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mercoledì 30 ottobre 2013

Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone Germania. - Mostra a Villa Pignatelli

«Quello che amo soprattutto nella fotografia analogica, non per nostalgia, ma per puro piacere, è che essa può ancora rappresentare la realtà. L’atto di fotografare è un lavoro costante contro la sua progressiva scomparsa»

Oggi parliamo di un argomento diverso dal solito, la fotografia, semplicemente perché devo immortalare nel mio blog un momento importantissimo : ho visto Wim Wenders! Ho parlato con Wim Wenders! Wim Wenders parlava in tedesco e io lo capivo! È valsa la pena di penare tanto a imparare il tedesco, se ho potuto presentarmi a Wim Wenders e chiedergli l’autografo! Ma andiamo in ordine : non l’ho incontrato per strada, né mi sono introdotta nel suo hotel come una fan pazza (anche se un pensierino in proposito l’ho fatto). Ora, spero non ci sia bisogno di spiegare chi è Wim Wenders, forse il principale esponente del Nuovo Cinema Tedesco, il regista di film immortali come Il cielo sopra Berlino e Così lontano, così vicino. Ma non tutti sanno che, oltre che regista, Wenders è anche un artista e un fotografo  fin da quando, a sette anni, ricevette la prima Leica dal padre, e che considera la fotografia alla pari della sua attività di regista.

Ed è proprio per raccontare la sua esperienza e il suo lavoro come fotografo che è stato invitato Il 24 ottobre nella mia città, a Villa Pignatelli, dove fino al 17 novembre sarà ospitata la mostra fotografica Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone Germania. In questa mostra sono esposte 20 foto tratte dal suo ultimo lavoro, un volume di fotografie e scritti di viaggio dal titolo Places Strange and Quite. Queste venti fotografie, che rappresentano  le atmosfere senza tempo di paesaggi naturali e scenari urbani desolati,  sono state presentate per la prima volta in Italia e sono accompagnate da brevi appunti dell’artista .
E giovedì scorso la curatrice della mostra, Adriana Rispoli, ha condotto una conversazione aperta con l’artista e il pubblico, con la collaborazione del Goethe Institut, rappresentato dalla direttrice Maria Carmen Morese e moltissimi di noi studenti.

L’ingresso era libero fino a esaurimento posti, e meno male che ci siamo avviati con più di un’ora di anticipo, perché c’era una folla incredibile, la fila cominciava molto lontano dall'ingresso della Villa. Questo naturalmente mi ha fatto molto piacere : è in queste circostanze che la mia città mi stupisce piacevolmente, quando mi dà prova che nonostante tutto quello che subiamo c’è ancora una maggioranza di persone di tutte le età interessata alla cultura e all'arte.
In realtà io Wim Wenders già lo avevo visto all'università anni fa, quando nel 2006 fu insignito a Napoli del Premium Extraordinarium degli Annali dell'architettura e delle città, proprio in omaggio alla sua poetica basata sull'importanza data ai paesaggi e agli scenari urbani, e la conferenza del 24 ha confermato le mie impressioni : non è solo un genio e il più grande regista contemporaneo, dotato di una cultura incredibile e di un cervello straordinario, ma è anche una persona piacevole, ironica e autoironica, gentile e aperta. Naturalmente parlava in tedesco, con Doris, una delle prof del Goethe Institut, che traduceva, ma lui ci ha regalato osservazioni preziosissime e gentili in italiano e, scherzi a parte, sono orgogliosa di essere riuscita a seguire tutto quello che ha detto, a cogliere quelle sfumature che hanno senso solo in tedesco e che, purtroppo, nella traduzione si perdono.

Dal momento che di fotografia non me ne intendo, per non rischiare di dire sciocchezze mi limito a ricopiare i miei appunti.

Le foto mostrano gli aspetti principali della ricerca di Wenders, la sua esperienza umana ed artistica in bilico fra vivere, viaggiare e vedere. “Immagini sospese che raccontano il passaggio dell’uomo attraverso la sua assenza, la memoria dei luoghi in un silenzioso flusso del tempo”, come  ha commentato la Rispoli.
The Old Jewish Quarter, Berlin 1992

In queste foto, l’uomo è descritto attraverso la sua assenza, non ci sono presenze umane, perché secondo Wim Wenders è solo senza persone che i luoghi raccontano di sé, altrimenti tutti guarderebbero le persone. Per esempio, per fotografare la ruota panoramica ci ha messo tre giorni : il primo giorno c’erano dei bambini che ci giocava, il secondo giorno un pastore con le sue pecore… solo il terzo giorno è riuscito a stabilire un dialogo con il paesaggio e i suoi significati. Il concetto principale della raccolta, il suo motivo conduttore, è il non-luogo, l’un-örter. Come ha spiegato il regista, molti luoghi si presentano allo sguardo come non-luoghi, cioè come luoghi che sono nel presente ma che esprimono la sofferenza del passato. Nelle città, perciò, vi sono molti più non-luoghi che luoghi. Ha continuato spiegando che tutti noi abbiamo più di cinque sensi, e fra questi sensi ulteriori non è mai menzionato il senso del luogo, che è qualcosa che ormai è in via d’estinzione : mentre una volta per sopravvivere era indispensabile avere delle coordinate mentali della propria posizione, ora questo non serve più, ci sono delle macchine che lo fanno per noi. Per lui, però, è importante conoscere un luogo come proiezione di uno spazio mentale.  Inoltre, nel mondo moderno, ormai molti luoghi standard sono diventati quasi intercambiabili, e per questo lui cerca luoghi unici nel loro genere. Per un fotografo i non-luoghi sono importanti perché sono sprachlos, non sanno più raccontare la loro storia senza l’aiuto del suo occhio artistico. Compito del fotografo è quindi registrare qualcosa che va al di là del visibile, che trascende la semplice dimensione spazio-temporale.
The sea near Naoshima

Riguardo al rapporto fra fotografia e cinema, oggetto di molte delle domande che gli sono state fatte, afferma che per lui sono due mestieri diversi, l’una l’inversione dell’altro, ma che proprio l’un-örter è il suo scopo come fotografo e come regista.  Infatti nel suo libro The Art of Seeing, parla dei vuoti come elemento di indagine e comprensione della città, la narrazione dell’assenza come fonte di ispirazione poetica. Il suo cinema, spiega, è nato proprio dai vuoti delle metropoli, che sono più modi di essere che modi di vivere e nelle quali ci si sente più soli e angosciati. Ma, mentre in un cinema che non potrebbe esistere senza le metropoli lui mette al centro gli esseri umani, nelle sue fotografie fa parlare i luoghi e si allontana dallo scenario urbano.

I due mestieri hanno un elemento in comune : l’inquadratura, la cornice. Ma mentre ogni foto ha una sola inquadratura, il film ne ha molte, tanti piccoli pezzi di una grande costruzione il cui insieme crea un edificio e si sviluppa su più piani temporali e forma una storia, una geschichte, termine che deriva proprio da schicht, strato, in modo che il regista diventi una sorta di architetto che mette insieme questo edificio.  Invece il lavoro del fotografo è completamente diverso, cogli solo un’inquadratura che unisce presente, passato e futuro e perciò il fotografo costruisce una sola storia, o addirittura non ha bisogno di costruire storie, perché è la foto stessa a raccontare la sua senza che lui debba aggiungerci niente, mentre nei film è lui che mette la storia.

Naturalmente ci sono momenti della sua storia cinematografica che richiamano le sue foto, e il fatto che unisca in sé queste due professioni nasce dal fatto che lui, in realtà, da sempre avrebbe voluto fare il pittore. Dalla pittura e dai grandi pittori, afferma, ha imparato più che dalla storia del cinema e della fotografia.  Il suo pittore preferito è Vermeer, la cui influenza si può riconoscere nelle luci e negli interni dei suoi film. Wim Wenders ha raccontato di averlo scoperto per caso ad Amsterdam, senza sapere che fosse un pittore famosissimo. Nei suoi dipinti, notò, le persone erano molto più presenti rispetto ad altri quadri e questo gli fece capire quanto fosse importante il punto di vista, lo sguardo del pittore, il voler trasmettere tutto quello che lui riusciva a recepire, e da questa sensazione nacque il suo desiderio di fare il pittore, di cogliere qualcosa e renderlo visibile anche agli altri. D’altro canto, ha confessato di essere felice di non essere diventato pittore perché molti pittori che conosceva e che da ragazzo gli piacevano alla fine avevano preso anche loro la cinepresa e si erano dati al cinema. Ad ogni modo, questo gli ha confermato quello che già aveva intuito, che portare un’immagine sulla tela o sullo schermo sono momenti collegati.
Eternal Friendship with People of the Soviet Union - 2011

Riguardo alle foto esposte alla mostra, gli è stato chiesto per quale il processo che porta alla scatto era stato più difficile, quale gli aveva dato più difficoltà nello stabilire un dialogo, e lui ridendo ha risposto che ci sono foto che lo hanno fatto disperare, che a volte è rimasto deluso dal risultato, che non è riuscito a cogliere quello che si aspettava… oltre alla foto della ruota panoramica, quella che più lo ha coinvolto in questo senso, quella che lo coinvolge ancora ogni volta che la rivede è quella della casa con i fori di proiettile della Seconda Guerra Mondiale dipinti di rosso : è l’unica foto alla quale avrebbe voluto dedicare più tempo. Davanti a quella casa lui passava ogni giorno senza pensare di fotografarla. Solo una volta ne fece una foto di fretta. Quando poi vi ritornò, scoprì che intanto era tutto cambiato e che quella foto era l’unica che avrebbe mai potuto scattare di quel luogo. Per lui questa è la tragedia del viaggiatore, che nel suo paese, a casa sua, non apre gli occhi come durante i suoi viaggi, perché è difficile essere per la propria città così aperti come quando si è in viaggio. E negli appunti su quella foto leggiamo : «Quell'istante era vent'anni fa. L’ultima volta che sono passato in questo posto, era diventato un negozio di souvenir. Difficile adesso trovare tracce di uno di questi fori di proiettile della seconda guerra mondiale a Berlino. Alla fine, ogni immagine è una capsula del tempo».
Petrol Station in Alaverdi

I titoli delle foto, una sorta di didascalie che introducono chi osserva la foto nei suoi pensieri al momento dello scatto, sono i suoi appunti, che permettono di sbirciare nel momento creativo, sottolineando il passaggio da paesaggio a immagine. Le sue foto sono resoconti di un viaggio in cui ha gettato via le mappe : per lui è bellissimo, quando viaggia, scoprire un luogo perdendovisi, godendosi il senso di un viaggio senza riferimenti. E anche quando ha una cartina, la usa per leggere i nomi dei luoghi per poi farsi guidare da essi, andando poi alla ricerca dei luoghi con i nomi più strani, come, ad esempio, una montagna chiamata “denti a sega” o una cittadina chiamata Truth of consequences. Perciò gli appunti per lui sono parte integrante del suo lavoro, con i quali vuole far orientare lo spettatore e nello stesso tempo suscitare in lui curiosità, ironia, e aprirlo verso di lui e verso l’immagine. In bilico fra il diario personale e delle note buttate giù di fretta, gli appunti risaltano comunque per la loro semplice poeticità. Bellissimo è, ad esempio, il commento alla foto Il mare vicino Naoshima: «Alcune persone possono stare in piedi per ore e guardare le montagne. Io preferisco osservare il mare. Non c’è nulla di più misterioso di come il tempo scorra lungo l’oceano. L’orizzonte ti fa perdere il senso del tempo».
Forest Peace

Venendo ad aspetti più tecnici, Wim Wender nelle sue fotografie usa l’analogico e non il digitale – e non si è risparmiato battutine su tutti noi che stavamo lì con cellulari e fotocamere fin da quando, appena entrato, ha salutato i suoi “colleghi fotografi” – non per motivazioni nostalgiche, visto che nel cinema da più di vent'anni una solo il digitale. Come fotografo, però, usa l’analogico perché fotografa luoghi, non persone, e perché per lui la sua macchina fotografica è qualcosa di più di una semplice macchina. Attraverso le sue foto cerca di registrare anche suoni, sentimenti, e spera che i luoghi gli raccontino i loro segreti, la loro storia, che lui e il luogo entrino in una specie di dialogo in cui lui, come fotografo e interlocutore, deve essere aperto e presente. Usando l’analogico, quando lascia il luogo non può sapere se la foto è riuscita o no a raccontare la sua storia, ma lui non vuole saperlo, non vuole nemmeno sapere se la foto è riuscita o no. Con la digitale, invece, si può controllare subito, se la foto non piace viene immediatamente cancellata, e questo interrompe il dialogo con il luogo e eliminerebbe la sua presenza, instaurando un dialogo non fra fotografo e paesaggio, ma fra fotocamera e paesaggio. Perciò l’uso dell’analogico è una sorta di protesta contro le immagini digitali e la realtà vera e propria, la Wirklichkeit, quasi una “resistenza poetica”, come ha scritto Adriana Rispoli.Inoltre gli è stato chiesto se usa il formato 19/9 come citazione al cinema, ma lui ha risposto che lo usa perché dà uno sguardo panoramico maggiore, coglie l’orizzonte in modo spettacolare.
Formerly "Palast der Republik", Berlin 2008

Gli è stato chiesto se pensa di aver realizzato il film della sua vita, o se c’è un film che ancora vorrebbe fare, e lui ha risposto che per ogni film che ha fatto ce ne sono decine che avrebbe voluto fare. Inoltre si rammarica che, mentre all'inizio della sua carriera, girava un film all'anno  ora questo non è più possibile, riesce a girare un film solo ogni 3-4 anni e quindi ne realizza di meno, ma non ha mai avuto la sensazione che c’è un film che non ha mai realizzato, è soddisfatto perché è sempre riuscito a realizzare quello che voleva e perché, già da giovanissimo, da ragazzo, poteva essere il produttore dei suoi film.

Come regista, inoltre, gli è difficile cogliere il mondo del cinema moderno, che è veloce e privo di panoramiche, mentre lui nei film vuole comprendere i luoghi, capire dove si svolgono e i legami fra luogo e elementi. E questo gli manca anche nella fotografia moderna, gli manca la sensazione di vedere un luogo che esiste, perché la gente vuole creare un paesaggio, non scoprirlo/trovarlo.
Alles oder Nichts (All or Nothing) Berlin 2008

Al di là di tutte le spiegazioni, le foto, di per sé, sono meravigliose : paesaggi sconfinati e insieme il fascino dell’imperfezione architettonica, slogan  per la lotta al capitalismo accennati su un muro nella vecchia Germania dell’Est, una stazione di benzina sullo sfondo di una fabbrica abbandonata ai piedi delle montagne, lo scheletro di una vecchia ruota panoramica sullo sfondo del cielo plumbeo in Armenia, il mare di Naoshima avvolto nella nebbia, lettere dell’alfabeto armeno rovesciate sulla terra come “monumento nel nulla”, uno pneumatico in una radura nel mezzo della foresta, i resti del palazzo del parlamento, simbolo del passato governo della Germania dell’Est, le cicatrici di sparatorie sulla facciata di un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino, luoghi abbandonati, deserti, spettrali e poeticamente squallidi, intrisi di soggettivismo e spiritualità, di una tensione verso il sublime alla ricerca di messaggi della natura. E, al di là dei paesaggi dell’Armenia e del Giappone, ciò che io ho trovato ed amato in queste foto è l’anima più autentica, profonda e bella della Germania, la capacità di percepire lo spirito dei luoghi, la loro essenza profonda, di ascoltare le parole delle cose, quella sensibilità tipicamente tedesca per dettagli apparentemente insignificanti, ma intrisi di una bellezza e di una malinconia che derivano dal loro silenzio, dalla dignità della loro decadenza.
Autografo für Anna!



sabato 29 giugno 2013

Auf der anderen Seite

 „Sechs Menschen, deren Wege sich auf schicksalhafte Weise kreuzen, ohne sich zu berühren. Erst der Tod führt sie zusammen, auf einer emotionalen Reise zur Vergebung“



 Auf der anderen Seite“ ist der zweite Teil der Filmtrilogie „Liebe, Tod und Teufel“ von Fatih Akin, deren erster Teil „Gegen die Wand“ auf der Berlinale 2004 den Goldenen Bären gewann. Seine Weltpremiere hatte der Film 2007 auf dem 60. Filmfestival von Cannes, wo er als deutscher Beitrag im Wettbewerb um die Goldene Palme vertreten war und den Preis für das beste Drehbuch sowie den Sonderpreis „Prix du Jury œcuménique“ gewann. Auch in weiteren Ländern lief er erfolgreich. Nach dem Gewinn des Filmpreises Lux wurde der Film in alle 22 Amtssprachen der EU übersetzt. Der Film wurde darüber hinaus als deutscher Beitrag für die Oscarverleihung 2008 ausgewählt, kam allerdings nicht in die Endauswahl.

Der Film ist in drei Kapitel gegliedert: „Yeters Tod“, „Lottes Tod“ und „Auf der anderen Seite".
Im ersten Kapitel ist der Germanistikprofessor Nejat erstaunt, wenn er seinen Vater mit eine Prostituierten,  Yeter, nach Hause finden. Yeter hat dieses Angebot akzeptiert, weil zwei Türken sie bedrohten haben. Aber später werden Nejat und Yeter Freunde und Nejat beginnt, Respekt von ihr zu haben, wann er entdeckt, dass Yeter eine Tochter hat. Yeter erzählt ihm, dass sie das Studium von ihrer Tochter finanziert hat. Sie hat ihrer Tochter gesagt, dass sie als Verkäuferin in einem Schuhgeschäft arbeitet. Für ihre Tochter würde sie alles tun : sie wollte, dass sie ein gebildeter, kultivierter Mensch wird. Aber sie ist beunruhigt, weil sie nicht mehr weiß, wo ihre Tochter ist.

Dann schlägt Ali Yeter in einem alkoholisierten Wutanfall : sie prallt gegen eine Sofalehne und sie ist sofort tot. Die Familie von Yeter kann die Leiche in die Türkei überführen. Während Ali festgenommen und zu einer Haftstrafe verurteilt wird, fährt Nejat nach Istanbul, um Yeters Tochter, Ayten, zu suchen, weil er ihres Studium finanzieren möchtet. Er kann seinen Vater nicht verzeihen : er denkt, dass jemand, der mordet, nicht sein Vater sein kann.

In Istanbul kann er Ayten nicht finden : ihre Familie hat sie lange nicht gesehen und sie ist seit ein paar Monaten verschwunden. Sie haben keine Fotos von Ayten, so nimmt er ein Foto von Yeter. Er bleibt in Istanbul, gibt seine akademische Karriere auf und übernimmt eine deutsche Buchhandlung. Er hängt Pinnwänden mit Yeters Foto überall und auch an eine Wand von der Buchhandlung.

Im zweiten Kapitel ist die Protagonistin Ayten. Yeters Tochter ist eine Soziologiestudentin und eine Politaktivistin und gehört zu einer verbotenen politischen Gruppe. Nach einer Demonstration verliert sie ihres Handy und nimmt eine Waffe, so wird sie von der Polizei verfolgt. Sie geht auf ein Hausdach, wo sie die Waffe verstecken kann, aber die Polizei benutz die Telefonnummern in ihrem Handy, um ihre Freunde zu verhaften. So muss sie mit einem gefälschten Pass nach Deutschland entfliehen, wo sie beginnt, ohne Aufenthaltsgenehmigung und ohne Geld zu leben. Sie isst und schläft in der Universität, weil die Mensa billig ist, und wir finden, dass die ersten zwei Kapitel gleichzeitig sind : zweimal wiederholt der Regisseur eine Szene, als Ayten im Nejats Unterricht schläft.

In der Universität kennt sie Lotte, eine Studentin, lernen, und sie werden Freundinnen. Trotzdem ist Ayten eine illegale Einwanderin, Lotte bringt zu sich nach Haus. Ihre strenge Mutter, Susanne, ist nicht so zufrieden mit dieser Situation. Aber die beiden Mädchen verlieben sich und beginnen eine Affäre.
Ayten sucht in Bremen  ihre Mutter in allen Schuhgeschäften, aber natürlich kann sie sie nicht finden. Aber ihre Mutter ist sehr nahe : in einer anderen Szene sehen wir gleichzeitig Nejat und Yeter im Bus und Lotte und Ayten im Auto. Dann geraten Ayten und Lotte in eine Polizeikontrolle; Ayten versucht zu laufen, aber sie wird festgenommen. Sie kann nicht Asyl bekommen und wird sie deshalb in die Türkei abgeschoben. Im Gefängnis wartet sie auf den Prozess.

Lotte fährt nach Istanbul, wo sie Untermieterin von Nejat wird. Er weiß nicht, dass sie Yeters Tochter kennt, und sie weiß nicht, dass er  Ayten sucht.  Nejat denkt, dass es unmöglich ist, Ayten zu finden, so entfernet Yeters Foto von der Wand. Bei einem Besuch im Gefängnis bittet Ayten Lotte, um die versteckte Waffe zu nehmen, weil ein Mitglied von ihrer politischen Gruppe sie abholen wollte. Lotte findet die Waffe und steckt sie in ihre Handtasche. Aber auf der Straße wird ihre Handtasche von drei Kindern gestohlen.  Lotte rennt ihnen nach, aber ein Kind schießt auf sie und sie ist sofort tot. Ihre Leiche wird nach Deutschland überführt.
Im dritten Kapitel, fährt Susanne nach Istanbul in der Hoffnung, ihrer Tochter nach dem Tod näher zu kommen. In dem selbsten Flugzeug gibt es auch Ali : er wird aus Deutschland ausgewiesen. Ali kommt nach Trabzon, sein Geburtsort, zurück, und Susanne vermietet Lottes Zimmer und sie und Nejat werden Freunde. Sie liest Lottes Tagebuch und versteht, dass ihre Tochter ihr sehr ähnlich war. Sie besucht Ayten im Gefängnis, verzeihet ihr und beginnt, um ihr zu helfen. Sie findet einen guten Anwalt und Ayten wird freigelassen. Mit Susanne besucht Ayten die Buchhandlung, aber das Foto von ihrer Mutter ist nicht mehr an der Wand.

In der Zwischenzeit, verstehet Nejat, dass er seinen Vater liebt. Obwohl er ein Mörder war, war er kein schlechter Vater und er hat seinen Sohn gut erzogen. So passt Susanne auf die Buchhandlung auf, und Nejat fährt nach Trabzon. Dort setzt er sich ans Meer und wartet auf seinen Vater.
Zwei der Themen bieten sich durch den Filmtitel und die Kapitelüberschriften an : der Tod und „Auf der anderen Seite“. Der Tod hat in die Leben von Yeter und Ali vor langer Zeit schon eingegriffen: beide sind verwitwet und haben ihr einziges Kind allein aufgezogen, wie auch Susanne, die keines Kontakt mehr mit Lottes Vater hat. Im Film gibt es zwei Tötungen : die eine Tat geschieht in der Privatsphäre, die andere im öffentlichen Raum, aber sind sie beide nicht mit Absicht verübt werden. Im geografischen Sinne, verschlägt der Regisseur alle sechs Protagonisten auf die andere Seite“, in die Türkei oder nach Deutschland. Die beiden Särge auf dem Förderband des Istanbuler Flughafens - eine herab (Yeter) und die andere hinauf (Lotte) – sind die Metapher von dieser Situation. Die Leitmotiv von dem Film sind auch Schicksal und Zufall, der Idee der „sich kreuzenden“, aber „nicht berührenden“ Lebenslinien, so können die Protagonisten nur „auf die andere Seite“ finden, wen und was sie suchen.
Denn erzählt der Regisseur von einer Vater-Sohn und zwei Mutter-Tochter Beziehungen : eine Tochter sucht ihre Mutter ohne Erfolg in Deutschland, eine andere Mutter sucht ihre Tochter in der Türkei, aber am Ende findet Susanne eine Tochter, und finde Ayten eine Mutter. Der Film ist auch über Reue, Vergebung, Versöhnung, besonders für die beiden Männer: am Anfang verleugnet ein Sohn seinen Vater, aber am Ende wartet auf ihn und kann ihn verzeihen. Auslöser für seinen Entschluss, um seinen Vater zu besuchen, ist Susannes Frage nach dem Hintergrund des Bayram-Festes (Gottes Forderung an Abraham, seinen Sohn zu opfern) : er erinnert an kindliche Frage an den Vater, ob er ihn auch opfern würde. Sein Vater hat antwortetet dass, er sich sogar Gott zum Feind machen würde, um ihm zu beschützen.

Fatih Akin
Andere Themen von dem Film sind die Identitätsfindung zwischen zwei Kulturen, die Kämpfe für ein Ideal und das schwierige Zusammenleben mit Multikulturalität, Globalisierung und die Untersuchung von ihrer einigen Familie und ihrer Herkunft. „Auf der anderen Seite“ ist kein politischer Film. Der Regisseur kritisiert die türkische Justiz und das deutsche Asylrecht, aber nur im Hintergrund. Im Vordergrund stehen die Protagonisten und sie lernen, um die Vergebung und das Leiden zu verstehen. So ist „Auf der anderen Seite“ eine nachdenkliche Meditation über das Leben, über Liebe und Tod.