mercoledì 30 ottobre 2013

Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone Germania. - Mostra a Villa Pignatelli

«Quello che amo soprattutto nella fotografia analogica, non per nostalgia, ma per puro piacere, è che essa può ancora rappresentare la realtà. L’atto di fotografare è un lavoro costante contro la sua progressiva scomparsa»

Oggi parliamo di un argomento diverso dal solito, la fotografia, semplicemente perché devo immortalare nel mio blog un momento importantissimo : ho visto Wim Wenders! Ho parlato con Wim Wenders! Wim Wenders parlava in tedesco e io lo capivo! È valsa la pena di penare tanto a imparare il tedesco, se ho potuto presentarmi a Wim Wenders e chiedergli l’autografo! Ma andiamo in ordine : non l’ho incontrato per strada, né mi sono introdotta nel suo hotel come una fan pazza (anche se un pensierino in proposito l’ho fatto). Ora, spero non ci sia bisogno di spiegare chi è Wim Wenders, forse il principale esponente del Nuovo Cinema Tedesco, il regista di film immortali come Il cielo sopra Berlino e Così lontano, così vicino. Ma non tutti sanno che, oltre che regista, Wenders è anche un artista e un fotografo  fin da quando, a sette anni, ricevette la prima Leica dal padre, e che considera la fotografia alla pari della sua attività di regista.

Ed è proprio per raccontare la sua esperienza e il suo lavoro come fotografo che è stato invitato Il 24 ottobre nella mia città, a Villa Pignatelli, dove fino al 17 novembre sarà ospitata la mostra fotografica Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone Germania. In questa mostra sono esposte 20 foto tratte dal suo ultimo lavoro, un volume di fotografie e scritti di viaggio dal titolo Places Strange and Quite. Queste venti fotografie, che rappresentano  le atmosfere senza tempo di paesaggi naturali e scenari urbani desolati,  sono state presentate per la prima volta in Italia e sono accompagnate da brevi appunti dell’artista .
E giovedì scorso la curatrice della mostra, Adriana Rispoli, ha condotto una conversazione aperta con l’artista e il pubblico, con la collaborazione del Goethe Institut, rappresentato dalla direttrice Maria Carmen Morese e moltissimi di noi studenti.

L’ingresso era libero fino a esaurimento posti, e meno male che ci siamo avviati con più di un’ora di anticipo, perché c’era una folla incredibile, la fila cominciava molto lontano dall'ingresso della Villa. Questo naturalmente mi ha fatto molto piacere : è in queste circostanze che la mia città mi stupisce piacevolmente, quando mi dà prova che nonostante tutto quello che subiamo c’è ancora una maggioranza di persone di tutte le età interessata alla cultura e all'arte.
In realtà io Wim Wenders già lo avevo visto all'università anni fa, quando nel 2006 fu insignito a Napoli del Premium Extraordinarium degli Annali dell'architettura e delle città, proprio in omaggio alla sua poetica basata sull'importanza data ai paesaggi e agli scenari urbani, e la conferenza del 24 ha confermato le mie impressioni : non è solo un genio e il più grande regista contemporaneo, dotato di una cultura incredibile e di un cervello straordinario, ma è anche una persona piacevole, ironica e autoironica, gentile e aperta. Naturalmente parlava in tedesco, con Doris, una delle prof del Goethe Institut, che traduceva, ma lui ci ha regalato osservazioni preziosissime e gentili in italiano e, scherzi a parte, sono orgogliosa di essere riuscita a seguire tutto quello che ha detto, a cogliere quelle sfumature che hanno senso solo in tedesco e che, purtroppo, nella traduzione si perdono.

Dal momento che di fotografia non me ne intendo, per non rischiare di dire sciocchezze mi limito a ricopiare i miei appunti.

Le foto mostrano gli aspetti principali della ricerca di Wenders, la sua esperienza umana ed artistica in bilico fra vivere, viaggiare e vedere. “Immagini sospese che raccontano il passaggio dell’uomo attraverso la sua assenza, la memoria dei luoghi in un silenzioso flusso del tempo”, come  ha commentato la Rispoli.
The Old Jewish Quarter, Berlin 1992

In queste foto, l’uomo è descritto attraverso la sua assenza, non ci sono presenze umane, perché secondo Wim Wenders è solo senza persone che i luoghi raccontano di sé, altrimenti tutti guarderebbero le persone. Per esempio, per fotografare la ruota panoramica ci ha messo tre giorni : il primo giorno c’erano dei bambini che ci giocava, il secondo giorno un pastore con le sue pecore… solo il terzo giorno è riuscito a stabilire un dialogo con il paesaggio e i suoi significati. Il concetto principale della raccolta, il suo motivo conduttore, è il non-luogo, l’un-örter. Come ha spiegato il regista, molti luoghi si presentano allo sguardo come non-luoghi, cioè come luoghi che sono nel presente ma che esprimono la sofferenza del passato. Nelle città, perciò, vi sono molti più non-luoghi che luoghi. Ha continuato spiegando che tutti noi abbiamo più di cinque sensi, e fra questi sensi ulteriori non è mai menzionato il senso del luogo, che è qualcosa che ormai è in via d’estinzione : mentre una volta per sopravvivere era indispensabile avere delle coordinate mentali della propria posizione, ora questo non serve più, ci sono delle macchine che lo fanno per noi. Per lui, però, è importante conoscere un luogo come proiezione di uno spazio mentale.  Inoltre, nel mondo moderno, ormai molti luoghi standard sono diventati quasi intercambiabili, e per questo lui cerca luoghi unici nel loro genere. Per un fotografo i non-luoghi sono importanti perché sono sprachlos, non sanno più raccontare la loro storia senza l’aiuto del suo occhio artistico. Compito del fotografo è quindi registrare qualcosa che va al di là del visibile, che trascende la semplice dimensione spazio-temporale.
The sea near Naoshima

Riguardo al rapporto fra fotografia e cinema, oggetto di molte delle domande che gli sono state fatte, afferma che per lui sono due mestieri diversi, l’una l’inversione dell’altro, ma che proprio l’un-örter è il suo scopo come fotografo e come regista.  Infatti nel suo libro The Art of Seeing, parla dei vuoti come elemento di indagine e comprensione della città, la narrazione dell’assenza come fonte di ispirazione poetica. Il suo cinema, spiega, è nato proprio dai vuoti delle metropoli, che sono più modi di essere che modi di vivere e nelle quali ci si sente più soli e angosciati. Ma, mentre in un cinema che non potrebbe esistere senza le metropoli lui mette al centro gli esseri umani, nelle sue fotografie fa parlare i luoghi e si allontana dallo scenario urbano.

I due mestieri hanno un elemento in comune : l’inquadratura, la cornice. Ma mentre ogni foto ha una sola inquadratura, il film ne ha molte, tanti piccoli pezzi di una grande costruzione il cui insieme crea un edificio e si sviluppa su più piani temporali e forma una storia, una geschichte, termine che deriva proprio da schicht, strato, in modo che il regista diventi una sorta di architetto che mette insieme questo edificio.  Invece il lavoro del fotografo è completamente diverso, cogli solo un’inquadratura che unisce presente, passato e futuro e perciò il fotografo costruisce una sola storia, o addirittura non ha bisogno di costruire storie, perché è la foto stessa a raccontare la sua senza che lui debba aggiungerci niente, mentre nei film è lui che mette la storia.

Naturalmente ci sono momenti della sua storia cinematografica che richiamano le sue foto, e il fatto che unisca in sé queste due professioni nasce dal fatto che lui, in realtà, da sempre avrebbe voluto fare il pittore. Dalla pittura e dai grandi pittori, afferma, ha imparato più che dalla storia del cinema e della fotografia.  Il suo pittore preferito è Vermeer, la cui influenza si può riconoscere nelle luci e negli interni dei suoi film. Wim Wenders ha raccontato di averlo scoperto per caso ad Amsterdam, senza sapere che fosse un pittore famosissimo. Nei suoi dipinti, notò, le persone erano molto più presenti rispetto ad altri quadri e questo gli fece capire quanto fosse importante il punto di vista, lo sguardo del pittore, il voler trasmettere tutto quello che lui riusciva a recepire, e da questa sensazione nacque il suo desiderio di fare il pittore, di cogliere qualcosa e renderlo visibile anche agli altri. D’altro canto, ha confessato di essere felice di non essere diventato pittore perché molti pittori che conosceva e che da ragazzo gli piacevano alla fine avevano preso anche loro la cinepresa e si erano dati al cinema. Ad ogni modo, questo gli ha confermato quello che già aveva intuito, che portare un’immagine sulla tela o sullo schermo sono momenti collegati.
Eternal Friendship with People of the Soviet Union - 2011

Riguardo alle foto esposte alla mostra, gli è stato chiesto per quale il processo che porta alla scatto era stato più difficile, quale gli aveva dato più difficoltà nello stabilire un dialogo, e lui ridendo ha risposto che ci sono foto che lo hanno fatto disperare, che a volte è rimasto deluso dal risultato, che non è riuscito a cogliere quello che si aspettava… oltre alla foto della ruota panoramica, quella che più lo ha coinvolto in questo senso, quella che lo coinvolge ancora ogni volta che la rivede è quella della casa con i fori di proiettile della Seconda Guerra Mondiale dipinti di rosso : è l’unica foto alla quale avrebbe voluto dedicare più tempo. Davanti a quella casa lui passava ogni giorno senza pensare di fotografarla. Solo una volta ne fece una foto di fretta. Quando poi vi ritornò, scoprì che intanto era tutto cambiato e che quella foto era l’unica che avrebbe mai potuto scattare di quel luogo. Per lui questa è la tragedia del viaggiatore, che nel suo paese, a casa sua, non apre gli occhi come durante i suoi viaggi, perché è difficile essere per la propria città così aperti come quando si è in viaggio. E negli appunti su quella foto leggiamo : «Quell'istante era vent'anni fa. L’ultima volta che sono passato in questo posto, era diventato un negozio di souvenir. Difficile adesso trovare tracce di uno di questi fori di proiettile della seconda guerra mondiale a Berlino. Alla fine, ogni immagine è una capsula del tempo».
Petrol Station in Alaverdi

I titoli delle foto, una sorta di didascalie che introducono chi osserva la foto nei suoi pensieri al momento dello scatto, sono i suoi appunti, che permettono di sbirciare nel momento creativo, sottolineando il passaggio da paesaggio a immagine. Le sue foto sono resoconti di un viaggio in cui ha gettato via le mappe : per lui è bellissimo, quando viaggia, scoprire un luogo perdendovisi, godendosi il senso di un viaggio senza riferimenti. E anche quando ha una cartina, la usa per leggere i nomi dei luoghi per poi farsi guidare da essi, andando poi alla ricerca dei luoghi con i nomi più strani, come, ad esempio, una montagna chiamata “denti a sega” o una cittadina chiamata Truth of consequences. Perciò gli appunti per lui sono parte integrante del suo lavoro, con i quali vuole far orientare lo spettatore e nello stesso tempo suscitare in lui curiosità, ironia, e aprirlo verso di lui e verso l’immagine. In bilico fra il diario personale e delle note buttate giù di fretta, gli appunti risaltano comunque per la loro semplice poeticità. Bellissimo è, ad esempio, il commento alla foto Il mare vicino Naoshima: «Alcune persone possono stare in piedi per ore e guardare le montagne. Io preferisco osservare il mare. Non c’è nulla di più misterioso di come il tempo scorra lungo l’oceano. L’orizzonte ti fa perdere il senso del tempo».
Forest Peace

Venendo ad aspetti più tecnici, Wim Wender nelle sue fotografie usa l’analogico e non il digitale – e non si è risparmiato battutine su tutti noi che stavamo lì con cellulari e fotocamere fin da quando, appena entrato, ha salutato i suoi “colleghi fotografi” – non per motivazioni nostalgiche, visto che nel cinema da più di vent'anni una solo il digitale. Come fotografo, però, usa l’analogico perché fotografa luoghi, non persone, e perché per lui la sua macchina fotografica è qualcosa di più di una semplice macchina. Attraverso le sue foto cerca di registrare anche suoni, sentimenti, e spera che i luoghi gli raccontino i loro segreti, la loro storia, che lui e il luogo entrino in una specie di dialogo in cui lui, come fotografo e interlocutore, deve essere aperto e presente. Usando l’analogico, quando lascia il luogo non può sapere se la foto è riuscita o no a raccontare la sua storia, ma lui non vuole saperlo, non vuole nemmeno sapere se la foto è riuscita o no. Con la digitale, invece, si può controllare subito, se la foto non piace viene immediatamente cancellata, e questo interrompe il dialogo con il luogo e eliminerebbe la sua presenza, instaurando un dialogo non fra fotografo e paesaggio, ma fra fotocamera e paesaggio. Perciò l’uso dell’analogico è una sorta di protesta contro le immagini digitali e la realtà vera e propria, la Wirklichkeit, quasi una “resistenza poetica”, come ha scritto Adriana Rispoli.Inoltre gli è stato chiesto se usa il formato 19/9 come citazione al cinema, ma lui ha risposto che lo usa perché dà uno sguardo panoramico maggiore, coglie l’orizzonte in modo spettacolare.
Formerly "Palast der Republik", Berlin 2008

Gli è stato chiesto se pensa di aver realizzato il film della sua vita, o se c’è un film che ancora vorrebbe fare, e lui ha risposto che per ogni film che ha fatto ce ne sono decine che avrebbe voluto fare. Inoltre si rammarica che, mentre all'inizio della sua carriera, girava un film all'anno  ora questo non è più possibile, riesce a girare un film solo ogni 3-4 anni e quindi ne realizza di meno, ma non ha mai avuto la sensazione che c’è un film che non ha mai realizzato, è soddisfatto perché è sempre riuscito a realizzare quello che voleva e perché, già da giovanissimo, da ragazzo, poteva essere il produttore dei suoi film.

Come regista, inoltre, gli è difficile cogliere il mondo del cinema moderno, che è veloce e privo di panoramiche, mentre lui nei film vuole comprendere i luoghi, capire dove si svolgono e i legami fra luogo e elementi. E questo gli manca anche nella fotografia moderna, gli manca la sensazione di vedere un luogo che esiste, perché la gente vuole creare un paesaggio, non scoprirlo/trovarlo.
Alles oder Nichts (All or Nothing) Berlin 2008

Al di là di tutte le spiegazioni, le foto, di per sé, sono meravigliose : paesaggi sconfinati e insieme il fascino dell’imperfezione architettonica, slogan  per la lotta al capitalismo accennati su un muro nella vecchia Germania dell’Est, una stazione di benzina sullo sfondo di una fabbrica abbandonata ai piedi delle montagne, lo scheletro di una vecchia ruota panoramica sullo sfondo del cielo plumbeo in Armenia, il mare di Naoshima avvolto nella nebbia, lettere dell’alfabeto armeno rovesciate sulla terra come “monumento nel nulla”, uno pneumatico in una radura nel mezzo della foresta, i resti del palazzo del parlamento, simbolo del passato governo della Germania dell’Est, le cicatrici di sparatorie sulla facciata di un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino, luoghi abbandonati, deserti, spettrali e poeticamente squallidi, intrisi di soggettivismo e spiritualità, di una tensione verso il sublime alla ricerca di messaggi della natura. E, al di là dei paesaggi dell’Armenia e del Giappone, ciò che io ho trovato ed amato in queste foto è l’anima più autentica, profonda e bella della Germania, la capacità di percepire lo spirito dei luoghi, la loro essenza profonda, di ascoltare le parole delle cose, quella sensibilità tipicamente tedesca per dettagli apparentemente insignificanti, ma intrisi di una bellezza e di una malinconia che derivano dal loro silenzio, dalla dignità della loro decadenza.
Autografo für Anna!



lunedì 21 ottobre 2013

Picnic a Hanging Rock - Joan Lindsay e Peter Weir

«C’è un tempo e un luogo perché qualsiasi cosa abbia principio e fine…»

60 post! considerando che mi aspettavo di abbandonare il blog dopo un mese, è un traguardo! dedico questo post importante al mio libro / film preferito. Ero ragazzina quella notte in cui, sul punto di andare a dormire, non spensi la televisione, attirata da una musica soave e misteriosa del flauto di Pan; affascinata, guardai il film che stava cominciando : Picnic a Hanging Rock. Da allora sono passati anni e quel film e il libro, che mi affrettai a procurarmi, mi restano ancora dentro con la loro atmosfera onirica, inquietante, surreale… è come se la storia narrata fosse rimasta sospesa nella mia immaginazione con la perentoria autorità della domanda : che è successo? 

Il libro, ambientato nel 1900 in Australia, si presenta come il resoconto di fatti reali; l’autrice non ha mai rivelato quanto fosse vero e quanto fosse stato creato dalla sua fantasia e riporta vari articoli di giornale, fra i quali questo, del 1913, che richiama la vicenda : 
«Sebbene il giorno di San Valentino sia in genere dedicato allo scambio di regali e ad affari di cuore, sono trascorsi esattamente tredici anni da quel fatale sabato in cui un gruppo di circa venti allieve e due insegnanti partì dall'Appleyard College sulla strada di Bendigo per un picnic a Hanging Rock. Una delle insegnanti e tre ragazze scomparvero nel pomeriggio. Solo una venne poi ritrovata. La Hanging Rock è una struttura spettacolare di origine vulcanica che si eleva dalle pianure ai piedi del monte Macedon, di particolare interesse geologico per le sue uniche formazioni rocciose, tra le quali dei monoliti e buche e caverne presumibilmente senza fondo, fino a poco tempo fa inesplorate. Si pensò a quell'epoca che le persone scomparse avessero tentato di scalare le pericolose scarpate vicino alla cima, dove probabilmente erano perite; ma se per incidente, suicidio o assassinio volontario, non è stato accertato, poiché le salme non vennero mai rinvenute». 

 
A grandi linee, la storia è questa, e non racconterò la dettagliatamente la trama; l’importante è la misteriosa scomparsa delle allieve e di un’ insegnante di un prestigioso collegio vittoriano, incongruo sullo sfondo della selvaggia, impenetrabile natura australiana, «un anacronismo architettonico nella macchia australiana, un irrimediabile sbaglio nel tempo e nello spazio» . 
Quello che si deve notare è che, ancora prima che si verifichi l’evento che dà inizio alla storia, fin dalle prime pagine del libro è facile rendersi conto che c’era già “qualcosa”. Questo “qualcosa” si incarna in Miranda, la protagonista della storia e il personaggio chiave per l’interpretazione della vicenda, nonostante la sua presenza fisica nel romanzo venga presto meno : Miranda è infatti una delle alunne scomparse.

Sebbene simile alle altre manierate e romantiche adolescenti, perfetta figura di fanciulla vittoriana, fin dall'inizio Miranda, soave, quasi angelica, appare sospesa in un’atmosfera incantata, onirica, e per attimi quasi impercettibili fa percepire barlumi di una saggezza misteriosa, di una consapevolezza innata di cose preluse agli altri esseri umani. Bionda e solare, esercita con dolcezza e noncuranza un irresistibile carisma, il carisma di una sacerdotessa di culti dimenticati, anche se in apparenza è l’adolescente piena di vita che innalza un brindisi a San Valentino, quella che manomette il cancello permettendo alla comitiva di avvicinarsi alla roccia, quella che non porta il suo orologio di brillanti perché non sopporta di sentirselo battere vicino al cuore, quella che le altre consultano con la sguardo prima di una decisione, che esorta a non odiare la gente anche se è cattiva e che sa fin dall’inizio di non essere destinata a restare là a lungo… un angelo del Botticelli uscito dagli Uffizi, come la definisce l’insegnate di francese, preda di un’improvvisa illuminazione quando la ragazza si volta a salutarla in una scena che in seguito scopriamo determinante : quello è l’ultimo saluto di Miranda, che si volta e si avvia con le amiche verso la Roccia, l’altra protagonista del romanzo. 
Il lettore vede per la prima volta la Hanging Rock insieme alle ragazze : «L’impressione suscitata da quei picchi elevati induceva a un silenzio così saturo della formidabile presenza della roccia […] Sulla ripida parete sud il gioco della luce dorata e della profonda ombra violetta metteva in risalto l’intricata struttura di lunghi lastroni verticali : alcuni lisci come gigantesche pietre tombali, altri scavati e scanalati dall'opera preistorica del vento, dell’acqua e del fuoco. Enormi massi, all'origine vomitati incandescenti dalle viscere ribollenti della terra, adesso si erano fermati, freddi e arrotondati nell'ombra della foresta». Ai suoi piedi, tutti gli orologi si fermano, forse per il magnetismo… È verso questo imponente monolito di milioni di anni che Miranda si avvia insieme a Irma, Marion e Edith. 

Durante il tragitto le ragazze vedono altri campeggiatori : intravediamo così di sfuggita altri personaggi importanti della storia: il giovane Michael Fitzhubert, aristocratico inglese, e il cocchiere di suo zio e suo coetaneo, Albert; i due ragazzi vedono le ragazze scavalcare un torrente e avanzare verso la Roccia. La natura nella quale si inoltrano, prima accogliente e gioiosa, mostra presto il suo lato inquietante e minaccioso, un potere magnetico che agisce non solo sugli orologi.  
Anche nell'atteggiamento verso la roccia l’autrice differenzia Miranda dalle altre : «E Miranda, i cui piedi sembrano scegliersi tra le felci mentre il capo si volge verso le cime scintillanti, sente già di essere qualcosa di più di uno spettatore estatico davanti a uno spettacolo eccezionale?» : domanda retorica con risposta positiva! È infatti Miranda a dire alle altre : «Ho l’impressione che ci debba essere un sentiero quassù da qualche parte», quando l’autrice poco prima era stata chiara : «Non ci sono sentieri su quel lato della Roccia. O se mai ci furono sentieri, si sono cancellati da tempo. È da molti molti secoli che nessuna creatura vivente, se non di quando in quando un coniglio o un cangurino, ha violato il suo arido petto».


 
Il ritorno al collegio è drammatico : oltre a Miranda, Marion e Irma è scomparsa anche l’insegnante di matematica, allontanatasi dal gruppo senza che nessuno se ne accorgesse. Edith invece era sbucata urlante dalla boscaglia, in preda a una crisi isterica e con i vestiti strappati; oltre al fatto di aver lasciato le compagne “lassù” non ricordava niente. Cominciano le indagini e la polizia raccoglie testimonianze. Il cocchiere accenna a tutti i buchi e i precipizi della Roccia e dichiara che sull'unico sentiero esistente non aveva trovato, durante le prime ricerche, tracce delle ragazze. In lui c’è la speranza che Miranda, nata e cresciuta nella boscaglia e capace di non perdere la calma, avesse guidato le altre al riparo per le notte. Edith viene interrogata da un dottore e poi dalla polizia, in quanto unica testimone di un non meglio precisato “evento”. Riportata sul posto, emergono in lei ricordi imprecisi : una misteriosa, strana nuvola rossa e l’insegnate di matematica che, mentre lei scendeva, saliva di corsa sulla Roccia senza la gonna. 

Scomparsa Miranda, il punto di vista diventa quello di Michael : dopo averla vista quell'unica volta, Mike è ossessionato dall'immagine di Miranda, che rivede nella bellezza della natura, nei cigni che scivolano soavi sull'acqua  e alla quale non riesce a smettere di pensare : si crea così paradossalmente una coppia formata dalla protagonista femminile, scomparsa al terzo capitolo ma la cui presenza cresce di pagina in pagina, e quello che assume il ruolo di protagonista maschile. 

Un aspetto molto tenero e solo apparentemente secondario del libro è la sorprendente amicizia che nasce fra Albert e Michael, un’amicizia commovente fra due esseri diversissimi : un servitore cresciuto in orfanotrofio, con un passato da piccolo delinquente, sfrontato e selvatico, e il giovane e raffinato lord inglese infantile, curioso e coraggioso. L’uno sviluppa per l’altro curiosità e affettuosa ammirazione. Michael è affascinato e incuriosito dalla vita che ha reso l’amico esperto, furbo e disincantato e Albert è sviluppa un affetto inaspettato per l’inglesino ingenuo dalla perfetta educazione, sognatore ed timido. L’uno arriva a considerare l’altro l’interlocutore privilegiato e fra i due ragazzi nasce una fortissima fiducia reciproca che spinge Michael a confidare ad Albert il suo progetto : andare a cercare da solo le ragazze; più che un piano dichiara di avere una sensazione. Sebbene Albert sia convinto della morte delle ragazze, non lo lascia andare da solo. Durante le ricerche Michael si spinge lontano, forse più lontano della polizia e degli esploratori, e all'improvviso  giunto forse nel luogo in cui si erano fermate le ragazze, sente per due volte una specie di sussurro. In preda ad uno stato d’animo irrazionale ed esaltato, decide di trascorrere la notte sulla Roccia. La mattina dopo, dopo una notte insonne, si risveglia da un sonno improvviso con un taglio sanguinante sulla fronte e cade in una specie di delirio : «pareva giungergli da ogni parte all'intorno un sommesso mormorio senza parole, quasi come un brusio di voci in lontananza, intervallato ogni tanto da trilli che avrebbero potuto essere brevi scoppi di risa». 
Nonostante la sofferenza, la fame e la sete, ha un solo pensiero : andare avanti. E anche lui scompare dietro il monolito. Lo ritrova Albert, privo di sensi, senza nulla che spiegasse il taglio sulla fronte o e i graffi sul viso e sulle braccia; è sempre Albert a seguire le sue tracce sulla Roccia, a inoltrarsi dietro il monolito…e a ritrovare Irma, ancora viva dopo una settimana, con graffi sulle mani e sulle braccia, scalza ma con i piedi puliti e senza graffi, e con in fronte lo stesso taglio di Michael; in seguito emerge che non aveva il busto ma che era “intatta”. Ai fini della trama il ritrovamento di Irma è inutile : neanche lei ricorda nulla e tutti le serbano rancore perché era stata ritrovata lei e non Miranda.

Nonostante la sua scomparsa, la presenza di Miranda cresce, diventa così essenziale e profonda da arrivare a confondersi con quella, misteriosa e perentoria, della Roccia. 

Peter Weir, il regista del film, la descrive così : «Miranda si può descrivere con un’antica parola inglese, forse di origine scozzese, “fey”, che indica una persona in grado di vedere le fate. A posteriori, si può dire che, quel giorno, lei “sente” che sta per succederle qualcosa. È come se fosse la promessa sposa della morte e si stia preparando per quell'appuntamento  Lei non lo sa, questo è ovvio, ma tutto, dal modo in cui si spazzola i capelli all'inizio  canticchiando una canzoncina, trasmette calma, come se tutto fosse deciso e non dipendesse più da lei e dalle sue azioni, ma da un essere supremo. Lei ne è consapevole, è sensitiva». 

Per questo è la figura più connessa alla Hanging Rock. Fin dall'inizio la Roccia è descritta come una sorta di entità senza tempo, di milioni di anni, accanto alla quale il tempo ordinario cessa di scorrere (gli orologi fermi). Ma anche Miranda è fuori dal tempo ed è questa l’improvvisa rivelazione di Mademoiselle : Miranda è una angelo, una creatura non umana, che proviene da un tempo e uno spazio diversi. Il suo è il nome della Miranda di Shakespeare, la figlia del mago esiliato cresciuta in un’isola deserta popolata di spiriti, alla quale forse si allude nei rarissimi accenni al “lussuoso isolamento” della sua casa, che restava separata dal mondo esterno per mesi e mesi; è lei infatti a consentire alla comitiva di arrivare alla Roccia manomettendo la serratura del cancello del parco, proprio come aveva imparato a fare nelle “proprietà paterna”. 
Il cancello che Miranda apre è quello della magia, dell’irrazionale, delle pulsioni nascoste e primordiali dell’animo umano, e solo lei può farlo perché lei è la bellezza eterna che ha sconfitto il tempo, che si colloca nella dimensione dell’eternità alla quale l’uomo aspira. Chi la ama, chi ne ossessionato, chi la cerca, attraverso di lei cerca il mistero, la bellezza, l’eternità, la natura, l’amore. Per questo lei è una ninfa botticelliana rapita dalla natura, colei che fin dall'inizio era consapevole dell’ineluttabilità di ciò che stava per accadere, che si aggira nella realtà come un miraggio dai contorni sfumati e si avvia alla Roccia solenne come una vestale che entra nel tempio, che guida le altre procedendo sicura tra gli anfratti della roccia come se fosse sicura della strada da seguire, come se ci fosse già stata e come se stesse perseguendo un obiettivo di cui aveva già conoscenza molto prima che tutto avesse inizio, che prima della partenza preannuncia profeticamente alla sua compagna di stanza, Sara, che non sarebbe rimasta là ancora a lungo. È per questo che ai piedi della Roccia il tempo non scorre, perché la bellezza non ha tempo, perché la natura ha una purezza primordiale e incomprensibile che non ha un prima o un dopo, un esserci e un non esserci, e che agli esseri umani appare terribile e minacciosa. 
Anche il regista dà una spiegazione simile : «É chiaro che ho voluto descrivere un mondo naturale, un mondo australiano estremamente crudo e selvaggio, che non ha assistito a battaglie o a costruzioni di grandi Imperi con il loro alternarsi di glorie e fallimenti. É qualcosa che è fermo all'alba dei tempi, ed è come se quella scuola in pietra fosse una navicella spaziale arrivata da un altro pianeta. Tra le mura di quel collegio c’è il senso dell’ordine e la società, collanti che tengono insieme un mondo e le sue convinzioni, contrapposto agli aspetti ignoti della natura, alla sua crudeltà e alle sue stranezze. Il suo richiamo è irresistibile ed è parte integrante della storia. Se la terra ha ingoiato quelle ragazze è perché la terra opera in modo diverso dalla società».L’ambientazione australiana risulta perciò molto significativa e la sottolinea anche Weir : «Almeno nei miei pensieri, ho affrontato la questione degli aborigeni, dei nativi australiani. Quello era senza dubbio uno dei loro luoghi segreti, e questo si percepiva. Credo che certe persone siano sensibili a queste cose. Nel mondo ci sono luoghi, sia naturali che creati dall'uomo  che possiedono un’energia particolare, positiva o negativa. Credo che Hanging Rock sia uno di quei luoghi».

Quello che si vuole rappresentare è insomma l’ambiguità dell’Australia e dei suoi misteriosi indigeni, che si materializzano attraverso la Roccia, e il rapporto fra il loro mondo, il mondo pagano e mistico delle divinità (anche questo richiamato dall'accenno a Botticelli) che si incarna nella natura inquietante e spaventosa, una civiltà che ha preceduto di millenni quella inglese, che rappresenta la cultura e tutte le ipocrisie e le costrizioni della società. 
Il monolito nero infatti «pareva un uomo mostruoso appollaiato in cima a un precipizio a picco sulla natura», proprio come ne la Primavera di Botticelli un figura bluastra nascosta frai rami incombe sulle fanciulle. Da questo punto di vista il libro vuole anche mettere in scena la liberazione dalle costrizioni soprattutto sessuali che la “civiltà” impone all'individuo  costretto a reprimere gli impulsi che gli vengono dalla natura : per questo le ragazza sono attirare da monolitici dalla forma fallica e si liberano dei guanti, delle scarpe, delle calze e poi del corsetto. 

Sul caso Hanging Rock Yvonne Rousseau, nel suo libro Murders at Hanging Rock,  ha raccolto le cinque spiegazioni più quotate e plausibili : 

1 : le ragazze sono morte per cause naturali : sono arrivate in un punto dal quale non sono più riuscite a tornare indietro, condannate a morire di freddo, fame e sete, sono state schiacciate da una frana o sono scivolate in una delle insondabili gallerie della roccia, di quelle insondabili gallerie senza fondo. L’autrice, consapevole della sorte delle ragazze, avrebbe lasciato nel libro degli indizi : l’uso di aggettivi dispregiativi riferiti alle rocce e della similitudine tra gli essere umani e gli insetti, come gli scarafaggi o le formiche, soffermandosi sul fatto che gli scarafaggi siano protetti dalla loro corazza mentre le formiche siano molto più indifese e più soggette alla possibilità di essere involontariamente schiacciate e il sottolineare che le forme strane delle rocce sfidano la gravità.

2 : le ragazze sono semplicemente fuggite, da sole o con dei ragazzi, da un collegio austero e tirannico, caratterizzato da una fortissima repressione sessuale; il simbolismo del togliersi scarpe e calze o delle rocce antropomorfe e di forma vagamente fallica può essere interpretato anche in questo modo. Forse Miranda e Marion avevano già progettato la fuga in precedenza. Edith non era s’accordo e quindi sarebbe tornata indietro fingendo di non ricordare nulla e Irma si sarebbe opposta all’ultimo momento, spingendo le altre due a eliminarla per evitare che denunciasse la loro fuga.

3 : le ragazze vengono violentate e rapite. Può darsi che qualcuno avesse dato loro appuntamento fra le rocce o che si fossero imbattute in malintenzionati passanti; anche la direttrice a un certo punto commenta che ormai le ragazze dovevano essere in un bordello di Sidney. In effetti anche io, quando vidi il film da bambina, come seconda spiegazione - la prima erano gli alieni!!!- pensai che i responsabili della sparizione fossero gli stessi Michael e Albert, che avrebbero approfittato delle ragazze e le avrebbero lasciate a morire fra le rocce; la loro amicizia sarebbe nata dalla complicità in un crimine, e sarebbe stato il rimorso a far sì che Michael se la prendesse a cuore tanto da stare male e a spingerlo a ritornare sulla roccia a recuperare le eventuali sopravvissute. Michael racconta inoltre alla polizia che dopo aver visto le ragazze scavalcare fiume e aver chiacchierato con Albert per una decina di minuti era andato a farsi un giretto verso la Hanging Rock, ai piedi della quale si era seduto pensando che la scalata era troppo pericolosa per delle ragazze.

4 : un serial killer che ha ucciso le tre ragazze che si erano allontanate e successivamente Sara e la direttrice. L’omicida potrebbe anche essere una delle ragazze del collegio o comunque qualunque dei personaggi.

5 : Hanging Rock non è altro che una porta per un’altra dimensione. Questa a quanto pare è la spiegazione che dà l’autrice stessa nel misterioso capitolo XVIII, che l’autrice eliminò dal libro, disponendo che fosse pubblicato solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1984.

Ad ogni modo, a prescindere dalla soluzione di un giallo destinato a restare irrisolto, il
fascino di questo romanzo e del fil che ne è tratto, l’elemento che cattura attenzione, immaginazione, intelletto, che turba e tormenta, non è, banalmente, il mistero irrisolto; è lo scandalo metafisico e intellettivo per eccellenza : un fatto senza spiegazione, un fenomeno senza ipotesi. Per questo libro è un geniale colpo di grazia al fragile castello di carte delle certezze umane, certezze che altro non sono che la recente acquisizione di una società nella quale ogni cosa è stata in un modo o nell'altro schedata, catalogata, letteralmente “messa in riga” da una ferrea e disciplinata consequenzialità logica che impone a tutto una fine e un principio, una causa e un effetto, e che sottopone ogni evento alla violenza di una spiegazione. In questo universo non vi è elemento che non sia stato domato secondo principi sensati e razionali e disposto a comporre ciò che chiamiamo realtà. Anche al misterioso e al soprannaturale sono state date forme convenzionali e familiari e perfino i sentimenti che essi provocano sono scontati, già previsti. Ormai rientrano nella norma anche gli eccessi e le anomalie. Come afferma il regista del film, Peter Weir, ormai è rarissimo che qualcuno risponda a una domanda “Non lo so”. Questo dovrebbe essere il secolo illuminato per eccellenza, in cui la scienza ha totalmente dissipato l’oscurantismo e la barbarie e in cui l’uomo può proclamarsi “libero”. Apparentemente nulla di più diverso dall'epoca in cui il libro è ambientato, la fine dell’Età Vittoriana, nella quale la libertà era soffocata da obblighi, convenzioni, stereotipi e ipocrisie. Ma mentre prima erano le tenebre dell’ignoranza a rendere cieco l’uomo, ora è la luce della civiltà ad accecarlo. Un mondo che crediamo libero di manifestarsi nella molteplicità delle sue forme non è altro che una versione in scala maggiore di un collegio vittoriano – allegoria della società- con le sue repressioni sessuali e sociali, con i suoi pregiudizi e i suoi anacronistici rituali. Un mondo che giace nella realtà come il collegio giace nella misteriosa, selvaggia, millenaria natura australiana. Ma all'improvviso qualcosa si ribella. Nel piccolo mondo chiuso, tranquillo e sicuro si insinua prepotentemente un elemento che rivela la presenza di pulsioni incontrollabili che ne incrinano l’equilibrio, pulsioni che non provengono da un non meglio definito “esterno”, ma da quanto di quel misterioso “esterno” è presente negli esseri umani. Nel caso di Picnic a Hanging Rock questo elemento è infatti magico, sovrannaturale e insieme umano. All'inizio l’elemento di perturbazione che sconvolge la realtà sembra provenire dalla natura, dal suo potere di affermare il proprio predominio su quello umano. 
E se è la natura a rendersi complice dello scandalo di un fatto senza spiegazione, l’uomo crolla, ritorna alla notte dei tempi in cui era impotente e spiegava con la magia, con gli dei, l’intuizione del ribollire di qualcosa di incontrollabile sotto il velo familiare della realtà, è costretto a riconoscere che c’è un’essenza ancestrale che può insinuarsi in ogni suo opera e sconvolgerla. Ma questo panico è ancora rassicurante, finché presenta l’antico, eterno binomio oppositivo uomo-natura.  Il fatto è, però, che Miranda ha deciso da sola di salire sulla Hanging Rock; il richiamo che ha sentito era dentro di lei. L’essenza ancestrale che può strappare l’uomo alle sue certezze è dentro di lui, ed è come avere dentro un metallo sconosciuto che in particolari “campi magnetici”, quando si allenta la presa sulla realtà e sugli elementi che la determinano, lo spazio e il tempo, è attirato da una misteriosa calamita. 
La cultura non riesce a stracciare il velo che nasconde i principi governanti l'insondabile universo naturale e in ogni momento l’universo dell’irrazionale, dei sogni, può prendere il sopravvento. 

Quello anni fa mi ha attirata verso questa storia, una storia che da allora mi porto dentro e che non mi abbandonerà mai, sulla quale continuerò ad interrogarmi, tormentarmi, che continuerà a meravigliarmi e, alla fine, a confortarmi, è il fascino esaltante e terrificante dell’ignoto, del mistero atavico e ancestrale che gli esseri umani si portano dentro. 
Quella di Miranda, come suggerisce anche l’autrice nel capitolo non pubblicato, non è altro che una fuga dalla realtà e dal tempo che consente all'essere umano di raggiungere la parte più vera di sé.

venerdì 18 ottobre 2013

Jane Austen, Jo March, ebook, la dinastia dei Tolomei, papiri e pecore e il futuro dell’editoria

Volevo comprare un libro. Questo :

 Vecchi amici e nuovi amori di Sybil G. Brinton. Questo libro lo volevo da anni, perché è il sogno di ogni appassionata lettrice di Jane Austen in quanto primo seguito di tutti i suoi romanzi, scritto nel 1913 e quindi non influenzato dalla versioni televisive. Immaginate un libro in cui tutti i personaggi di Jane Austen si incontrano, in cui vediamo Lizzy e Darcy sposati che fanno amicizia con Emma e suo marito, le sorelle Steele che fanno da zerbino a Lady Catherine, Gerogiana innamorata del fratello di Fanny Price… ecco, capirete perché lo voglio!

Questo libro è uscito di recente in esclusiva per la Jo March, una piccola casa editrice delle quale ho sempre sentito parlare molto bene : gestita da due donne coraggiose, pubblica capolavori della letteratura inglese mai tradotti prima. Io avrei tanto, tanto voluto esprimere il mio sostegno a questa casa editrice acquistando la loro edizione… ma…

… quando lo chiedo a inizio ottobre da Feltrinelli, mi dicono che non era mai arrivato in nessuna Feltri di Italia…
 … ma dopo scopro che da Feltrinelli non arriva se in due settimane, su richiesta alla Jo March…
 … ma comprandolo dal sito di Feltri arriva in 11 giorni lavorativi…
 … ma su Amazon la Jo March non vende…
 … ma su Ibs è “normalmente disponibile per la spedizione entro 3 settimane
 … ma su Libreria Universitaria è disponibile subito, ma senza  sconto e con le spese di spedizione…
 … ma su Mondadori non c’è proprio…
 … ma comprandolo sul loro sito arriva dopo due settimane
 … ma in qualunque caso, comprandolo online, bisogna pregare che il corriere non sia rapito dagli alieni durante la consegna…
 … ma le copie che arrivano in qualsiasi libreria vanno richieste a loro una per una e arrivano sempre in due settimane
 … ma – soprattutto – la Jo March per principio non fa ebook…

… ma troppi ma per un libro solo! Insomma, ditelo che non ci tenete a vendere!

Morale della favola, ho preso l’ebook in inglese, questo :

Edizione illustrata, a 1.35, mi è arrivato in 1 minuto e penso che lo finirò in un paio di giorni. Auguro buona fortuna a chi ha la pazienza di cercarlo in italiano, ma io per fortuna ho i mezzi per non aspettare i comodi degli altri. Lo stesso vale per un altro libro pubblicato dalla Jo March, Nord e Sud di Elizabeth Gaskell, che sul Kindle Store è gratis.

L’amore per la letteratura, per i libri rari e per le edizioni di pregio è una cosa molto bella, ma bisogna anche saper vivere nel mondo. Lungi da me non appoggiare le piccole case editrici : ci lavoro, sarebbe folle da parte mia. Ma proprio perché la situazione di tutte le case editrici, grandi e piccole, è quella che è, non ho comprensione per quelle che si boicottano da sole. In particolare, trovo gravissima la scelta di non fare gli ebook, soprattutto dopo che Amazon ha diffuso i dati di vendita dell’anno scorso, che mostrano come le vendite del formato digitale abbiano superato quelle del cartaceo, e soprattutto dopo che sempre Amazon presto offrirà a chi compra libri sul loro sito anche l’ebook a un prezzo irrisorio, per accontentare chi vuole portare i suoi libri preferiti sempre con sé e contemporaneamente non vuole rinunciare ad accrescere la biblioteca di casa.

Le riflessioni nate da questo episodio si sono unite a quelle nate dalla lettura dei dati del rapporto AIE sul mondo dell’editoria in Italia, presentato alla Buchmesse di Francoforte da Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori. La situazione ovviamente è tragica, non c’è nemmeno bisogno di dirlo : “Una politica per il libro non è più solo urgente, è in ritardo […] In due anni il fatturato è diminuito del 14%, ogni giorno abbiamo notizie di librerie che chiudono, la crisi di liquidità si aggrava, si vanno rideterminando gli equilibri competitivi nei canali commerciali del libro, anche l’export cala […] Serve un dialogo serio, diretto, subito”.
Non riporto i dati Nielsen dei primi otto mesi del 2013 se no ci deprimiamo tutti troppo, né i dati sul 2012, definito annus horribilis per il libro.



Ma nel 2013 c’è stato un piccolo miracolo, una cosa quasi fantascientifica, un evento praticamente impossibile : c’è stato… quasi non riesco a scriverlo per l’emozione… un incremento della lettura nel nostro paese!! Però questi dati e novità positive riguardano solo la vendita online e gli ebook, che mostrano segnali incoraggianti. I dati sono chiari : in Italia la lettura dei libri digitali è quasi raddoppiata (+45% rispetto al 2011) e tra gli italiani con più di sei anni legge il 46% della popolazione (dato lievemente migliore rispetto all'anno scorso, ma comunque basso rispetto alla media europea). Nel 2012 il mercato digitale oscillava tra l’1,8% e il 2%, mentre ora, se contiamo le vendite di ebook + banche dati, ha raggiunto una quota di mercato del 6,4%.

Inoltre c’è stato un boom della vendita online di libri fisici, passata dal 3% del 2008 all’attuale11%, 13% contando anche gli ebook. Queste notizie sono confermate dai dati Nielsen : l’online registra la maggiore crescita fra i canali di vendita del libro nel 2013, passando dal 5,5% del 2012 al 6,3% del 2013 (escluso Amazon!).
Insomma, anche senza tutti questi numeri ci si può rendere conto che in un paese come l’Italia e in un momento di crisi gravissima come questo, dove tutti i settori sono in forte calo, un aumento delle vendite dei libri può considerarsi un miracolo vero e proprio.
Invece, per quanto riguarda i canali di vendita tradizionali, il primo posto in cui si acquistano i libri sono le catene, la grande distribuzione organizzata (GDO). Cresce la quota di mercato coperta dalle librerie di catena (dal 41,5% al 42,2% del 2013), mentre i dati evidenziano invece chiaramente una sofferenza per le librerie indipendenti...

Ma basta numeri, torniamo alla Jo March. A lei e a tutte le piccole case editrici suicide, io mi (e vi) chiedo : snobbate l’ebook che è in crescita, snobbate la vendita online che è in crescita, snobbate le grandi catene che sono stabili… ma come, dove, quando, perché pretendete di vendere?! Se saltate sulla barca che affonda, poi non vi lamentante che le cose vi vanno male.

Concludo il discorso con due esempi che provengono dalla mia formazione di papirologa e filologa, lontanissima quindi dal mondo del digitale.

Il primo riguarda la nascita del romanzo. Il romanzo, genere letterario principale del mondo moderno, tanto che è impossibile immaginare la letteratura senza romanzi, nel mondo antico non esisteva. I greci, che hanno inventato tutti i generi letterari possibili, non hanno avuto il romanzo fino alla conquista romana, centinaia di anni dopo la nascita dei loro capolavori. Quindi tanto hanno sentito il bisogno di creare questo genere di intrattenimento, un genere-contenitore per tutte le loro esperienze di vita, quando anche loro hanno attraversato una crisi : la fine dei regni ellenistici, l’umiliazione della conquista, la fine delle libertà politica collettiva e individuale, la scomparsa dalla scena internazionale, la povertà, le carestie… praticamente, la fine che ora sta facendo l’Europa. 

Ma, ora come allora, peggiore è la crisi, maggiore è il bisogno di svago, di evasione, e quindi maggiore è la crisi, maggiori sono la domanda e l’offerta di letteratura : è questa la motivazione dei dati Nielsen, del rapporto AIE e dell’aumento di lettura. Ma, naturalmente, in periodo di crisi è necessario conciliare lo svago al risparmio, ed è per questo banalissimo motivo che gli ebook vendono bene : perché costano meno. Anzi, tutti i classici della letteratura non costano niente, sono gratis. E va da sé che meno costano, più se ne possono avere, e che poi viene meno anche lo scrupolo di dove infilare nuovi libri in appartamenti sempre più poveri, piccoli e affollati…

Il secondo esempio invece è il Terzo Secolo. Per i non filologi è un secolo normale, un po’ più palloso degli altri ma comunque digeribile. Per noi filologi è una tragedia. Alla fine del secolo precedente i sovrani d’Egitto, i Tolomei, per contrastare lo sviluppo della biblioteca di Pergamo posero l’embargo sul papiro, che allora era l’unico materiale scrittorio permanente. Ma Eumene, il re di Pergamo, non si perse d’animo e, visto che in Grecia tutto mancava tranne le pecore, promosse lo sviluppo dei manoscritti su pergamena. 
resti di pergamena
resti di papiro
Nel terzo secolo la pergamena ebbe un boom inarrestabile : rispetto al papiro era più facile da trovare, infinitamente più economica (bastava una pecora e non si pagava la dogana e la lavorazione del papiro) e soprattutto molto meno fragile e molto più comoda : un libro era più maneggevole, girare le pagine per trovare un brano era molto più facile che srotolare chilometri di rotolone, perdendo un’ora per trovare un rigo… insomma, alla faccia dell’Egitto, gli scribi cominciarono a ricopiare le opere più famose e più richieste in pergamena. E qui avviene la tragedia : le opere non ricopiate da papiro a pergamena si sono perse. Tutte. Per sempre. Andate. Sparite. 
Perché fra terzo e quarto secolo si scatenò una crisi vera, una crisi con le contropalle, e fra guerre e violenze i papiri sono stati bruciati, sepolti, distrutti, si sono decomposti, in un modo o nell'altro hanno fatto una brutta fine, e il 90% della letteratura greca, latina, persiana, fenicia è finito nel cesso, perché i puristi e i tradizionalisti si opponevano alla sua diffusione su un supporto troppo moderno e popolare. 

Perciò impariamo dal passato : tutte le opere che non verranno convertite in digitale prima o poi si perderanno. Mentre gli ebook sopravvivranno per sempre, al sicuro nei server di Amazon o di Google nelle Montagne Rocciose o giù da lì, è probabile che fra cento anni qualcuno brucerà le nostre biblioteche per riscaldarsi.


Lo stesso vale per le librerie. Ieri è arrivato l’annuncio che una libreria storica della mia città, Guida a Port’Alba, presto chiuderà. 

Di questo soffro tantissimo, perché da Guida sono cresciuta, ho comprato i miei primi libri, perché è sempre stata uno dei focolari intellettuali della città… ma era una tragedia annunciata! Non ha un catalogo online, non fa nessuna scheda per accumulare punti e sconti, non premia i clienti fissi in nessun modo… come poteva sopravvivere?

Perciò, sia da lettrice che da interna al settore, posso solo augurare a chiunque si occupi di libri di uscire da un dilettantismo non al passo con i tempi e di seguire i flussi che portano al futuro.