Sartre
è il mio filosofo preferito, da sempre. Penso che l’ultima vera, grande svolta
al pensiero occidentale l’abbia impressa lui. Dal momento che commentare le sue
opere maggiori richiederebbe mesi di studio e la scrittura di una sorta di tesi
di laurea, questa volta recensisco una sua breve opera teatrale alla quale sono
particolarmente legata perché me ne sono occupata all'università e perché
riprende un altro dei miei principali interessi, il teatro greco. Infatti Les
Mouches sono la versione sartriana dell’Orestea di Eschilo, rilettura che porta a un interrogativo
fondamentale : in un mondo in cui gli dei si rivelano non essere altro che la
rappresentazione che gli uomini si fanno di loro, è legittimo interrogarsi su
quale funzione e legittimità possa assumere il tragico. La risposta ci viene
dallo stesso Sartre : «Non mi è parso impossibile che si potesse scrivere una
tragedia della libertà, perché il fato antico è solo il contrario della
libertà». Ed è proprio su questa contrapposizione fra libertà e fato che si
basa il fascino di quest’opera.
La
pièce fu messa in scena per la prima
volta il 2 giugno del 1943, sotto la regia di Charles Dullin, al quale è dedicata, in piena occupazione tedesca,
e grazie alle memorie di Simone de
Beauvoir possiamo essere testimoni della genesi iniziale dell’opera : «
Sartre restò a lavorare […] Scriveva le prime battute di un dramma sugli
Atridi. Ogni nuova idea, o quasi, in lui prendeva dapprima una formula mitica,
e pensai che presto avrebbe espulso dal suo dramma Elettra, Oreste e la loro
famiglia». In realtà un primo input alla
composizione di un testo teatrale, genere nel quale ancora non si era
cimentato, era nato in Sartre durante la reclusione in un campo di prigionia
tedesco, vedendo gli applausi del pubblico di fronte a uno spettacolo da lui
ideato in occasione del Natale, che in realtà trattava dell’occupazione della
Palestina da parte dei romani, con palesi richiami alla situazione presente :
«Questo è il vero teatro, aveva pensato : un appello a un pubblico cui si è
legati da una situazione comune. Questa comunanza esisteva anche tra tutti i
francesi, che i tedeschi e Vichy esortavano quotidianamente al pentimento e alla
sottomissione : si poteva trovare un mezzo per parlare loro di rivolta, di
libertà. Cominciò a pensare a una trama che fosse insieme prudente e
trasparente». In seguito aggiunge : «Un giorno […] Sartre riprese a lavorare al
suo dramma. No, non rinunciava agli Atridi; aveva trovato il modo di utilizzare
la loro storia per attaccare l’ordine morale, per respingere i rimorsi che
Vichy e la Germania cercavano di instillarci, per parlare della libertà […] si
gettò con ostinazione a lavorare al suo dramma; esso rappresentava l’unica
forma di resistenza che gli fosse possibile». Per quanto riguarda le ragioni di
questo ricorso al mito, Sartre dichiara di aver scelto di scrivere Le
Mosche perché esso gli
forniva una comoda copertura; come sappiamo ancora dalla de Beauvoir, Sartre «ammirava i miti cui era ricorso Platone per ragioni analoghe, e non si
faceva scrupolo di imitarli»; quello che Sartre cercava nei miti erano «temi
sufficientemente sublimati perché ognuno li possa considerare riconoscibili».
Con il proseguire della stesura, quando ormai cominciava a presentarsi il
problema della rappresentazione, gli scopi dell’opera sono ulteriormente
chiariti : «Sartre ne Le Mosche esortava
i francesi a sbarazzarsi dei loro rimorsi e a rivendicare la loro libertà
contro l’ordine : voleva essere ascoltato».
Nelle
memorie della de Beauvoir possiamo leggere anche la descrizioni della prima
dell’opera e le reazioni della critica e del pubblico : «impossibile ingannarsi
sul significato del lavoro; sulla bocca di Oreste la parola “libertà” esplodeva
con una violenza folgorante. Il critico del Parisiner Zeitung non lo fraintese, pur adoperandosi a
darne una recensione favorevole. Sulle Lettres françaises clandestine Michel Leiris lodò Le mosche e ne sottolineò il significato
politico. La maggior parte dei critici finsero di non aver colto alcuna
allusione, si buttarono a fare a pezzi il lavoro, ma allegando pretesti
puramente letterari : era un’infelice imitazione di Giraudoux, era verboso, lambiccato, noioso».
Per quanto riguarda la scelta del
genere, Sartre stesso ha indicato l’opera teatrale come l’unica possibile nella
nostra epoca : «il teatro, un tempo, era fatto di caratteri : si facevano
comparire sulla scena personaggi più o meno complessi, ma interi, e la
situazione non aveva altra funzione di far azzuffare fra di loro quei
caratteri, mostrando come ciascuno di essi veniva modificato dall'azione degli
altri. Ho dimostrato altrove come, da poco, si siano verificati in questo campo
importanti mutamenti : parecchi autori ritornano al teatro di situazione.
Niente più caratteri : gli eroi sono altrettante libertà prese in trappola,
come tutti noi. Quali sono le vie d’uscita? Ogni personaggio non sarà che la
scelta di una via d’uscita e sarà la via d’uscita scelta… In qualche modo, ogni
situazione è una trappola per topi, muri da ogni parte : ma mi sono espresso
male, non vi sono vie d’uscita da scegliere. La via d’uscita s’inventa. E
ciascuno, inventando la propria, inventa se stesso. L’uomo è da inventare,
giorno per giorno». L’uomo è dunque, per Sartre, sempre libero in una
situazione data e si sceglie lui stesso dentro e attraverso questa situazione.
Il teatro di situazione è di conseguenza teatro di libertà. Sono proprio questi
due temi, o meglio queste due facce dello stesso tema, che troviamo nella prima
pièce di Sartre. Rifacendosi
direttamente ad Eschilo, Sartre mette in scena una trilogia i cui atti
corrispondono ai tre drammi eschilei.
Il
primo atto, corrispondente all’Agemennone,
è incentrato sul ritorno non del re di Micene, ma di Oreste. Tornato ad Argo
dopo quindici anni d’esilio, accompagnato dal suo precettore, per non rischiare
di dimenticare la cultura che aveva acquisito, Oreste trova la città tormentata
dalle mosche, sotto gli occhi approvanti di Giove. Riguardo alla questione
dell’allontanamento di Oreste, Sartre è il primo ad attribuire ad Egisto la
precisa volontà di ucciderlo; gli assassini prescelti da Egisto, presi però
dalla pietà per il bambino, lo avevano abbandonato nella foresta, dove lo
avevano raccolto dei ricchi borghesi di Atene. Dopo la morte di Agamennone è
Egisto a governare la città, che mantiene in uno stato costante di pentimento
collettivo, di confessione pubblica e di timore superstizioso dei morti. Fin dall'inizio Sartre ci introduce in un’atmosfera
di grande e cupo realismo che caratterizza la descrizione di un mondo in
decomposizione. La sua Argo è infatti una città allucinata e agonizzante.
Al principio del dramma vediamo infatti gli abitanti di Argo ridotti a degli
automi privi di qualsiasi sentimento di responsabilità individuale, resi
estranei a se stessi, immersi in una sorta di ipnosi collettiva a tal punto da
scambiare i crimini degli altri per i propri e pentirsi in coro per la morte di
Agamennone, sebbene sia stata causata solo da Egisto. Il tiranno a sua volta è
stanco del ruolo che ha assunto e che gli è stato imposto da Giove, che, in
quanto dio, è interessato solo a mantenere l’ordine e che non ha esitato,
piuttosto che punire l’assassino, a rovesciare il tumulto suscitato dal crimine
a vantaggio dell’ordine morale. È un’atmosfera di terrore dilagante e anonimo
quella in cui giunge il giovane Oreste, atmosfera che contribuisce ad acuire la
sua indecisione.
Mentre nell’Orestea l’eroe uccideva gli assassini di suo padre per obbedire a un oracolo che, nelle Eumenidi, risulta essere una diretta emanazione di Zeus, nelle Mosche Giove in persona compare sulla scena fin dal primo atto per invitarlo ad allontanarsi. Una conversazione con sua sorella Elettra porta Oreste a rinunciare all'intenzione vagamente presa in considerazione di lasciare la città maledetta, e a far nascere in lui una prima esitazione. Il primo atto si conclude però con l’improvvisa decisione di restare, dovuta alle pressioni di Elettra, seguite dalle parole, tinte di ironia tragica, rivoltegli da Clitennestra, che ignorava di avere di fronte suo figlio e che lo invita ad andarsene. A convincerlo a restare è l’intervento di Giove, che si offre di agevolare la sua partenza e che era andato a procurargli dei cavalli; il padre degli dei apparentemente accetta la sua decisione e lo accompagna in albergo, proclamandosi suo Mentore.
Naturalmente dietro il suo atteggiamento possiamo leggere una critica implicita dell’autore alle cerimonie religiose in generale, soprattutto quelle cattoliche connesse alle celebrazioni ecclesiastiche : infatti, sebbene la celebrazione per Agamennone sia palesemente ispirata alle Antesterie attiche, ricorrenza in cui si pensava che i morti errassero fra i vivi, le modalità della celebrazione non possono richiamare alla mente il rituale della Pasqua cristiana e della resurrezione del Cristo. Questa critica alle cerimonie sottolinea soprattutto la manipolazione della volontà dei fedeli attraverso la strumentalizzazione di un pentimento coatto e immotivato, il postulare una colpa atavica della quale tutti sono chiamati a pentirsi perpetuamente, un’ invenzione per mantenere sottomesso il popolo, mentre la società civile, simboleggiata dalla città di Argo, è lasciata andare in rovina. Infatti in seguito Elettra pronuncia parole ancora più offensive contro due dei dogmi della religione cattolica, la confessione e il pentimento, evidenziandone la compiaciuta ipocrisia. Ancora prima che in Oreste si realizza dunque in Elettra il bisogno di identificare la propria libertà con quella dei cittadini d’Argo, di affermare la propria esistenza attraverso la loro e di convertire la ribellione individuale in utilità sociale; appena Elettra sente nascere in se stessa la libertà, intende comunicarla agli altri, liberarli dall'oppressione della superstizione, intesa in senso lucreziano come paura degli dei e della morte, e dall'alienazione fomentata dall'esercizio autoritario della religione. La ribellione di Elettra è però minata dalla consapevolezza della sua debolezza femminile e quindi è prontamente messa a freno da Giove, che con una formula magica la ferma e fa scatenare le mosche, perché non poteva non impedire che gli uomini divenissero, come lei, consapevoli della loro libertà. Di fronte all'intervento divino, il popolo si rivolta contro Elettra ed Egisto la scaccia dalla città. Il fallimento del suo tentativo, dovuto al diretto intervento di Giove, e la scoperta che la gente non desidera essere libera per non perdere le sicurezze garantite dall'oppressione spegne in lei qualsiasi velleità di tradurre in iniziativa a favore della collettività la sua libertà individuale, e la riporta al suo vecchio ideale oscurantistico di giustizia autoritaria. A questo punto del dramma, sebbene i due fratelli si siano incontrati, non è ancora avvenuto il vero e proprio riconoscimento, che segue immediatamente la punizione impartita da Egisto ad Elettra. In questa scena del riconoscimento, che nei tragici antichi è fondamentale, Oreste, a differenza di quanto avviene nelle tragedie greche, rivela immediatamente il proprio nome; inizialmente Elettra rifiuta però di credere alla rivelazione dello sconosciuto, al quale grida : «Tu mens!». Il riconoscimento si configura quindi come un riconoscimento negato. In realtà Elettra, che si aspettava l’erede di Atreo e di Agamennone, un soldato valoroso, è delusa da quel ragazzino cresciuto da una famiglia borghese di Atene, che per sua stessa ammissione non aveva mai usato la spada che portava al fianco. La reazione di Elettra ai tentativi da parte di Oreste di offrirle aiuto già può essere considerata la reazione di comprensibile diffidenza della classe operaia di fronte all'intellettuale che di fronte ai mali della società cercava di fare con essa causa comune, ma dalla quale era separato da un immediato senso di estraneità. Invece, proprio come l’Oreste di Euripide, quello di Sartre torna ad Argo per rintracciare sua sorella, della situazione della quale si era precedentemente informato, e per coinvolgerla nella vendetta.
Nonostante
ciò, l’indecisione di Oreste è ancora forte; dopo il riconoscimento vorrebbe
partire con Elettra che, a sua volta, continua a incitare il fratello alla fuga
ma rifiuta di seguirlo. Indeciso e turbato, Oreste decide di affidare la sua
decisione a un segno che gli invieranno gli dei. Il segno arriva da parte di
Giove, che lo invita nuovamente a partire; allora decide definitivamente di
restare, per ribadire che ormai gli dei non possono più interferire nelle
azioni e nelle vicende umane. Mentre prima, sebbene cominciasse ad avvertire la
sua libertà, restava ancora fedele alla sua vecchia morale dogmatica e alla sua
pietas, ora rifiuta le esortazioni all'obbedienza cieca, la dedizione a una mistica solidificata, e sceglie «la crise»., «le sien». Nauseato dal degrado della gente di Argo, sente il vivo
desiderio di diventare il padrone della propria esistenza e della propria
libertà, libertà che vuole donare agli argivi, liberandoli dalla tirannia
morale che avevano lasciato si installasse su di loro. Perciò Oreste va ad
assumersi da solo un atto che sarà il suo atto : ucciderà Egisto se ne andrà,
non senza aver tolto la vita anche a sua madre. La sua evoluzione, che ricalca
quella subita dall'autore stesso, si iscrive in un rapporto di parallelismo ed
opposizione con quella di sua sorella Elettra, rapporto che, come vedremo,
assume profondi significati letterari, politici ed esistenziali.
Il
terzo atto, che corrisponde alle Eumenidi,
come l’opera eschilea si apre con le Erinni dormienti in un tempio di Apollo,
anche se non a Delfi; come ribadisce Apollo in Eschilo, alle Erinni non è
concesso entrare nel tempio. Da questo momento in poi, la narrazione si
riallaccia ai tragici antichi. Come in Sofocle,
non assistiamo all'uccisione di Clitennestra, delle quale si odono solo le
grida, coperte dal monologo di Elettra di fronte al cadavere di Egisto.
Sappiamo però che la Clitennestra di Sartre non morirà implorando il figlio, ma
maledicendolo. Oreste stesso, sebbene non dubiti della giustizia del proprio
atto, non per questo è però disposto a descriverlo alla sorella e rifiuta di
parlarne. Mentre quindi resta in sordina la scena del matricidio, maggiore
rilievo è conferito alla scena fra Elettra e il cadavere di Egisto, derivante
da Euripide. Ma, mentre l’Elettra
euripidea, che per la gioia portatale dalla notizia della morte del suo
oppressore aveva ordinato alla serve di portarle tutti gli ornamenti che aveva
in casa, è lieta di poter finalmente rinfacciare al suo nemico tutte le sue
colpe come non aveva mai potuto fare finché egli era in vita, di poter
finalmente vivere il momento che aspettava da anni, l’Elettra di Sartre non è
più tanto sicura di sé, ed è oppressa dal pentimento e dai sensi di colpa. Dopo
il delitto Elettra appare profondamente cambiata e la sua metamorfosi
corrisponde al completamento della sua identificazione con la madre,
riconosciuta con orrore da Oreste. Questa identificazione fra Elettra e
Clitennestra in Sartre va ben al di là dei suoi risvolti tradizionali ed è alla
base della mancata evoluzione di Elettra nella liberazione dall'oppressione dalla divinità : Elettra in realtà non cercava la vera libertà in cui fondare
la propria esistenza, ma solo la liberazione da una situazione materiale
insopportabile; fin dall'inizio nella sua concezione di giustizia retributiva,
nel suo attaccamento al passato, nel fatto che, sebbene rifiutasse di portare
per loro il lutto, i morti, soprattutto Agamennine, Ifigenia e gli Atridi del
passato, restassero il suo punto di riferimento costante, la rende estranea ai
problemi esistenziali che Sartre ha voluto incarnare nella figura di Oreste.
Ribellandosi solo superficialmente e solo agli aspetti ipocriti più evidenti dell’oppressione, Elettra non aveva mai messo in discussione la rassicurazione, la protezione offerta dagli dei e dai morti. Non troviamo più l’Elettra assetata di giustizia che avevano messo in scena i tragici e Giraudoux : ella non lo è più dopo l’atto che ha commesso. Come commenta Jeanson : «Elettra si augurava la morte della coppia aborrita, ma non la voleva veramente : aveva demandato ad altri e lei era solamente un’attesa attesa del giorno in cui il suo sogno si fosse realizzato, attesa di un altro che agisse al posto suo, attesa di quel fratello sconosciuto che forse non sarebbe mai tornato. E poiché la sua ragione di vivere non era più la vendetta, ma la speranza di questa vendetta, era necessario che quella sua attesa non venisse mai appagata, che quell'atto rimanesse sempre sospeso nel futuro; bisognava che il suo odio potesse contemplare indefinitamente il proprio oggetto senza mai raggiungerlo. Proiettato nel futuro, quell'atto era pura giustizia; come compiuto, come già trascorso, quell'atto irreparabile si è tramutato in un delitto».
Ribellandosi solo superficialmente e solo agli aspetti ipocriti più evidenti dell’oppressione, Elettra non aveva mai messo in discussione la rassicurazione, la protezione offerta dagli dei e dai morti. Non troviamo più l’Elettra assetata di giustizia che avevano messo in scena i tragici e Giraudoux : ella non lo è più dopo l’atto che ha commesso. Come commenta Jeanson : «Elettra si augurava la morte della coppia aborrita, ma non la voleva veramente : aveva demandato ad altri e lei era solamente un’attesa attesa del giorno in cui il suo sogno si fosse realizzato, attesa di un altro che agisse al posto suo, attesa di quel fratello sconosciuto che forse non sarebbe mai tornato. E poiché la sua ragione di vivere non era più la vendetta, ma la speranza di questa vendetta, era necessario che quella sua attesa non venisse mai appagata, che quell'atto rimanesse sempre sospeso nel futuro; bisognava che il suo odio potesse contemplare indefinitamente il proprio oggetto senza mai raggiungerlo. Proiettato nel futuro, quell'atto era pura giustizia; come compiuto, come già trascorso, quell'atto irreparabile si è tramutato in un delitto».
È a questo punto che le strade dei due fratelli, anche se apparentemente si
uniscono, si separano : Elettra infatti arriva ad identificarsi, seppur
inconsciamente, con i cittadini di Argo che avevano respinto le sue incitazioni
a liberarsi, e cade anche lei sotto il culto dei morti.
Oreste
invece fin dall'inizio mosso dallo stesso intento che aveva spinto alla
ribellione Elettra, liberare la città, ma per motivi diversi : non per
liberarsi dalla sofferenza e sconfiggere gli oppressori, come il popolo,
rappresentato da Elettra, ma per fondare in un atto collettivo la propria
individualità; il suo è quindi il dramma, derivante dal perenne senso di non
appartenenza e estraneità rispetto alla società, che caratterizza la condizione
dell’intellettuale in Europa a partire dalla rivoluzione industriale. Quello a
cui Oreste aspira è tradurre la propria cultura astratta in un atto sociale che
gli permetta di fondarla, e di fondare se stesso, nell'approvazione della
collettività. Il personaggio di Oreste si costruisce infatti secondo le
intenzioni dell’autore nell'opposizione fra due tipi di libertà, «la libertà
dell’indifferenza e quella dell’impegno», e la sua evoluzione consiste nel
passaggio dall'una all'altra.
Quando
arriva ad Argo, Oreste è l’incarnazione stessa del rifiuto dell’impegno,
incarnando quello che era stato l’atteggiamento dello stesso Sartre fino agli
anni Trenta, da lui stesso così descritto durante la vecchiaia con parole che
ci danno la chiave d’interpretazione delle parole di Oreste : «Prima delle
guerra mi consideravo semplicemente un individuo e non scorgevo assolutamente
il legame che c’era fra la mia esistenza individuale e la società nella quale
vivevo […] avevo elaborato tutta una teoria in proposito : ero “l’uomo solo”,
vale a dire l’individuo che s’oppone alla società e nei confronti del quale
quest’ultima è impotente , perché è libero […] fino a quel momento mi ero
creduto una libertà sovrana ed era stato necessario che m’imbattessi,
attraverso la mobilitazione, nella limitazione della mia libertà perché
prendessi coscienza dell’importanza della gente e dei miei legami con tutti gli
altri e di tutti gli altri con me. La guerra ha veramente diviso la mia vita in
due […] è in guerra che sono passato all'individualismo e dall'individuo puro
di prima della guerra al sociale, al socialismo». Perciò l’evoluzione di Oreste
si può spiegare come da un lato con la trasposizione letteraria del percorso
umano e intellettuale di Sartre stesso e dall'altro come conseguenza diretta
delle circostanze storiche nelle quali l’opera fu concepita, la Francia in
preda ai tedeschi e ai collaborazionisti; anche l’espiazione costante imposta
dai sovrani alla città è da Jeanson collegata alla «politica del mea culpa imposta dall'alto e attuata
dal governo di Vichy». La situazione di Parigi è descritta dall'autore stesso :
«Nel momento in cui stavamo per abbandonarci ai rimorsi, gli uomini di Vichy e
i collaborazionisti, pur cercando di volerci spingere a questo atteggiamento,
in realtà ce ne trattenevano. L’occupazione non consisteva solo nella presenza
costante dei vincitori nelle nostre città : era anche su tutti i muri, nei
giornali, quell'immagine immonda di noi che costoro volevano imporre a noi
stessi. I collaborazionisti cominciavano con l’appellarsi alla nostra buona
fede. “Abbiamo perduto – dicevano – dimostriamoci buoni giocatori : riconosciamo
i nostri errori”. E subito dopo : “Conveniamo che il francese è leggero,
stordito, millantatore ed egoista, che non capisce nulla delle nazioni
straniere, che la guerra ha sorpreso il nostro paese in piena decomposizione».
Così
Argo in preda alle mosche appare a Oreste come una città da conquistare, nel
senso che vi potrà realizzare alla fine la sua libertà a prezzo di un gesto nel
quale si metterà totalmente in gioco. In questa situazione la libertà esprime
la gravità della condizione umana. Ne Le Mosche Sartre ha messo in scena
il cammino che porta l’individuo alla riconquista di sé, la via d’accesso alla
vita autentica attraverso la permanenza dell’angoscia. Ma, poiché la forma ideale della libertà si
identifica per lui con l’indipendenza, Oreste cercherà di imparare dalla realtà
senza dover subire gli inconvenienti della situazione dei cittadini di Argo.
Sinceramente convinto di voler essere uno di loro, mirerà soltanto ad esistere
attraverso la loro mediazione : servendosi di loro per sentire di esistere,
Oreste non rifiuterà di esistere in rapporto a loro. La sua evoluzione si basa
sulla scoperta che l’agire precede l’essere e lo determina, illustrazione
letterale del principio dell’esistenzialismo dell’esistenza che precede
l’essenza.
Con
Elettra, che invece rappresenta la vita concreta, la sofferenza che si misura
nel quotidiano, che sfugge a qualsiasi sublimazione e consolazione offerta
dalla cultura e ha fede unicamente nelle risoluzioni materiali, Oreste va
incontro a una prima sconfitta, a venire a patti con il fatto che la gente non
è disposta a farsi aiutare, ma preferisce crogiolarsi nell'ignoranza e nell'oscurantismo.
La mancata comprensione da parte di Elettra di quella che ormai Oreste avverte come una vera e propria missione è metafora dell’estraneità della borghesia, e ancor di più della classe operaia, alle inquietudini dell’intellettuale, rappresentate da Oreste, estraneità che inevitabilmente si tramuta in ostilità contro colui che alla fine è percepito come un pericoloso elemento di disturbo. Uccidere la propria madre assume qui il significato di rinnegare i propri valori passati, di mettere completamente in discussione il proprio background, passo che Elettra non è disposta a compiere in concreto. Dopo l’orrore rappresentato dalla Seconda Guerra Mondiale e quello ancora più grande del collaborazionismo, Sartre percepiva chiaramente le necessità di dover sovvertire l’ordine costituito, i cui lati oscuri a tale orrore avevano portato ; è però consapevole che una simile azione di rifondazione della società avrebbe distrutto i sogni della sua stessa classe sociale, dei suoi consanguinei, dai quali sarebbe stato rinnegato e respinto, proprio come Oreste lo è da sua sorella. E Oreste no cerca di convincerla, ma la lascia libera di non essere libera, ribadendo uno dei punti fermi della filosofia sartriana, il valore attribuito alla libertà degli altri : «noi vogliamo la libertà per la libertà e in ogni circostanza particolare. E, volendo la libertà, scopriamo che essa dipende interamente dalla libertà degli altri, e che la libertà degli altri dipende dalla nostra. Certo, la libertà, come definizione dell’uomo, non dipende dagli altri, ma, poiché vi è impegno, io sono obbligato a volere, contemporaneamente alla libertà mia, la libertà degli altri, non posso prendere la mia libertà per fine, se non prendendo ugualmente per fine la libertà degli altri». Inoltre Sartre, attraverso il personaggio di Elettra, si mostra sensibile al problema della posizione della donna nella società, che porterà Simone de Beauvoir a scrivere Il secondo sesso : arrendendosi, Elettra si lascia ricondurre alla visione tradizionale della donna quale essere debole e bisognoso di protezione, al suo ruolo domestico tradizionale, alla sua funzione sociale subordinata a quella dell’uomo. È a questo punto che Elettra, mostrando di aver compiuto un percorso a ritroso rispetto alle potenzialità intrinseche della sua prima apparizione, rientra pienamente nella matrice eschilea e sofoclea del suo personaggio, timoroso di offendere gli dei e deciso a dedicare la propria vita al lutto e al ricordo dei morti.
La mancata comprensione da parte di Elettra di quella che ormai Oreste avverte come una vera e propria missione è metafora dell’estraneità della borghesia, e ancor di più della classe operaia, alle inquietudini dell’intellettuale, rappresentate da Oreste, estraneità che inevitabilmente si tramuta in ostilità contro colui che alla fine è percepito come un pericoloso elemento di disturbo. Uccidere la propria madre assume qui il significato di rinnegare i propri valori passati, di mettere completamente in discussione il proprio background, passo che Elettra non è disposta a compiere in concreto. Dopo l’orrore rappresentato dalla Seconda Guerra Mondiale e quello ancora più grande del collaborazionismo, Sartre percepiva chiaramente le necessità di dover sovvertire l’ordine costituito, i cui lati oscuri a tale orrore avevano portato ; è però consapevole che una simile azione di rifondazione della società avrebbe distrutto i sogni della sua stessa classe sociale, dei suoi consanguinei, dai quali sarebbe stato rinnegato e respinto, proprio come Oreste lo è da sua sorella. E Oreste no cerca di convincerla, ma la lascia libera di non essere libera, ribadendo uno dei punti fermi della filosofia sartriana, il valore attribuito alla libertà degli altri : «noi vogliamo la libertà per la libertà e in ogni circostanza particolare. E, volendo la libertà, scopriamo che essa dipende interamente dalla libertà degli altri, e che la libertà degli altri dipende dalla nostra. Certo, la libertà, come definizione dell’uomo, non dipende dagli altri, ma, poiché vi è impegno, io sono obbligato a volere, contemporaneamente alla libertà mia, la libertà degli altri, non posso prendere la mia libertà per fine, se non prendendo ugualmente per fine la libertà degli altri». Inoltre Sartre, attraverso il personaggio di Elettra, si mostra sensibile al problema della posizione della donna nella società, che porterà Simone de Beauvoir a scrivere Il secondo sesso : arrendendosi, Elettra si lascia ricondurre alla visione tradizionale della donna quale essere debole e bisognoso di protezione, al suo ruolo domestico tradizionale, alla sua funzione sociale subordinata a quella dell’uomo. È a questo punto che Elettra, mostrando di aver compiuto un percorso a ritroso rispetto alle potenzialità intrinseche della sua prima apparizione, rientra pienamente nella matrice eschilea e sofoclea del suo personaggio, timoroso di offendere gli dei e deciso a dedicare la propria vita al lutto e al ricordo dei morti.
Contro
la resa di sua sorella, contro la sua scelta di colpevolezza, Oreste proclama
che si assume la responsabilità del suo atto.
Ormai
egli è «condamné» alla libertà, esiliato dall’Essere stesso.
Poiché l’Essere è il Bene e la libertà non è che il non-essere, egli non può
ricorrere ad altri che a se stesso. La sua libertà ormai potrà compiersi
soltanto se egli se la assume, perché non potrà ricongiungersi al suo essere,
ricongiungersi a se stesso, se non appropriandosi dell’essere stesso del mondo.
Questa
idea di condanna alla libertà è centrale nella prima fase dell’opera di Sartre,
in quella che è definita la fase dell’engagement,
e riassume il dramma di Oreste e di Elettra. Secondo Sartre bisognava
riconoscere che, abolita l’idea di Dio, l’uomo si trovava ad essere
inspiegabilmente gettato nel mondo e abbandonato a se stesso. Avendo perso il
proprio punto di riferimento ultraterreno, egli si trova inoltre a dover
mettere in discussione, addirittura a dover demolire, l’impalcatura dei valori
considerati validi sino a quel momento in quanto l’oggettività di questi valori
non era garantita che dal cristianesimo. In altre parole, se Dio non esiste, la
logica conclusione è che l’uomo si trova messo di fronte alla propria libertà
assoluta e ingiustificabile: egli è costretto allora ad inventarsi, vale a dire
a creare ex-novo i propri valori e ad
autoeleggersi legislatore morale per se stesso e per gli altri :«così non
abbiamo né dietro di noi né davanti a noi, nel luminoso regno dei cieli,
giustificazioni o scuse. Siamo soli, senza scuse. Situazione che mi pare di
poter caratterizzare dicendo che l’uomo è condannato ad essere libero.
Condannato perché non si è creato da solo, e ciò nondimeno libero perché, una
volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto quanto fa». Sartre afferma
che, per giustificare la propria mancanza di impegno, non è possibile
rifugiarsi dietro la scusa delle passioni umane o appellarsi alla comoda
scorciatoia del determinismo : «Allorché io dico che la libertà in ogni
circostanza concreta non può avere altro scopo che di volere se stessa, una
volta che l’uomo abbia riconosciuto che egli pone dei valori, egli stesso non
può più volere che una cosa : la libertà come fondamento di tutti i valori».
Ne
Le
Mosche gli dei, in particolare Giove e le mosche \ Erinni, sono molto
presenti, ma questa onnipresenza non fa che amplificare la dimostrazione della
loro impotenza.
All'inizio,
Giove si confonde con Zeus della mitologia, facendo la sua prima apparizione sotto forma di una statua grottesca presente sulla scena. Oltre che attraverso
la statua, proprio come gli dei antichi, si presenta celato sotto forma umana,
nei panni dell’ateniese Demetrio. Non viene però mai meno la continuità fra
statua e incarnazione umana, ironicamente sottolineata dalla barba.
Come
il Mentore dell’Odissea, al quale si riferisce esplicitamente, il dio non lascia mai il giovane Oreste,
cercando in ogni modo di tenerlo lontano da Argo. In quanto dio, egli può anche
compiere dei miracoli, che però si rivelano non essere altro che banali trucchi
da prestigiatore, e la sua epifania quale Giove tonante è caricaturale. A
complicare ulteriormente l’immagine della divinità si aggiungono i palesi
riferimenti giudei-cristiani di cui essa si fa portatrice : spesso Giove
infatti assume le sembianze del Dio vendicatore e crudele dell’Antico
Testamento e anche il lungo discorso che rivolge a Oreste ricalca quello del libro di Giobbe, in cui
Dio schiaccia la sua creatura evocando la maestà della sua creazione. Ma se
Sartre ci presente il padre degli dei sulla scena è precisamente per far
rendere conto egli stesso della sua impotenza davanti alla sua creatura. È
dunque chiaro che questo dio che si affanna a nascondere agli uomini la loro
libertà e a far regnare l’ordine morale grazie a una suggestione psicologica
fondata sul terrore, non è altro che il simbolo dell’oppressione esercitata
dalla religione, alla quale Oreste si ribella con l’inaspettata decisione finale di partire,
determinata dalla proposta di Giove, che si è arreso, di metterlo sul trono di
Argo insieme ad Elettra. In termini filosofici, Giove rappresenta anche una
natura dalla quale l’uomo, che sta nel mondo «comme l’écharde dans la chair», è escluso per la sua libertà.
L’atto di Oreste diviene quindi simbolo della libertà umana incompatibile con
l’esistenza di Dio, e l’apoteosi della libertà umana non potrà essere meglio
celebrata che dal Dio stesso che assiste, solo e inerme, al suo stesso
crepuscolo.
L’altra
incarnazione della divinità è rappresentata dalle mosche \ Erinni, che si
muovono su un duplice piano : inviate dagli dei contro i criminali, come una
delle piaghe d’Egitto, le mosche rappresentano la collera dei morti e nello
stesso tempo il rimorso e il marciume morale che regnano ad Argo, e nel terso
atto riappaiono come le Erinni che si manifestano dopo il matricidio, come
nell’Orestea eschilea. Alle reminiscenze antiche si
aggiungono però significativi cambiamenti. Ma, mentre, alla fine delle Coefore
le Erinni divenivano visibili solo a Oreste, mentre il coro vi vedeva soltanto
un’illusione, ne Le mosche è invece la
sola Elettra a vederle : Giove infatti, avendo perso il suo potere su Oreste,
ripiega su Elettra, che non tarderà a gettarsi tra le sue braccia per sfuggire all'orrore che le ispira un atto che nondimeno non aveva smesso di sognare per
quindici anni. È solo allora che le divinità persecutrici si accaniscono su
Oreste, poiché ha scelto l’angoscia, e questi abbandona Argo, congedandosi dai
suoi uomini, dei quali ha preso tutti i rimorsi : come il suonatore di flauto
di Sciro, al quale Oreste allude nel suo discorso di comminato, aveva allontanato i ratti che devastavano la
città, egli porterà con sé le mosche, con le quali dimorerà per tutta la vita.
Ben lungi dal pentirsi del suo crimine, se ne assumerà la responsabilità per
tutta la vita, continuando a perpetuarlo. Questa uscita di scena di Oreste,
misteriosa, avvincente e avvolta in un’atmosfera di allegoria, è scenicamente
la più bella riuscita del dramma.
Di
questa uscita di scena ci sono varie interpretazioni : secondo Louette, il rifiuto di Oreste di
rinnegare il suo crimine è un atto per dimostrare agli Argivi che le Erinni non
hanno un’esistenza reale e con cui libererebbe la città dai rimorsi che la
logorano. Delmas vede nella partenza
di Oreste un atto di natura magica volto a coprire con artifici teatrali il
fallimento di una linea di condotta, mentre Goldmann la interpreta il suo comportamento come il delirio di un
assassino che, credendosi Giove, vorrebbe comandare le mosche. Il discorso di
Oreste che conclude la tragedia non da alcuna risposta a questi interrogativi,
e non si capisce nemmeno se, concretamente, egli abbia vinto o perso. Le
indicazioni sceniche sembrerebbero far propendere il giudizio verso una
vittoria di Oreste: la folla si scosta per farlo passare e le Erinni si
lanciano al suo inseguimento. A questa vittoria si accompagna però una
sconfitta, perché colui che era venuto a liberare la città alla fine se ne va
via in esilio.
Ma,
secondo lo stesso Sartre, Oreste è un eroe positivo, che mostra agli altri un
esempio di libertà, facendosi carico di tutte le conseguenze del suo atto.
Grazie alla sua decisione il popolo di Argo si libera però dalla
contaminazione, e non sono gli dei a produrre lo scioglimento, come nei tragici
antichi, ma l’uomo stesso. Dopo il matricidio, egli si rende conto di essere
tornato ad Argo solo per uscirne, questa volta seguito dalle Erinni. La sua
libertà non ha senso né per sua sorella né per i suoi cittadini e, come
commenta Jeanson, «il linguaggio di
Oreste non è il loro linguaggio; i loro problemi non sono i suoi. Tra Oreste e
loro c’è quella distanza, inafferrabile e radicale, che separa colui che si
impegna volontariamente da colui che viene mobilitato, l’uomo che decide
liberamente di compromettersi e l’uomo che era compromesso già fin dalla
nascita». Ancora
una volta sono le parole di Simone de
Beauvoir a poterci illuminare sul senso del dramma, richiamando il contesto
in cui è nato e i mutamenti da esso apportati alle sue concezioni e alla sua
personalità umana e letteraria e autorizzandoci a dare un significato
ottimistico all'epilogo dell’opera : «L’esperienza di prigionia incise su di
lui profondamente : gli insegnò la solidarietà. Invece di sentirsi angariato,
partecipò con gioia alla vita in comune […] Ormai, invece di contrapporre
individualismo e collettività, riusciva a concepirli solo legati fra di loro.
Gli era possibile realizzare la sua libertà senza accettare soggettivamente la
situazione data, ma modificarla oggettivamente contribuendo all'edificazione di
un avvenire conforme alle sue ispirazioni».









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