Ieri il mondo classico ha
perso uno dei suoi più fini interpreti e dei più importanti studiosi, Vincenzo Di Benedetto. Il nostro amato
maestro si è spento a 79 anni, dopo una vita dedicata allo studio e alla
divulgazione del nostro mondo nelle vesti di professore emerito dell'Università
di Pisa.
Esponente di un glorioso passato
di studi, per decenni è stato professore di Letteratura Greca presso l'Istituto
di Filologia Greca e presso il Dipartimento di Filologia Classica e generazioni
di allievi lo ricordano con affetto e gratitudine in quanto figura di
intellettuale dotato di curiosità senza
pregiudizi, espressione della sua autonomia e libertà intellettuale, e di una
straordinaria vivacità di pensiero.
Con lui la filologia perde una
figura centrale nell’Antichistica, un umanista e uno studioso che lascia un’eredità
preziosa, «la coscienza dell'unità di metodo e di sapere che dirige il nostro
dialogo con la letteratura, in ogni epoca e in ogni paese il prodotto più alto
della civiltà», come ricorda il professor Mauro
Tulli, direttore del dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica.
Chiunque
nel suo percorso universitario si sia accostato alla letteratura greca ha con
questo nome una familiarità immediata e si rende contro di quale perdita sia la
sua scomparsa per noi “addetti ai lavori”, che lo abbiamo conosciuto e che da
lui ci siamo fatti guidare. Alcune delle sue opere sulla tragedia greca, come La tragedia sulla scena,
scritta con Medda, L'ideologia del potere e la tragedia greca,
Euripide, teatro e società,
Nel laboratorio di Omero
e La tragedia sulla scena,
e le
sue edizioni e traduzioni di testi greci, che abbiamo letto, riletto, studiato,
fotocopiato, sottolineato e citato fino a saperle a memoria (posso ancora
recitarne lunghi brani), non solo hanno
influenzato la nostra visione della presenza del mondo classico in quello
moderno, della tragedia greca e della grecità nel suo complesso, ma sono
penetrate tanto profondamente nella nostra mente da influenzare la nostra
visione del mondo e della cultura.
Non è esagerato dire che Di Benedetto ci ha
cresciuti, ha impresso in noi una forma mentis e ci ha dato degli
strumenti di critica e di analisi insostituibili per osservare in tutti i suoi
risvolti la realtà, materiale e letteraria, che ci circonda. Io, personalmente,
gli devo infiniti esami di greco e due lauree! In particolare per me sono stati importantissimi i
suoi contributi agli studi sull’Orestea
di Eschilo, la rappresentazione
tragica del superamento dell’antico concetto etico-religioso di γένος attraverso
una concatenazione di vendetta e delitti fondata sul contrasto fra un presenza
demoniaca che si tramanda di stirpe in stirpe e l’autonomia dei personaggi.
Ricostruire la successione, la
cronologia e gli innumerevoli apporti delle sue opere è impossibile, perché
significherebbe, oltre che presentare i suoi
contributi alla letteratura greca e alla cultura in generale, tracciare la sua
biografia intellettuale e definire le principali caratteristiche del suo
insegnamento. I frutti di quarant'anni del suo lavoro intellettuale sono
raccolti nei quattro volumi de Il
richiamo del testo. Contributi di filologia e letteratura, che provano
quanto sterminati e vari fossero i suoi interessi.
Influenzato dalla tradizione di
studi tedesca di Schadewaldt, Nestle, Kranz e Reinhardt,
opposta a Wilamowitz e attenta
soprattutto agli aspetti formali della tragedia greca, il suo modello è
soprattutto Fraenkel, ai cui
seminari assisteva da studente e dal quale ha appreso la necessità di dare una
spiegazione globale alle variazioni formali dei testi. Ma come i suoi
contemporanei, come La Penna, era
anche consapevole dell’importanza del contesto sociale di ogni opera, sia
antica che moderna. Inoltre un ruolo essenziale nel suo sviluppo intellettuale
è quello ricoperto dal filologo classico marxista Sebastiano Timpanaro.
Nelle sue opere di critica e di
analisi letteraria di autori antichi e moderni il suo merito principale è
infatti essere riuscito a fondere al suo gusto classico per la letteratura e alla sua
rigorosa sensibilità linguistica e filologica un’attenzione costante per le
dinamiche sociali e storiche nelle quali i testi sono venuti alla luce, come
spiega in Filologia e marxismo.
Contro le mistificazioni.
Nulla sembra più lontano dalla filologia
della critica materialistica marxista; eppure Di Benedetto è riuscito a
utilizzare questo efficace e incomparabile strumento in un campo apparentemente
autoreferenziale e chiuso, traendo da quella riflessione teorica una forza, un’energia
e una capacità di indagine che hanno reso le sue teorie coerenti, fondate e
convincenti. Nel concreto, dobbiamo a Di Benedetto l’aver unito all'attenzione filologica al testo la capacità di inserire le opere analizzate nella
ricostruzione del pensiero e della drammaturgia degli autori e anche nel loro
contesto storico, operazione di difficoltà estrema soprattutto per le tragedie
greche, ma indispensabile per coglierne tutti i significati e per comprenderne non
solo la trame e la psicologia dei personaggi, ma perfino l’aspetto linguistico,
dato il legame profondo fra la scena e la società attica. Questa modalità di
analisi giova sia alla conoscenza del mondo classico che di quello moderno
perché, secondo le sue parole, «una più diretta
attenzione al mondo antico può concorrere con più efficacia a far capire la
relatività, i condizionamenti, i limiti stesi della nostra cultura e del nostro
orgoglio».
Sebbene il suo maggiore contributo
alla letteratura greca sono i suoi lavori sulla tragedia, indispensabili sono
anche le sue intuizioni su Omero, serviti a reintrodurre negli studi sul padre
della letteratura greca i concetti di poesia, arte e scelta artistica contro l’enfasi
posta da Milman Parry sulla tecnica
formulare. Pur riconoscendo la presenza preponderante di formule metricamente
standard, atte a facilitare la memoria di aedi e rapsodi, Di Benedetto riesce a
evidenziare la tecnica poetica del poeta ricordato come Omero proprio
attraverso una precisa analisi delle formule e delle loro variazioni
riconoscendo, inoltre, la presenza di un’unica volontà poetica dietro la
variegata materia dei poemi attraverso echi significativi fra passi, episodi e
personaggi.
In opere come Letteratura
di secondo grado: l'Odissea fra riusi e ideologia del potere e Ulisse: conoscere o regnare? questo
stesso metodo è applicato all’Odissea, considerato un esempio di “letteratura
di secondo grado” e nella quale è riconosciuto un rifiuto delle principali
caratteristiche dell’Iliade
che conferisce originalità all'opera un’originalità fondata su una nuova
enfasi posta sulla responsabilità umana sia a livello individuale che politico.
Indispensabili sono stati anche i suoi
studi sull'influenza dell’Iliade sull’Eneide, perché partendo dalle affinità
fra i due poemi ha evidenziato l’originalità che Virgilio ottiene attraverso
una serie di distorsioni, dislocazioni e “rifunzionalizzazioni”.
Nel suo interesse per l’intertestualità
si è dimostrato un pioniere riconoscendo l’influenza dell’ l’Iliade sull’Odissea, quella di Omero
sui poeti lirici, soprattutto su Archiloco, quella di Pindaro su Eschilo e, prima dello studio del 2004 Tradition and Innovation in Hellenistic Poetry di
Fantuzzi e Hunter, i legami di dipendenza reciproca fra fra Posidippo e Callimaco e l’influenza di questi e di Saffo sui lirici latini.
Invece il suo interesse per la
filosofia antica si rivolge soprattutto ai cinici, come rende noto la dimostrazione
dell’influenza di Antistene sugli
scoli all’Odissea, e ai sofisti
come Gorgia e Protagora, la cui influenza su Euripide
riesce a ridimensionare dimostrando l’opposizione fra il ruolo positivo
dato alla religione da Protagora e la visione negativa che ne mette in scena
Euripide in opere come Le Troiane
e Le Baccanti. Nell'ambito dei suoi studi sulla religione, affascinanti restano le sue teorie sull’Orfismo, espresse nella recensione dell’edizione
e del commento dei frammenti ostici di Tortorelli
Ghidini.
Oltre che di tragedia greca si è
occupato inoltre di medicina antica in Il
medico e la malattia: la scienza di Ippocrate, opera nella quale, invece
di tentare invano di identificare i veri trattati ippocratici, iscrive l’opera
nel contesto della letteratura medica dell’antichità delle scuole di Cos e
Cnido. Questa attenzione ai “grandi” della letteratura greca non lo ha distolto
dal dedicarsi anche a questioni relativamente minori, come la tradizione
manoscritta di Teofrasto, la
ricostruzione del contesto della Mitilene di Alceo, l’autenticità del prologo di Sulla Caccia di Senofonte
e il modo in cui lo storico ellenistico Agroeta
ha trattato i miti delle Esperidi e di Prometeo. Inoltre è Di Benedetto stesso a
dichiararsi lettore e interprete di testi del passato remoto ma anche di quello
prossimo, e in quest’ulteriore filone di interessi si collocano le sue opere su
Dante, Foscolo, Manzoni e Montale.
Scrivendo questa breve e
scoordinata rievocazione del maestro mi sono resa conto con tristezza di una
cosa : per la prima volta ho parlato di Di Benedetto al passato, e da oggi
dovrò continuare a farlo… è incredibile, è impossibile, eppure così. Ma la
nostra certezza è che un uomo e un maestro come lui, che si è occupato di cose
eterne, abbia guadagnato quella sua parte di eternità che una vita dedicata
agli studi gli ha meritato.




Un bel post per ricordare uno studioso di primo piano nell'ambito della filologia greca. Ho avuto modo di studiare i suoi scritti e le sue tesi in materia di tragedia (a Verona è, come a Padova, il genere più studiato dai grecisti) e posso concordare con te nel dire che ci ha lasciati un grande conoscitore del mondo antico.
RispondiEliminagrazie! davvero ci ha lasciati uno studioso insostituibile e, per quanto i suoi allievi ne sapranno raccogliere l'eredità, non sarà la stessa cosa
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