mercoledì 30 ottobre 2013

Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone Germania. - Mostra a Villa Pignatelli

«Quello che amo soprattutto nella fotografia analogica, non per nostalgia, ma per puro piacere, è che essa può ancora rappresentare la realtà. L’atto di fotografare è un lavoro costante contro la sua progressiva scomparsa»

Oggi parliamo di un argomento diverso dal solito, la fotografia, semplicemente perché devo immortalare nel mio blog un momento importantissimo : ho visto Wim Wenders! Ho parlato con Wim Wenders! Wim Wenders parlava in tedesco e io lo capivo! È valsa la pena di penare tanto a imparare il tedesco, se ho potuto presentarmi a Wim Wenders e chiedergli l’autografo! Ma andiamo in ordine : non l’ho incontrato per strada, né mi sono introdotta nel suo hotel come una fan pazza (anche se un pensierino in proposito l’ho fatto). Ora, spero non ci sia bisogno di spiegare chi è Wim Wenders, forse il principale esponente del Nuovo Cinema Tedesco, il regista di film immortali come Il cielo sopra Berlino e Così lontano, così vicino. Ma non tutti sanno che, oltre che regista, Wenders è anche un artista e un fotografo  fin da quando, a sette anni, ricevette la prima Leica dal padre, e che considera la fotografia alla pari della sua attività di regista.

Ed è proprio per raccontare la sua esperienza e il suo lavoro come fotografo che è stato invitato Il 24 ottobre nella mia città, a Villa Pignatelli, dove fino al 17 novembre sarà ospitata la mostra fotografica Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone Germania. In questa mostra sono esposte 20 foto tratte dal suo ultimo lavoro, un volume di fotografie e scritti di viaggio dal titolo Places Strange and Quite. Queste venti fotografie, che rappresentano  le atmosfere senza tempo di paesaggi naturali e scenari urbani desolati,  sono state presentate per la prima volta in Italia e sono accompagnate da brevi appunti dell’artista .
E giovedì scorso la curatrice della mostra, Adriana Rispoli, ha condotto una conversazione aperta con l’artista e il pubblico, con la collaborazione del Goethe Institut, rappresentato dalla direttrice Maria Carmen Morese e moltissimi di noi studenti.

L’ingresso era libero fino a esaurimento posti, e meno male che ci siamo avviati con più di un’ora di anticipo, perché c’era una folla incredibile, la fila cominciava molto lontano dall'ingresso della Villa. Questo naturalmente mi ha fatto molto piacere : è in queste circostanze che la mia città mi stupisce piacevolmente, quando mi dà prova che nonostante tutto quello che subiamo c’è ancora una maggioranza di persone di tutte le età interessata alla cultura e all'arte.
In realtà io Wim Wenders già lo avevo visto all'università anni fa, quando nel 2006 fu insignito a Napoli del Premium Extraordinarium degli Annali dell'architettura e delle città, proprio in omaggio alla sua poetica basata sull'importanza data ai paesaggi e agli scenari urbani, e la conferenza del 24 ha confermato le mie impressioni : non è solo un genio e il più grande regista contemporaneo, dotato di una cultura incredibile e di un cervello straordinario, ma è anche una persona piacevole, ironica e autoironica, gentile e aperta. Naturalmente parlava in tedesco, con Doris, una delle prof del Goethe Institut, che traduceva, ma lui ci ha regalato osservazioni preziosissime e gentili in italiano e, scherzi a parte, sono orgogliosa di essere riuscita a seguire tutto quello che ha detto, a cogliere quelle sfumature che hanno senso solo in tedesco e che, purtroppo, nella traduzione si perdono.

Dal momento che di fotografia non me ne intendo, per non rischiare di dire sciocchezze mi limito a ricopiare i miei appunti.

Le foto mostrano gli aspetti principali della ricerca di Wenders, la sua esperienza umana ed artistica in bilico fra vivere, viaggiare e vedere. “Immagini sospese che raccontano il passaggio dell’uomo attraverso la sua assenza, la memoria dei luoghi in un silenzioso flusso del tempo”, come  ha commentato la Rispoli.
The Old Jewish Quarter, Berlin 1992

In queste foto, l’uomo è descritto attraverso la sua assenza, non ci sono presenze umane, perché secondo Wim Wenders è solo senza persone che i luoghi raccontano di sé, altrimenti tutti guarderebbero le persone. Per esempio, per fotografare la ruota panoramica ci ha messo tre giorni : il primo giorno c’erano dei bambini che ci giocava, il secondo giorno un pastore con le sue pecore… solo il terzo giorno è riuscito a stabilire un dialogo con il paesaggio e i suoi significati. Il concetto principale della raccolta, il suo motivo conduttore, è il non-luogo, l’un-örter. Come ha spiegato il regista, molti luoghi si presentano allo sguardo come non-luoghi, cioè come luoghi che sono nel presente ma che esprimono la sofferenza del passato. Nelle città, perciò, vi sono molti più non-luoghi che luoghi. Ha continuato spiegando che tutti noi abbiamo più di cinque sensi, e fra questi sensi ulteriori non è mai menzionato il senso del luogo, che è qualcosa che ormai è in via d’estinzione : mentre una volta per sopravvivere era indispensabile avere delle coordinate mentali della propria posizione, ora questo non serve più, ci sono delle macchine che lo fanno per noi. Per lui, però, è importante conoscere un luogo come proiezione di uno spazio mentale.  Inoltre, nel mondo moderno, ormai molti luoghi standard sono diventati quasi intercambiabili, e per questo lui cerca luoghi unici nel loro genere. Per un fotografo i non-luoghi sono importanti perché sono sprachlos, non sanno più raccontare la loro storia senza l’aiuto del suo occhio artistico. Compito del fotografo è quindi registrare qualcosa che va al di là del visibile, che trascende la semplice dimensione spazio-temporale.
The sea near Naoshima

Riguardo al rapporto fra fotografia e cinema, oggetto di molte delle domande che gli sono state fatte, afferma che per lui sono due mestieri diversi, l’una l’inversione dell’altro, ma che proprio l’un-örter è il suo scopo come fotografo e come regista.  Infatti nel suo libro The Art of Seeing, parla dei vuoti come elemento di indagine e comprensione della città, la narrazione dell’assenza come fonte di ispirazione poetica. Il suo cinema, spiega, è nato proprio dai vuoti delle metropoli, che sono più modi di essere che modi di vivere e nelle quali ci si sente più soli e angosciati. Ma, mentre in un cinema che non potrebbe esistere senza le metropoli lui mette al centro gli esseri umani, nelle sue fotografie fa parlare i luoghi e si allontana dallo scenario urbano.

I due mestieri hanno un elemento in comune : l’inquadratura, la cornice. Ma mentre ogni foto ha una sola inquadratura, il film ne ha molte, tanti piccoli pezzi di una grande costruzione il cui insieme crea un edificio e si sviluppa su più piani temporali e forma una storia, una geschichte, termine che deriva proprio da schicht, strato, in modo che il regista diventi una sorta di architetto che mette insieme questo edificio.  Invece il lavoro del fotografo è completamente diverso, cogli solo un’inquadratura che unisce presente, passato e futuro e perciò il fotografo costruisce una sola storia, o addirittura non ha bisogno di costruire storie, perché è la foto stessa a raccontare la sua senza che lui debba aggiungerci niente, mentre nei film è lui che mette la storia.

Naturalmente ci sono momenti della sua storia cinematografica che richiamano le sue foto, e il fatto che unisca in sé queste due professioni nasce dal fatto che lui, in realtà, da sempre avrebbe voluto fare il pittore. Dalla pittura e dai grandi pittori, afferma, ha imparato più che dalla storia del cinema e della fotografia.  Il suo pittore preferito è Vermeer, la cui influenza si può riconoscere nelle luci e negli interni dei suoi film. Wim Wenders ha raccontato di averlo scoperto per caso ad Amsterdam, senza sapere che fosse un pittore famosissimo. Nei suoi dipinti, notò, le persone erano molto più presenti rispetto ad altri quadri e questo gli fece capire quanto fosse importante il punto di vista, lo sguardo del pittore, il voler trasmettere tutto quello che lui riusciva a recepire, e da questa sensazione nacque il suo desiderio di fare il pittore, di cogliere qualcosa e renderlo visibile anche agli altri. D’altro canto, ha confessato di essere felice di non essere diventato pittore perché molti pittori che conosceva e che da ragazzo gli piacevano alla fine avevano preso anche loro la cinepresa e si erano dati al cinema. Ad ogni modo, questo gli ha confermato quello che già aveva intuito, che portare un’immagine sulla tela o sullo schermo sono momenti collegati.
Eternal Friendship with People of the Soviet Union - 2011

Riguardo alle foto esposte alla mostra, gli è stato chiesto per quale il processo che porta alla scatto era stato più difficile, quale gli aveva dato più difficoltà nello stabilire un dialogo, e lui ridendo ha risposto che ci sono foto che lo hanno fatto disperare, che a volte è rimasto deluso dal risultato, che non è riuscito a cogliere quello che si aspettava… oltre alla foto della ruota panoramica, quella che più lo ha coinvolto in questo senso, quella che lo coinvolge ancora ogni volta che la rivede è quella della casa con i fori di proiettile della Seconda Guerra Mondiale dipinti di rosso : è l’unica foto alla quale avrebbe voluto dedicare più tempo. Davanti a quella casa lui passava ogni giorno senza pensare di fotografarla. Solo una volta ne fece una foto di fretta. Quando poi vi ritornò, scoprì che intanto era tutto cambiato e che quella foto era l’unica che avrebbe mai potuto scattare di quel luogo. Per lui questa è la tragedia del viaggiatore, che nel suo paese, a casa sua, non apre gli occhi come durante i suoi viaggi, perché è difficile essere per la propria città così aperti come quando si è in viaggio. E negli appunti su quella foto leggiamo : «Quell'istante era vent'anni fa. L’ultima volta che sono passato in questo posto, era diventato un negozio di souvenir. Difficile adesso trovare tracce di uno di questi fori di proiettile della seconda guerra mondiale a Berlino. Alla fine, ogni immagine è una capsula del tempo».
Petrol Station in Alaverdi

I titoli delle foto, una sorta di didascalie che introducono chi osserva la foto nei suoi pensieri al momento dello scatto, sono i suoi appunti, che permettono di sbirciare nel momento creativo, sottolineando il passaggio da paesaggio a immagine. Le sue foto sono resoconti di un viaggio in cui ha gettato via le mappe : per lui è bellissimo, quando viaggia, scoprire un luogo perdendovisi, godendosi il senso di un viaggio senza riferimenti. E anche quando ha una cartina, la usa per leggere i nomi dei luoghi per poi farsi guidare da essi, andando poi alla ricerca dei luoghi con i nomi più strani, come, ad esempio, una montagna chiamata “denti a sega” o una cittadina chiamata Truth of consequences. Perciò gli appunti per lui sono parte integrante del suo lavoro, con i quali vuole far orientare lo spettatore e nello stesso tempo suscitare in lui curiosità, ironia, e aprirlo verso di lui e verso l’immagine. In bilico fra il diario personale e delle note buttate giù di fretta, gli appunti risaltano comunque per la loro semplice poeticità. Bellissimo è, ad esempio, il commento alla foto Il mare vicino Naoshima: «Alcune persone possono stare in piedi per ore e guardare le montagne. Io preferisco osservare il mare. Non c’è nulla di più misterioso di come il tempo scorra lungo l’oceano. L’orizzonte ti fa perdere il senso del tempo».
Forest Peace

Venendo ad aspetti più tecnici, Wim Wender nelle sue fotografie usa l’analogico e non il digitale – e non si è risparmiato battutine su tutti noi che stavamo lì con cellulari e fotocamere fin da quando, appena entrato, ha salutato i suoi “colleghi fotografi” – non per motivazioni nostalgiche, visto che nel cinema da più di vent'anni una solo il digitale. Come fotografo, però, usa l’analogico perché fotografa luoghi, non persone, e perché per lui la sua macchina fotografica è qualcosa di più di una semplice macchina. Attraverso le sue foto cerca di registrare anche suoni, sentimenti, e spera che i luoghi gli raccontino i loro segreti, la loro storia, che lui e il luogo entrino in una specie di dialogo in cui lui, come fotografo e interlocutore, deve essere aperto e presente. Usando l’analogico, quando lascia il luogo non può sapere se la foto è riuscita o no a raccontare la sua storia, ma lui non vuole saperlo, non vuole nemmeno sapere se la foto è riuscita o no. Con la digitale, invece, si può controllare subito, se la foto non piace viene immediatamente cancellata, e questo interrompe il dialogo con il luogo e eliminerebbe la sua presenza, instaurando un dialogo non fra fotografo e paesaggio, ma fra fotocamera e paesaggio. Perciò l’uso dell’analogico è una sorta di protesta contro le immagini digitali e la realtà vera e propria, la Wirklichkeit, quasi una “resistenza poetica”, come ha scritto Adriana Rispoli.Inoltre gli è stato chiesto se usa il formato 19/9 come citazione al cinema, ma lui ha risposto che lo usa perché dà uno sguardo panoramico maggiore, coglie l’orizzonte in modo spettacolare.
Formerly "Palast der Republik", Berlin 2008

Gli è stato chiesto se pensa di aver realizzato il film della sua vita, o se c’è un film che ancora vorrebbe fare, e lui ha risposto che per ogni film che ha fatto ce ne sono decine che avrebbe voluto fare. Inoltre si rammarica che, mentre all'inizio della sua carriera, girava un film all'anno  ora questo non è più possibile, riesce a girare un film solo ogni 3-4 anni e quindi ne realizza di meno, ma non ha mai avuto la sensazione che c’è un film che non ha mai realizzato, è soddisfatto perché è sempre riuscito a realizzare quello che voleva e perché, già da giovanissimo, da ragazzo, poteva essere il produttore dei suoi film.

Come regista, inoltre, gli è difficile cogliere il mondo del cinema moderno, che è veloce e privo di panoramiche, mentre lui nei film vuole comprendere i luoghi, capire dove si svolgono e i legami fra luogo e elementi. E questo gli manca anche nella fotografia moderna, gli manca la sensazione di vedere un luogo che esiste, perché la gente vuole creare un paesaggio, non scoprirlo/trovarlo.
Alles oder Nichts (All or Nothing) Berlin 2008

Al di là di tutte le spiegazioni, le foto, di per sé, sono meravigliose : paesaggi sconfinati e insieme il fascino dell’imperfezione architettonica, slogan  per la lotta al capitalismo accennati su un muro nella vecchia Germania dell’Est, una stazione di benzina sullo sfondo di una fabbrica abbandonata ai piedi delle montagne, lo scheletro di una vecchia ruota panoramica sullo sfondo del cielo plumbeo in Armenia, il mare di Naoshima avvolto nella nebbia, lettere dell’alfabeto armeno rovesciate sulla terra come “monumento nel nulla”, uno pneumatico in una radura nel mezzo della foresta, i resti del palazzo del parlamento, simbolo del passato governo della Germania dell’Est, le cicatrici di sparatorie sulla facciata di un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino, luoghi abbandonati, deserti, spettrali e poeticamente squallidi, intrisi di soggettivismo e spiritualità, di una tensione verso il sublime alla ricerca di messaggi della natura. E, al di là dei paesaggi dell’Armenia e del Giappone, ciò che io ho trovato ed amato in queste foto è l’anima più autentica, profonda e bella della Germania, la capacità di percepire lo spirito dei luoghi, la loro essenza profonda, di ascoltare le parole delle cose, quella sensibilità tipicamente tedesca per dettagli apparentemente insignificanti, ma intrisi di una bellezza e di una malinconia che derivano dal loro silenzio, dalla dignità della loro decadenza.
Autografo für Anna!



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