lunedì 22 luglio 2013

In ricordo del Maestro


Ieri il mondo classico ha perso uno dei suoi più fini interpreti e dei più importanti studiosi, Vincenzo Di Benedetto. Il nostro amato maestro si è spento a 79 anni, dopo una vita dedicata allo studio e alla divulgazione del nostro mondo nelle vesti di professore emerito dell'Università di Pisa.

Esponente di un glorioso passato di studi, per decenni è stato professore di Letteratura Greca presso l'Istituto di Filologia Greca e presso il Dipartimento di Filologia Classica e generazioni di allievi lo ricordano con affetto e gratitudine in quanto figura di intellettuale dotato di  curiosità senza pregiudizi, espressione della sua autonomia e libertà intellettuale, e di una straordinaria vivacità di pensiero.

Con lui la filologia perde una figura centrale nell’Antichistica, un umanista e uno studioso che lascia un’eredità preziosa, «la coscienza dell'unità di metodo e di sapere che dirige il nostro dialogo con la letteratura, in ogni epoca e in ogni paese il prodotto più alto della civiltà», come ricorda il professor Mauro Tulli, direttore del dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica.

Chiunque nel suo percorso universitario si sia accostato alla letteratura greca ha con questo nome una familiarità immediata e si rende contro di quale perdita sia la sua scomparsa per noi “addetti ai lavori”, che lo abbiamo conosciuto e che da lui ci siamo fatti guidare. Alcune delle sue opere sulla tragedia greca, come La tragedia sulla scena, scritta con Medda, L'ideologia del potere e la tragedia greca, Euripide, teatro e società, Nel laboratorio di Omero  e La tragedia sulla scena, e le sue edizioni e traduzioni di testi greci, che abbiamo letto, riletto, studiato, fotocopiato, sottolineato e citato fino a saperle a memoria (posso ancora recitarne lunghi brani), non solo hanno influenzato la nostra visione della presenza del mondo classico in quello moderno, della tragedia greca e della grecità nel suo complesso, ma sono penetrate tanto profondamente nella nostra mente da influenzare la nostra visione del mondo e della cultura. 

Non è esagerato dire che Di Benedetto ci ha cresciuti, ha impresso in noi una forma mentis e ci ha dato degli strumenti di critica e di analisi insostituibili per osservare in tutti i suoi risvolti la realtà, materiale e letteraria, che ci circonda. Io, personalmente, gli devo infiniti esami di greco e due lauree! In particolare per me sono stati importantissimi i suoi contributi agli studi sull’Orestea di Eschilo, la rappresentazione tragica del superamento dell’antico concetto etico-religioso di γένος attraverso una concatenazione di vendetta e delitti fondata sul contrasto fra un presenza demoniaca che si tramanda di stirpe in stirpe e l’autonomia dei personaggi.

Ricostruire la successione, la cronologia e gli innumerevoli apporti delle sue opere è impossibile, perché significherebbe,  oltre che presentare i suoi contributi alla letteratura greca e alla cultura in generale, tracciare la sua biografia intellettuale e definire le principali caratteristiche del suo insegnamento. I frutti di quarant'anni del suo lavoro intellettuale sono raccolti nei quattro volumi de Il richiamo del testo. Contributi di filologia e letteratura, che provano quanto sterminati e vari fossero i suoi interessi.

Influenzato dalla tradizione di studi tedesca di Schadewaldt, Nestle, Kranz e Reinhardt, opposta a Wilamowitz e attenta soprattutto agli aspetti formali della tragedia greca, il suo modello è soprattutto Fraenkel, ai cui seminari assisteva da studente e dal quale ha appreso la necessità di dare una spiegazione globale alle variazioni formali dei testi. Ma come i suoi contemporanei, come La Penna, era anche consapevole dell’importanza del contesto sociale di ogni opera, sia antica che moderna. Inoltre un ruolo essenziale nel suo sviluppo intellettuale è quello ricoperto dal filologo classico marxista Sebastiano Timpanaro.

Nelle sue opere di critica e di analisi letteraria di autori antichi e moderni il suo merito principale è infatti essere riuscito a fondere al suo gusto classico per la letteratura e alla sua rigorosa sensibilità linguistica e filologica un’attenzione costante per le dinamiche sociali e storiche nelle quali i testi sono venuti alla luce, come spiega in Filologia e marxismo. Contro le mistificazioni
Nulla sembra più lontano dalla filologia della critica materialistica marxista; eppure Di Benedetto è riuscito a utilizzare questo efficace e incomparabile strumento in un campo apparentemente autoreferenziale e chiuso, traendo da quella riflessione teorica una forza, un’energia e una capacità di indagine che hanno reso le sue teorie coerenti, fondate e convincenti. Nel concreto, dobbiamo a Di Benedetto l’aver unito all'attenzione filologica al testo la capacità di inserire le opere analizzate nella ricostruzione del pensiero e della drammaturgia degli autori e anche nel loro contesto storico, operazione di difficoltà estrema soprattutto per le tragedie greche, ma indispensabile per coglierne tutti i significati e per comprenderne non solo la trame e la psicologia dei personaggi, ma perfino l’aspetto linguistico, dato il legame profondo fra la scena e la società attica. Questa modalità di analisi giova sia alla conoscenza del mondo classico che di quello moderno perché, secondo le sue parole, «una più diretta attenzione al mondo antico può concorrere con più efficacia a far capire la relatività, i condizionamenti, i limiti stesi della nostra cultura e del nostro orgoglio».

Sebbene il suo maggiore contributo alla letteratura greca sono i suoi lavori sulla tragedia, indispensabili sono anche le sue intuizioni su Omero, serviti a reintrodurre negli studi sul padre della letteratura greca i concetti di poesia, arte e scelta artistica contro l’enfasi posta da Milman Parry sulla tecnica formulare. Pur riconoscendo la presenza preponderante di formule metricamente standard, atte a facilitare la memoria di aedi e rapsodi, Di Benedetto riesce a evidenziare la tecnica poetica del poeta ricordato come Omero proprio attraverso una precisa analisi delle formule e delle loro variazioni riconoscendo, inoltre, la presenza di un’unica volontà poetica dietro la variegata materia dei poemi attraverso echi significativi fra passi, episodi e personaggi. 

In opere come Letteratura di secondo grado: l'Odissea fra riusi e ideologia del potere e Ulisse: conoscere o regnare? questo stesso metodo è applicato all’Odissea, considerato un esempio di “letteratura di secondo grado” e nella quale è riconosciuto un rifiuto delle principali caratteristiche dell’Iliade che conferisce originalità all'opera  un’originalità fondata su una nuova enfasi posta sulla responsabilità umana sia a livello individuale che politico.  Indispensabili sono stati anche i suoi studi sull'influenza dell’Iliade sull’Eneide, perché partendo dalle affinità fra i due poemi ha evidenziato l’originalità che Virgilio ottiene attraverso una serie di distorsioni, dislocazioni e “rifunzionalizzazioni”.

Nel suo interesse per l’intertestualità si è dimostrato un pioniere riconoscendo l’influenza dell’ l’Iliade sull’Odissea, quella di Omero sui poeti lirici, soprattutto su Archiloco, quella di Pindaro su Eschilo e, prima dello studio del 2004 Tradition and Innovation in Hellenistic Poetry di Fantuzzi e Hunter, i legami di dipendenza reciproca fra fra Posidippo e Callimaco e l’influenza di questi e di Saffo sui lirici latini.

Invece il suo interesse per la filosofia antica si rivolge soprattutto ai cinici, come rende noto la dimostrazione dell’influenza di Antistene sugli scoli all’Odissea, e ai sofisti come Gorgia e Protagora, la cui influenza su Euripide riesce a ridimensionare dimostrando l’opposizione fra il ruolo positivo dato alla religione da Protagora e la visione negativa che ne mette in scena Euripide in opere come Le Troiane e Le BaccantiNell'ambito dei suoi studi sulla religione, affascinanti restano le sue teorie sull’Orfismo, espresse nella recensione dell’edizione e del commento dei frammenti ostici di Tortorelli Ghidini

Oltre che di tragedia greca si è occupato inoltre di medicina antica in Il medico e la malattia: la scienza di Ippocrate, opera nella quale, invece di tentare invano di identificare i veri trattati ippocratici, iscrive l’opera nel contesto della letteratura medica dell’antichità delle scuole di Cos e Cnido. Questa attenzione ai “grandi” della letteratura greca non lo ha distolto dal dedicarsi anche a questioni relativamente minori, come la tradizione manoscritta di Teofrasto, la ricostruzione del contesto della Mitilene di Alceo, l’autenticità del prologo di Sulla Caccia di Senofonte e il modo in cui lo storico ellenistico Agroeta ha trattato i miti delle Esperidi e di Prometeo. Inoltre è Di Benedetto stesso a dichiararsi lettore e interprete di testi del passato remoto ma anche di quello prossimo, e in quest’ulteriore filone di interessi si collocano le sue opere su Dante, Foscolo, Manzoni e Montale.


Scrivendo questa breve e scoordinata rievocazione del maestro mi sono resa conto con tristezza di una cosa : per la prima volta ho parlato di Di Benedetto al passato, e da oggi dovrò continuare a farlo… è incredibile, è impossibile, eppure così. Ma la nostra certezza è che un uomo e un maestro come lui, che si è occupato di cose eterne, abbia guadagnato quella sua parte di eternità che una vita dedicata agli studi gli ha meritato.

2 commenti:

  1. Un bel post per ricordare uno studioso di primo piano nell'ambito della filologia greca. Ho avuto modo di studiare i suoi scritti e le sue tesi in materia di tragedia (a Verona è, come a Padova, il genere più studiato dai grecisti) e posso concordare con te nel dire che ci ha lasciati un grande conoscitore del mondo antico.

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    1. grazie! davvero ci ha lasciati uno studioso insostituibile e, per quanto i suoi allievi ne sapranno raccogliere l'eredità, non sarà la stessa cosa

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