suo scopo come fotografo e come regista.  Infatti nel suo libro The Art of Seeing, parla dei vuoti come elemento di indagine e comprensione della città, la narrazione dell’assenza come fonte di ispirazione poetica. Il suo cinema, spiega, è nato proprio dai vuoti delle metropoli, che sono più modi di essere che modi di vivere e nelle quali ci si sente più soli e angosciati. Ma, mentre in un cinema che non potrebbe esistere senza le metropoli lui mette al centro gli esseri umani, nelle sue fotografie fa parlare i luoghi e si allontana dallo scenario urbano.

I due mestieri hanno un elemento in comune : l’inquadratura, la cornice. Ma mentre ogni foto ha una sola inquadratura, il film ne ha molte, tanti piccoli pezzi di una grande costruzione il cui insieme crea un edificio e si sviluppa su più piani temporali e forma una storia, una geschichte, termine che deriva proprio da schicht, strato, in modo che il regista diventi una sorta di architetto che mette insieme questo edificio.  Invece il lavoro del fotografo è completamente diverso, cogli solo un’inquadratura che unisce presente, passato e futuro e perciò il fotografo costruisce una sola storia, o addirittura non ha bisogno di costruire storie, perché è la foto stessa a raccontare la sua senza che lui debba aggiungerci niente, mentre nei film è lui che mette la storia.

Naturalmente ci sono momenti della sua storia cinematografica che richiamano le sue foto, e il fatto che unisca in sé queste due professioni nasce dal fatto che lui, in realtà, da sempre avrebbe voluto fare il pittore. Dalla pittura e dai grandi pittori, afferma, ha imparato più che dalla storia del cinema e della fotografia.  Il suo pittore preferito è Vermeer, la cui influenza si può riconoscere nelle luci e negli interni dei suoi film. Wim Wenders ha raccontato di averlo scoperto per caso ad Amsterdam, senza sapere che fosse un pittore famosissimo. Nei suoi dipinti, notò, le persone erano molto più presenti rispetto ad altri quadri e questo gli fece capire quanto fosse importante il punto di vista, lo sguardo del pittore, il voler trasmettere tutto quello che lui riusciva a recepire, e da questa sensazione nacque il suo desiderio di fare il pittore, di cogliere qualcosa e renderlo visibile anche agli altri. D’altro canto, ha confessato di essere felice di non essere diventato pittore perché molti pittori che conosceva e che da ragazzo gli piacevano alla fine avevano preso anche loro la cinepresa e si erano dati al cinema. Ad ogni modo, questo gli ha confermato quello che già aveva intuito, che portare un’immagine sulla tela o sullo schermo sono momenti collegati.
Eternal Friendship with People of the Soviet Union - 2011

Riguardo alle foto esposte alla mostra, gli è stato chiesto per quale il processo che porta alla scatto era stato più difficile, quale gli aveva dato più difficoltà nello stabilire un dialogo, e lui ridendo ha risposto che ci sono foto che lo hanno fatto disperare, che a volte è rimasto deluso dal risultato, che non è riuscito a cogliere quello che si aspettava… oltre alla foto della ruota panoramica, quella che più lo ha coinvolto in questo senso, quella che lo coinvolge ancora ogni volta che la rivede è quella della casa con i fori di proiettile della Seconda Guerra Mondiale dipinti di rosso : è l’unica foto alla quale avrebbe voluto dedicare più tempo. Davanti a quella casa lui passava ogni giorno senza pensare di fotografarla. Solo una volta ne fece una foto di fretta. Quando poi vi ritornò, scoprì che intanto era tutto cambiato e che quella foto era l’unica che avrebbe mai potuto scattare di quel luogo. Per lui questa è la tragedia del viaggiatore, che nel suo paese, a casa sua, non apre gli occhi come durante i suoi viaggi, perché è difficile essere per la propria città così aperti come quando si è in viaggio. E negli appunti su quella foto leggiamo : «Quell'istante era vent'anni fa. L’ultima volta che sono passato in questo posto, era diventato un negozio di souvenir. Difficile adesso trovare tracce di uno di questi fori di proiettile della seconda guerra mondiale a Berlino. Alla fine, ogni immagine è una capsula del tempo».
Petrol Station in Alaverdi

I titoli delle foto, una sorta di didascalie che introducono chi osserva la foto nei suoi pensieri al momento dello scatto, sono i suoi appunti, che permettono di sbirciare nel momento creativo, sottolineando il passaggio da paesaggio a immagine. Le sue foto sono resoconti di un viaggio in cui ha gettato via le mappe : per lui è bellissimo, quando viaggia, scoprire un luogo perdendovisi, godendosi il senso di un viaggio senza riferimenti. E anche quando ha una cartina, la usa per leggere i nomi dei luoghi per poi farsi guidare da essi, andando poi alla ricerca dei luoghi con i nomi più strani, come, ad esempio, una montagna chiamata “denti a sega” o una cittadina chiamata Truth of consequences. Perciò gli appunti per lui sono parte integrante del suo lavoro, con i quali vuole far orientare lo spettatore e nello stesso tempo suscitare in lui curiosità, ironia, e aprirlo verso di lui e verso l’immagine. In bilico fra il diario personale e delle note buttate giù di fretta, gli appunti risaltano comunque per la loro semplice poeticità. Bellissimo è, ad esempio, il commento alla foto Il mare vicino Naoshima: «Alcune persone possono stare in piedi per ore e guardare le montagne. Io preferisco osservare il mare. Non c’è nulla di più misterioso di come il tempo scorra lungo l’oceano. L’orizzonte ti fa perdere il senso del tempo».
Forest Peace

Venendo ad aspetti più tecnici, Wim Wender nelle sue fotografie usa l’analogico e non il digitale – e non si è risparmiato battutine su tutti noi che stavamo lì con cellulari e fotocamere fin da quando, appena entrato, ha salutato i suoi “colleghi fotografi” – non per motivazioni nostalgiche, visto che nel cinema da più di vent'anni una solo il digitale. Come fotografo, però, usa l’analogico perché fotografa luoghi, non persone, e perché per lui la sua macchina fotografica è qualcosa di più di una semplice macchina. Attraverso le sue foto cerca di registrare anche suoni, sentimenti, e spera che i luoghi gli raccontino i loro segreti, la loro storia, che lui e il luogo entrino in una specie di dialogo in cui lui, come fotografo e interlocutore, deve essere aperto e presente. Usando l’analogico, quando lascia il luogo non può sapere se la foto è riuscita o no a raccontare la sua storia, ma lui non vuole saperlo, non vuole nemmeno sapere se la foto è riuscita o no. Con la digitale, invece, si può controllare subito, se la foto non piace viene immediatamente cancellata, e questo interrompe il dialogo con il luogo e eliminerebbe la sua presenza, instaurando un dialogo non fra fotografo e paesaggio, ma fra fotocamera e paesaggio. Perciò l’uso dell’analogico è una sorta di protesta contro le immagini digitali e la realtà vera e propria, la Wirklichkeit, quasi una “resistenza poetica”, come ha scritto Adriana Rispoli.Inoltre gli è stato chiesto se usa il formato 19/9 come citazione al cinema, ma lui ha risposto che lo usa perché dà uno sguardo panoramico maggiore, coglie l’orizzonte in modo spettacolare.
Formerly "Palast der Republik", Berlin 2008

Gli è stato chiesto se pensa di aver realizzato il film della sua vita, o se c’è un film che ancora vorrebbe fare, e lui ha risposto che per ogni film che ha fatto ce ne sono decine che avrebbe voluto fare. Inoltre si rammarica che, mentre all'inizio della sua carriera, girava un film all'anno  ora questo non è più possibile, riesce a girare un film solo ogni 3-4 anni e quindi ne realizza di meno, ma non ha mai avuto la sensazione che c’è un film che non ha mai realizzato, è soddisfatto perché è sempre riuscito a realizzare quello che voleva e perché, già da giovanissimo, da ragazzo, poteva essere il produttore dei suoi film.

Come regista, inoltre, gli è difficile cogliere il mondo del cinema moderno, che è veloce e privo di panoramiche, mentre lui nei film vuole comprendere i luoghi, capire dove si svolgono e i legami fra luogo e elementi. E questo gli manca anche nella fotografia moderna, gli manca la sensazione di vedere un luogo che esiste, perché la gente vuole creare un paesaggio, non scoprirlo/trovarlo.
Alles oder Nichts (All or Nothing) Berlin 2008

Al di là di tutte le spiegazioni, le foto, di per sé, sono meravigliose : paesaggi sconfinati e insieme il fascino dell’imperfezione architettonica, slogan  per la lotta al capitalismo accennati su un muro nella vecchia Germania dell’Est, una stazione di benzina sullo sfondo di una fabbrica abbandonata ai piedi delle montagne, lo scheletro di una vecchia ruota panoramica sullo sfondo del cielo plumbeo in Armenia, il mare di Naoshima avvolto nella nebbia, lettere dell’alfabeto armeno rovesciate sulla terra come “monumento nel nulla”, uno pneumatico in una radura nel mezzo della foresta, i resti del palazzo del parlamento, simbolo del passato governo della Germania dell’Est, le cicatrici di sparatorie sulla facciata di un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino, luoghi abbandonati, deserti, spettrali e poeticamente squallidi, intrisi di soggettivismo e spiritualità, di una tensione verso il sublime alla ricerca di messaggi della natura. E, al di là dei paesaggi dell’Armenia e del Giappone, ciò che io ho trovato ed amato in queste foto è l’anima più autentica, profonda e bella della Germania, la capacità di percepire lo spirito dei luoghi, la loro essenza profonda, di ascoltare le parole delle cose, quella sensibilità tipicamente tedesca per dettagli apparentemente insignificanti, ma intrisi di una bellezza e di una malinconia che derivano dal loro silenzio, dalla dignità della loro decadenza.
Autografo für Anna!



martedì 28 maggio 2013

Pianoterra - Erri De Luca

«Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine»


Tutti sanno che non leggo romanzi italiani. Lo faccio solo quando ci sono costretta e solo per farli a pezz… stroncarli! Ma naturalmente faccio eccezione per le regioni del Sud, ogni abitante delle quali è dotato di quella fantasia, di quell'immaginazione  di quell'originalità e di quell'approccio magico e creativo all'esistenza che alla letteratura italiana ufficiale, sia classica che contemporanea, manca. E parlando di letteratura contemporanea del Sud non posso non partire dal mio concittadino, Erri De Luca, la cui prosa poetica e la cui visione insieme realistica e fiabesca del mondo rendono i suoi libri una lettura profonda e semplice. 

Questo libretto in un centinaio di pagine cela un preziosissimo tesoro di stile - la lingua di De Luca è musica, una sinfonia la cui armonia non annulla però tensione intellettuale e che ne sottolinea invece con grazie ironia e arguzia- e di immensa profondità e amarezza di contenuti. Un libro che parla alla parte migliore di noi, che consola ma che nello stesso tempo ci fa sentire soli e alla fine che ci fa sorridere con dolcezza e rimpianto.

Il libro è composto da 27 brani - che i ricordi e i racconti personali non permettono di definire saggi - dagli argomenti vari, mostrati da un punto di vista che si colloca “al pianoterra “. Il titolo è infatti così spiegato dall'autore : “Pianoterra è il mio punto di vista sul mondo, uno fra gli altri che non chiede permesso per vedere più da vicino e che non può sollevarsi più in alto della punta delle proprie scarpe. È una mezza enciclica rivolta a una stanza di amici che mi ospitano tra loro come un nonno randagio”.

Nella sua “sbirciata non panoramica del mondo” l’autore affronta temi drammatici e scottanti. Commoventi e sentiti a i capitoli sulla guerra in Bosnia, quando Belgrado viene bombardata dalla Nato, guerra da lui vissuta in prima persona, perché vi si reca come conducente di convogli umanitari destinati alla popolazione bosniaca, cioè come fa chi davvero è interessato alla sorte di un’altra nazione, non come i soldati, che sono solo fanatici assassini. E a Belgrado scriveva nella città distrutta durante le notti di bombardamenti , senza falsi pietismi ma con interesse e affetto per una popolazione tanto provata dalla miseria e dalla rabbia. Toccanti anche i capitoli sulle condizioni tragiche degli immigrati, dei quali diventiamo “persecutori e carcerieri”, senza renderci conto che vengono da luoghi in cui hanno visto cose che la nostra mente non può nemmeno concepire, che non riusciamo ad accogliere e a proteggere e ai quali non vogliamo e non siamo in grado di donare nemmeno la nostra lingua.

Sono affrontati anche i problemi del Meridione, gli anni della lotta politica, gli esperimenti sugli animali, la Guerra Fredda... Questi capitoli trovano il filo conduttore nella critica a chi ha scelto di accontentarsi della versione ufficiale dei fatti, a chi si consola nelle confortanti certezze del mondo e nell'indifferenza a tutto ciò che increspa problematicamente questa artificiosa superficie di calma, a chi si nasconde nell'ipocrisia della falsa pietà. Una delle riflessioni più toccanti è infatti proprio sul concetto di pietà : “Mi capita regolarmente di essere spietato. Tutte le volte che vengo esortato da un imbonitore di pietà : il bambino malato, servito caldo di dolore nell'ora di massimo ascolto, la voce sobria ma accorata che guarnisce l’immagine : dietro fa capolino il compiaciuto cuoco del programma che fa della pietà una pietanza. All'intimazione di commuovermi oppongo un rifiuto intrattabile […] Non si può persuadere qualcuno a provare una pietà […] Pietà è un gesto accidentale non una virtù permanente. Ha bisogno di occasione e di prossimità : posso provarla per una bestia o per una creatura umana purché cada sotto i miei sensi poco vigili, nel mio minimo raggio. Riesco ad aver pietà solo per il prossimo, che non è la larga umanità remota che si intende oggi con questo termine, ma il suo contrario, il superlativo della parola “vicino”, il vicinissimo, l’estraneo che inciampa un passo avanti a me. Tentare un gesto di simpatia di soccorso diventa allora urgente e mi sento responsabile di colpa se non agisco da pronto. Pietà è rispondere presto a un affanno, è velocità di riflessi del cuore. La poca pietà che conosco sente e vede bene da vicino, male da lontano”.

La generica pietà della società non è invece altro che un voler chiudere gli occhi davanti alla realtà del mondo e dell’Italia moderna, retrograda e imbarazzante nella sua superficialità e ignoranza e ingiustizia, nei suoi triti luoghi comuni che altro non sono che espressione di una crudeltà che è figli di chiusura e indifferenza, un paese che è solo una tragicomica farsa in cui i politici sono marionette – “tutti vogliono compiacere il pubblico, riscuotere l’applauso. È la democrazia allo stato sonoro : il popolo siede in platea, valuta, soppesa chi sia colui che dice meglio la sua battuta chiave : “La gente è stufa, la gente non ne può più!”. La marionetta sbatte la sua spada di latta sullo scudo e in platea risuona il battimano, parente dei barattoli vuoti” – e gli uomini alberi sottoposti a una giustizia indegna di questo nome: “vanno presi a verso, secondo fibra, allora non si torcono, spaccano, ma durano e sono buoni alluso  Se no, vanno bene per il fuoco. Le opere di giustizia, di magistratura, sono tagli. Spezzano la vita di un albero uomo […] Non vanno in verso di vena, non ne vogliono cavare un senso e un uso, vogliono tagliare e tagliano […] Non è distributiva la giustizia, è invece sorteggiata male, sempre nel fondovalle, dove è più facile il taglio”. Perfino “il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L'inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Più pratico è riportarlo in terra, dentro l'esistenza”.

Particolarmente toccanti sono i capitoli dedicati a Napoli, dichiarata dall’Onu patrimonio mondiale dell’umanità, capitoli che descrivono l’anima e l’incomprensibile, l’inspiegabile orgoglio di una città che lotta ogni giorno per conservare la propria dignità, una città in apparenza aperta e allegra, ma nel suo intimo chiusa, segreta, presa dal suo rapporto privilegiato con la morte, che apre a pochi il proprio cuore e che oppone al mondo secoli di regale, disperata indifferenza e di mortale orgoglio : “Non sarà il tiepido onore dell’Onu a farcela entrare”. Patrimonio lo si è già oppure non ci sono proclamazioni che tengano, perché “l’umanità non si lascia affibbiare patrimoni non strettamente necessari, non è avida ma scialacquatrice e ha volentieri mandato alla malora intere civiltà, popoli, religioni, lingue e loro capitali, borghi, sobborghi e agglomerati affini […]Sono nato in quel posto: i monumenti sporchi, gli intonaci screpolati dei palazzi antichi, la piena di spazzatura che straripava raggiungendo qualche volta i primi piani: questo non ha indebolito nei cittadini la coscienza di essere in un posto miracoloso del mondo […] Una città che è lì da migliaia di anni, scrollata dai terremoti, fertilizzata dalle ceneri delle eruzioni, fondata dalle più alte civiltà del Mediterraneo, capitale di regni, dovrebbe lusingarsi della doverosa improvvisazione di riconoscimento da una specie di WWF delle Nazioni Unite? È vero il contrario : Napoli non ha ancora riconosciuto l’Onu e non si lascia mettere in bocca delle caramelle dagli sconosciuti”. 

È invece con aperta amarezza che De Luca ricorda gli anni della lotta politica, quella “generazione che aveva imparato a battersi nella pubblica via”, quei giovani che consideravano una questione personale quello che accadeva nel mondo, l’Irlanda, il Cile e l’America Latina, il Vietnam, il Sudafrica… Anni sprecati, inutili, buttati, sangue di studenti e operai versato per niente, lotte che in qualunque altro paese avrebbero portato alla democrazia e che invece qui si sono conclusi nella più bieca delle dittature, in un incubo orwelliano. Quelle pagine avrei potuto averle scritte io tanto ne sono stata toccata. È per questo che personalmente, a parte gli autori napoletani, mi tengo lontana dalla storia e dalla letteratura italiana : so già come finiscono, è inutile interessarsene perché non hanno avuto nessun effetto positivo o vagamente interessante. Ed è anche per questo, non per una sorta di vuoto e sterile patriottismo, che mi sento vicina agli autori napoletani, alla folle città, “vecchia regina esilarante e spaventosa”, leopardiana “madre è di parto e di voler matrigna” che nelle sue particolarità, nella sua vita che altro non è che “ragionevole attesa di un’Apocalisse”, attraverso la sua crudeltà e la sua generosità, nei suoi inferni e nei suoi paradisi, ci ha fatto “avere un conto aperto con la sopravvivenza […] parte dell’educazione sentimentale di ogni nuova cucciolata della nostra specie”.

I giovani moderni tipici invece per lo più : “sono versati nel presente, infastiditi dal passato come dei nuovi ricchi che vogliono nascondere una povertà d’origine […] Nuotano in superficie e a vista della costa, indifferenti ai fondali, all'abisso che regge in controspinta la loro leggerezza. Seguono gli oroscopi e la meteorologia. A volte pensano che viaggiano meglio di me, altre volte penso che vanno come plancton in bocca alla balena”. Anche quelli che si spacciano per colti e impegnati a loro volta si limitano a “concentrarsi sul deterioramento dell'ambiente, sui grafici di contaminazione delle acque e della ionosfera, ma molti accidenti con diverse scadenze di collasso non fanno una catastrofe. Quando si lamentano di una certa mancanza di prospettive, sento che manca loro soprattutto la rispettabile aspettativa, degna della persona umana, di esser cancellata in blocco dalla faccia della terra”.

Un altro capitolo meraviglioso è quello intitolato Appigli, che parla di scalare una montagna in “solitaria integrale” come metafora dell’affrontare la vita : “La vetta non è lo scopo, solo un termine. Si guarda appena il giro d’orizzonte, poi via di nuovo nelle discese, a volte difficili quanto le salite. A sera si pensa agli appigli, agli strapiombi superati, non al panorama. Si scala solo per il desiderio di percorrere una linea verticale […] c’è un punto di non ritorno, lo si può sentire dopo averlo varcato. D’improvviso la libertà : slegamenti di nervi, briglia e morso caduto, non ero più legato alla partenza né promesso a un arrivo […] Sapevo di me che ero vivo, agile, attento. Quando la vista dell’ultimo passaggio comparve in alto con evidenza ebbi una scossa, un brivido di paura. L’arrivo incombeva e mi legava di nuovo a un termine, come la partenza. Lo capii e non potei farci niente, dovevo tenermi quella tensione […] Provai a fermarmi, riconciliarmi con il vuoto della parete, ma i piedi sui piccoli appoggi s’indolenzirono. Ripartii con furia e gli ultimi passaggi furono solo strappi e gesti bruschi, violenti […] Ora so che la partenza e l’arrivo sono due pretesti e un solo ingombro. Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine”. La scalata solitaria, l’impossibilità di fermarsi, il desiderio di sfidarsi, di andare sempre più in alto, di non fermarsi ma portare le proprie forze allo stremo, sfinirsi di sfida e libertà, alla luce degli altri capitoli diventano metafora di un programma di vita umana e intellettuale, del desiderio di non lasciarsi vivere passivamente, di non lasciarsi andare alle comode lusinghe di un’esistenza vita facile, benché insulsa e vuota, ma di mantenere il coraggio delle proprie scelte, nonostante la durezza del compito che ci si è preposti - vivere, non di limitarsi a respirare - la lucidità del proprio impegno, la coerenza e l’onesta, la capacità di non accontentarsi delle illusioni in cui si cullano gli altri, la continua, dolorosa ricerca della verità di chi coscientemente sceglie di cercare soffrendo, di chi si vota all’inquietudine, al rifiuto delle verità precostituite, delle false certezze, delle panacee delle vita, in una continua sfida con il mondo e con se stessi, sfida che è libertà, ma anche solitudine.

sabato 25 agosto 2012



Oggi doppio post per segnalare un problema di interesse diretto della mia città e non solo, che negli ultimi giorni sta sollevando polemiche e discussioni : l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – dichiarato dall’Unesco bene fondamentale per l’umanità - sta per chiudere, perché si è visto tagliare i fondi dal Governo, e i trecentomila volumi della biblioteca, finora conservati in locali di fortuna nei pressi di Palazzo Serra di Cassano a via Monte di Dio, in questi giorni sono trasferiti in un deposito in provincia e quindi tolti per sempre a ricercatori e studenti. Libri preziosissimi,edizioni originali di Benedetto Croce, Giordano Bruno e di altri lumi del pensiero italiano ed europeo.

Da qualche parte c’è una delibera della Regione per creare una biblioteca ad hoc, ma finora non ha avuto più valore della carta su cui è stampata.

Questa biblioteca è stata creata da Gerardo Marotta, avvocato e intellettuale napoletano, continuatore della tradizione filosofica della città, e che negli ultimi anni pur di salvarla ha venduto tutti i suoi beni di famiglia, e che continua a mettere a disposizione degli studenti i cinquantamila volumi che conserva a casa sua, gli unici sopravvissuti alla “deportazione”.

Il caso è seguito accuratamente da Fanpage, su Facebook e sul sito, a cui rimando : nel gruppo è possibile trovare reportage, approfondimenti, tutti gli aggiornamenti e i servizi in proposito e i link delle istituzione a cui rivolgere appelli o inoltrare proteste.

Questo è un blog nato come luogo leggero e di svago, e quindi mi risparmio i commenti, dovuti e ovvi, sulla situazione politica che negli ultimi anni ha portato alla situazione di totale degrado culturale e sociale in cui versa l’Italia. Però io l’Istituto lo conosco e ho usufruito di tutto quello che poteva offrire a noi giovani intellettuali campani : ci ho studiato, ho assistito a conferenze di professori provenienti da tutto il mondo, e ancora mi sembra impossibile che ora quei libri sui quali la mia generazione e quelle passate studiavano non ci sono più, sono stati tolti a gli studenti del futuro per essere ammassati in un capannone.

Soprattutto mi sento in dovere di sottolineare che quello che si sta consumando è l’ennesimo attentato a un’immagine positiva del Sud, un’immagine evidentemente scomoda e che si vuole distruggere occultando e cancellando la storia e le menti del Mezzogiorno.
È vero che, con la miseria portata dalla crisi, da una certa prospettiva pagare l’affitto per dei libri sembra inopportuno, ma sono ancora più inopportune, e spesso vergognose e umilianti per tutta la nazione, praticamente tutte le altre destinazioni che la classe dirigente scegli ogni giorno per il denaro pubblico (alberghi, scorte, intrattenimenti ecc. : la televisione la guardiamo tutti, non c'è bisogno di approfondire), destinazioni di fronte alle quali emerge in tutta la sua nobiltà e evidenza il nobile scopo di preservare un patrimonio non solo librario, ma soprattutto spirituale, della città e dell’intera civiltà occidentale. Proprio in questo momento in cui i beni materiali si polverizzano davanti ai nostri occhi o ci sono strappati dalle mani, diventa importantissimo aggrapparsi a valori interiori che sostengono l’Occidente da millenni e che in qualsiasi momento storico possono fare di noi delle persone migliori, darci gli strumenti per sopravvivere a qualsiasi crisi

Una società che non investa sulla cultura è una società che ci sta suicidando. Chi ha studiato materie umanistiche lo sa bene, lo ha visto : passano i millenni, il mondo cambia, i valori si rovesciano, si alternano religioni e regimi, ma quello che resta è la cultura, che sopravvive ai cambiamenti e li alimenta e che non ci lascia dimenticare chi siamo. L’uomo senza la cultura non è nulla e le biblioteche, in quanto tempio di questa cultura, anche e soprattutto nel caotici mondo moderno restano luoghi sacri che è dovere della società proteggere.