«Quello che amo soprattutto nella fotografia analogica, non per nostalgia, ma per puro piacere, è che essa può ancora rappresentare la
realtà. L’atto di fotografare è
un lavoro costante contro la sua progressiva scomparsa»
Oggi parliamo di un argomento
diverso dal solito, la fotografia, semplicemente perché devo immortalare nel
mio blog un momento importantissimo : ho visto Wim Wenders! Ho parlato con Wim
Wenders! Wim Wenders parlava in tedesco e io lo capivo! È valsa la pena di
penare tanto a imparare il tedesco, se ho potuto presentarmi a Wim Wenders e
chiedergli l’autografo! Ma andiamo in ordine : non l’ho incontrato per strada,
né mi sono introdotta nel suo hotel come una fan pazza (anche se un pensierino
in proposito l’ho fatto). Ora, spero non ci sia bisogno di spiegare chi è Wim
Wenders, forse il principale esponente del Nuovo Cinema Tedesco, il regista di
film immortali come Il cielo sopra Berlino e Così lontano, così vicino. Ma non
tutti sanno che, oltre che regista, Wenders è anche un artista e un fotografo fin da quando, a sette anni, ricevette la
prima Leica dal padre, e che considera la fotografia alla pari della sua
attività di regista.
Ed è proprio per raccontare la
sua esperienza e il suo lavoro come fotografo che è stato invitato Il 24
ottobre nella mia città, a Villa Pignatelli, dove fino al 17 novembre sarà
ospitata la mostra fotografica Wim Wenders. Appunti di Viaggio. Armenia Giappone
Germania. In questa mostra sono esposte 20 foto tratte dal suo ultimo lavoro, un
volume di fotografie e scritti di viaggio dal titolo Places Strange and Quite. Queste
venti fotografie, che rappresentano le
atmosfere senza tempo di paesaggi naturali e scenari urbani desolati, sono state presentate per la prima volta in
Italia e sono accompagnate da brevi appunti dell’artista .
E giovedì scorso la curatrice
della mostra, Adriana Rispoli, ha condotto una conversazione aperta con l’artista
e il pubblico, con la collaborazione del Goethe Institut, rappresentato dalla
direttrice Maria Carmen Morese e moltissimi di noi studenti.
L’ingresso era libero fino a esaurimento posti, e meno male che ci siamo avviati con più di un’ora di anticipo, perché c’era una folla incredibile, la fila cominciava molto lontano dall'ingresso della Villa. Questo naturalmente mi ha fatto molto piacere : è in queste circostanze che la mia città mi stupisce piacevolmente, quando mi dà prova che nonostante tutto quello che subiamo c’è ancora una maggioranza di persone di tutte le età interessata alla cultura e all'arte.
In realtà io Wim Wenders già lo
avevo visto all'università anni fa, quando nel 2006 fu insignito
a Napoli del Premium Extraordinarium degli Annali dell'architettura e delle
città, proprio in omaggio alla sua poetica basata sull'importanza data ai paesaggi
e agli scenari urbani, e la conferenza del 24 ha confermato le mie impressioni : non è solo un
genio e il più grande regista contemporaneo, dotato di una cultura incredibile
e di un cervello straordinario, ma è anche una persona piacevole, ironica e
autoironica, gentile e aperta. Naturalmente parlava in tedesco, con Doris, una
delle prof del Goethe Institut, che traduceva, ma lui ci ha regalato osservazioni
preziosissime e gentili in italiano e, scherzi a parte, sono orgogliosa di
essere riuscita a seguire tutto quello che ha detto, a cogliere quelle
sfumature che hanno senso solo in tedesco e che, purtroppo, nella traduzione si
perdono.
Dal momento che di fotografia
non me ne intendo, per non rischiare di dire sciocchezze mi limito a ricopiare
i miei appunti.
Le foto mostrano gli aspetti principali
della ricerca di Wenders, la sua esperienza umana ed artistica in bilico fra
vivere, viaggiare e vedere. “Immagini sospese che raccontano il passaggio
dell’uomo attraverso la sua assenza, la memoria dei luoghi in un silenzioso
flusso del tempo”, come ha commentato la
Rispoli.
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| The Old Jewish Quarter, Berlin 1992 |
In queste foto, l’uomo
è descritto
attraverso la sua assenza, non ci sono presenze
umane, perché secondo Wim Wenders è solo senza persone che i luoghi raccontano
di sé, altrimenti tutti guarderebbero le persone. Per esempio, per fotografare
la ruota panoramica ci ha messo tre giorni : il primo giorno c’erano dei
bambini che ci giocava, il secondo giorno un pastore con le sue pecore… solo il
terzo giorno è riuscito a stabilire un dialogo con il paesaggio e i suoi
significati. Il concetto principale della raccolta, il suo motivo conduttore, è
il non-luogo, l’un-örter. Come ha spiegato il regista, molti luoghi si
presentano allo sguardo come non-luoghi, cioè come luoghi che sono nel presente
ma che esprimono la sofferenza del passato. Nelle città, perciò, vi sono molti
più non-luoghi che luoghi. Ha continuato spiegando che tutti noi abbiamo più di
cinque sensi, e fra questi sensi ulteriori non è mai menzionato il senso del
luogo, che è qualcosa che ormai è in via d’estinzione : mentre una volta per
sopravvivere era indispensabile avere delle coordinate mentali della propria
posizione, ora questo non serve più, ci sono delle macchine che lo fanno per
noi. Per lui, però, è importante conoscere un luogo come proiezione di uno
spazio mentale. Inoltre, nel mondo
moderno, ormai molti luoghi standard sono diventati quasi intercambiabili, e
per questo lui cerca luoghi unici nel loro genere. Per un fotografo i
non-luoghi sono importanti perché sono sprachlos, non sanno più raccontare la
loro storia senza l’aiuto del suo occhio artistico. Compito del fotografo è
quindi registrare qualcosa che va al di là del visibile, che trascende la
semplice dimensione spazio-temporale.
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| The sea near Naoshima |
Riguardo al rapporto fra
fotografia e cinema, oggetto di molte delle domande che gli sono state fatte,
afferma che per lui sono due mestieri diversi, l’una l’inversione dell’altro,
ma che proprio l’un-örter è il suo scopo come fotografo e come regista. Infatti nel suo libro The Art of Seeing, parla
dei vuoti come elemento di indagine e comprensione della città, la narrazione
dell’assenza come fonte di ispirazione poetica. Il suo cinema, spiega, è nato
proprio dai vuoti delle metropoli, che sono più modi di essere che modi di
vivere e nelle quali ci si sente più soli e angosciati. Ma, mentre in un cinema
che non potrebbe esistere senza le metropoli lui mette al centro gli esseri
umani, nelle sue fotografie fa parlare i luoghi e si allontana dallo scenario
urbano.
I due mestieri hanno un
elemento in comune : l’inquadratura, la cornice. Ma mentre ogni foto ha una
sola inquadratura, il film ne ha molte, tanti piccoli pezzi di una grande
costruzione il cui insieme crea un edificio e si sviluppa su più piani
temporali e forma una storia, una geschichte, termine che deriva proprio da
schicht, strato, in modo che il regista diventi una sorta di architetto che
mette insieme questo edificio. Invece il
lavoro del fotografo è completamente diverso, cogli solo un’inquadratura che
unisce presente, passato e futuro e perciò il fotografo costruisce una sola
storia, o addirittura non ha bisogno di costruire storie, perché è la foto
stessa a raccontare la sua senza che lui debba aggiungerci niente, mentre nei
film è lui che mette la storia.
Naturalmente ci sono momenti
della sua storia cinematografica che richiamano le sue foto, e il fatto che
unisca in sé queste due professioni nasce dal fatto che lui, in realtà, da
sempre avrebbe voluto fare il pittore. Dalla pittura e dai grandi pittori,
afferma, ha imparato più che dalla storia del cinema e della fotografia. Il suo pittore preferito è Vermeer, la cui
influenza si può riconoscere nelle luci e negli interni dei suoi film. Wim
Wenders ha raccontato di averlo scoperto per caso ad Amsterdam, senza sapere
che fosse un pittore famosissimo. Nei suoi dipinti, notò, le persone erano
molto più presenti rispetto ad altri quadri e questo gli fece capire quanto
fosse importante il punto di vista, lo sguardo del pittore, il voler
trasmettere tutto quello che lui riusciva a recepire, e da questa sensazione
nacque il suo desiderio di fare il pittore, di cogliere qualcosa e renderlo
visibile anche agli altri. D’altro canto, ha confessato di essere felice di non
essere diventato pittore perché molti pittori che conosceva e che da ragazzo
gli piacevano alla fine avevano preso anche loro la cinepresa e si erano dati
al cinema. Ad ogni modo, questo gli ha confermato quello che già aveva intuito,
che portare un’immagine sulla tela o sullo schermo sono momenti collegati.
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| Eternal Friendship with People of the Soviet Union - 2011 |
Riguardo alle foto esposte alla
mostra, gli è stato chiesto per quale il processo che porta alla scatto era
stato più difficile, quale gli aveva dato più difficoltà nello stabilire un
dialogo, e lui ridendo ha risposto che ci sono foto che lo hanno fatto
disperare, che a volte è rimasto deluso dal risultato, che non è riuscito a
cogliere quello che si aspettava… oltre alla foto della ruota panoramica,
quella che più lo ha coinvolto in questo senso, quella che lo coinvolge ancora
ogni volta che la rivede è quella della casa con i fori di proiettile della
Seconda Guerra Mondiale dipinti di rosso : è l’unica foto alla quale avrebbe
voluto dedicare più tempo. Davanti a quella casa lui passava ogni giorno senza
pensare di fotografarla. Solo una volta ne fece una foto di fretta. Quando poi
vi ritornò, scoprì che intanto era tutto cambiato e che quella foto era l’unica
che avrebbe mai potuto scattare di quel luogo. Per lui questa è la tragedia del
viaggiatore, che nel suo paese, a casa sua, non apre gli occhi come durante i
suoi viaggi, perché è difficile essere per la propria città così aperti come
quando si è in viaggio. E negli appunti su quella foto leggiamo : «Quell'istante era vent'anni fa. L’ultima volta che sono passato in questo
posto, era diventato un negozio di souvenir. Difficile adesso trovare
tracce di uno di questi fori di proiettile della seconda guerra mondiale a
Berlino. Alla fine, ogni immagine è una capsula del tempo».
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| Petrol Station in Alaverdi |
I titoli delle foto, una sorta
di didascalie che introducono chi osserva la foto nei suoi pensieri al momento
dello scatto, sono i suoi appunti, che permettono di sbirciare nel momento
creativo, sottolineando il passaggio da paesaggio a immagine. Le sue foto sono
resoconti di un viaggio in cui ha gettato via le mappe : per lui è bellissimo,
quando viaggia, scoprire un luogo perdendovisi, godendosi il senso di un
viaggio senza riferimenti. E anche quando ha una cartina, la usa per leggere i
nomi dei luoghi per poi farsi guidare da essi, andando poi alla ricerca dei
luoghi con i nomi più strani, come, ad esempio, una montagna chiamata “denti a
sega” o una cittadina chiamata Truth of consequences. Perciò gli appunti per
lui sono parte integrante del suo lavoro, con i quali vuole far orientare lo
spettatore e nello stesso tempo suscitare in lui curiosità, ironia, e aprirlo
verso di lui e verso l’immagine. In bilico fra il diario personale e delle note
buttate giù di fretta, gli appunti risaltano comunque per la loro semplice
poeticità. Bellissimo è, ad esempio, il commento alla foto Il mare vicino Naoshima: «Alcune
persone possono stare in piedi per ore e guardare le montagne. Io
preferisco osservare il mare. Non c’è nulla di più misterioso di come
il tempo scorra lungo l’oceano. L’orizzonte ti fa perdere il senso
del tempo».
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| Forest Peace |
Venendo ad aspetti più tecnici,
Wim Wender nelle sue fotografie usa l’analogico e non il digitale – e non si è risparmiato
battutine su tutti noi che stavamo lì con cellulari e fotocamere fin da quando,
appena entrato, ha salutato i suoi “colleghi fotografi” – non per motivazioni
nostalgiche, visto che nel cinema da più di vent'anni una solo il digitale. Come
fotografo, però, usa l’analogico perché fotografa luoghi, non persone, e perché
per lui la sua macchina fotografica è qualcosa di più di una semplice macchina.
Attraverso le sue foto cerca di registrare anche suoni, sentimenti, e spera che
i luoghi gli raccontino i loro segreti, la loro storia, che lui e il luogo
entrino in una specie di dialogo in cui lui, come fotografo e interlocutore,
deve essere aperto e presente. Usando l’analogico, quando lascia il luogo non
può sapere se la foto è riuscita o no a raccontare la sua storia, ma lui non
vuole saperlo, non vuole nemmeno sapere se la foto è riuscita o no. Con la
digitale, invece, si può controllare subito, se la foto non piace viene
immediatamente cancellata, e questo interrompe il dialogo con il luogo e eliminerebbe
la sua presenza, instaurando un dialogo non fra fotografo e paesaggio, ma fra
fotocamera e paesaggio. Perciò l’uso dell’analogico è una sorta di protesta
contro le immagini digitali e la realtà vera e propria, la Wirklichkeit, quasi
una “resistenza poetica”, come ha scritto Adriana Rispoli.Inoltre gli è stato chiesto se usa il formato
19/9 come citazione al cinema, ma lui ha risposto che lo usa perché dà uno
sguardo panoramico maggiore, coglie l’orizzonte in modo spettacolare.
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| Formerly "Palast der Republik", Berlin 2008 |
Gli è stato chiesto se pensa di
aver realizzato il film della sua vita, o se c’è un film che ancora vorrebbe
fare, e lui ha risposto che per ogni film che ha fatto ce ne sono decine che
avrebbe voluto fare. Inoltre si rammarica che, mentre all'inizio della sua
carriera, girava un film all'anno ora questo non è più possibile, riesce a
girare un film solo ogni 3-4 anni e quindi ne realizza di meno, ma non ha mai
avuto la sensazione che c’è un film che non ha mai realizzato, è soddisfatto
perché è sempre riuscito a realizzare quello che voleva e perché, già da
giovanissimo, da ragazzo, poteva essere il produttore dei suoi film.
Come regista, inoltre, gli è
difficile cogliere il mondo del cinema moderno, che è veloce e privo di
panoramiche, mentre lui nei film vuole comprendere i luoghi, capire dove si
svolgono e i legami fra luogo e elementi. E questo gli manca anche nella
fotografia moderna, gli manca la sensazione di vedere un luogo che esiste,
perché la gente vuole creare un paesaggio, non scoprirlo/trovarlo.
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| Alles oder Nichts (All or Nothing) Berlin 2008 |
Al di là di tutte le
spiegazioni, le foto, di per sé, sono meravigliose : paesaggi sconfinati e
insieme il fascino dell’imperfezione architettonica, slogan per la lotta
al capitalismo accennati su un muro nella vecchia Germania dell’Est, una
stazione di benzina sullo sfondo di una fabbrica abbandonata ai piedi delle
montagne, lo scheletro di una vecchia ruota panoramica sullo sfondo del cielo
plumbeo in Armenia, il mare di Naoshima avvolto nella nebbia, lettere dell’alfabeto
armeno rovesciate sulla terra come “monumento nel nulla”, uno pneumatico in una
radura nel mezzo della foresta, i resti del palazzo del parlamento, simbolo del
passato governo della Germania dell’Est, le cicatrici di sparatorie sulla
facciata di un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino, luoghi
abbandonati, deserti, spettrali e poeticamente squallidi, intrisi di
soggettivismo e spiritualità, di una tensione verso il sublime alla ricerca di
messaggi della natura. E, al di là dei paesaggi dell’Armenia e del Giappone,
ciò che io ho trovato ed amato in queste foto è l’anima più autentica, profonda
e bella della Germania, la capacità di percepire lo spirito dei luoghi, la loro
essenza profonda, di ascoltare le parole delle cose, quella sensibilità
tipicamente tedesca per dettagli apparentemente insignificanti, ma intrisi di
una bellezza e di una malinconia che derivano dal loro silenzio, dalla dignità
della loro decadenza.
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| Autografo für Anna! |











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