mercoledì 10 luglio 2013

La Effe


Di tanto in tanto anche la televisione ci riserva qualche bel regalo : l’11 maggio c’è stato il debutto di LaEffe, il nuovo canale tv di Feltrinelli e La7. Questa notizia naturalmente non poteva essere accolta che con gioia : finalmente nasce un canale alternativo, interessante, ricercato, con quel misto fra radical chic e intellettuale che non guasta mai. Soprattutto, finalmente un canale senza reality, giochi a quiz, sport, ma con diciotto ore di programmazione quotidiana piene di reportage, documentati, film d’autore, prestigiose serie tv internazionali, tratte da libri e pluripremiate dalla critica europea. Un canale nato, quindi, nato proprio per attirare alla tv quelli che (per esempio me) in genere la snobbano, e che ha tutti i numeri per riuscirci.
Già Feltrinelli, di per sé, nel panorama dell’editoria italiana si è sempre presentato come l’editore più multiforme e aperto, l’unico che vanta non solo un vastissimo parco titoli, ma di un’ottima rete di distribuzione, di un sito di vendita online e di una catena di librerie di tutto rispetto, le cui iniziative nel mondo della letteratura, della musica e dello spettacolo movimentano la vita delle città. E ora arriva anche il canale televisivo, uno dei pochi canali dichiaratamente culturali e nato con l’intento di portare la cultura sul piccolo schermo.
Questa nuova realtà televisiva, la cui  linea editoriale è curata da Gad Lerner, nasce dalla compartecipazione del Gruppo Feltrinelli e La7 in partnership con il Gruppo Espresso, che ha fornito le frequenze (LaEffe si colloca sul canale 50 del digitale, la vecchia Repubblica TV) e che è ancora responsabile dei notiziari. Questa unione di capitali è stata ovviamente anche un unione di apporti culturali e di cervelli, degli scrittori e dei personaggi del mondo e della cultura e dello spettacolo promossi da Feltrinelli e dei giornalisti e degli opinionisti del Gruppo Espresso. Il risultato è un modo nuovo di conciliare informazione, intrattenimento e televisione attraverso cinema d’autore, reportage, documentari e serie tv internazionali che offrono agli spettatori svago e insieme punti di vista originali sul passato e sull'attualità, come emerge dal palinsesto.

La Effe Film Festival
Per gli amanti del cinema ogni settimana sarà trasmessa una selezione di titoli in prima visione, film indipendenti premiati e acclamati dalla critica nei più importanti festival europei e internazionali. Fra maggioe giugno ci sono stati American Life di Sam Mendes, Melancholia di Lars Von Trier, Another Year di Mike Leigh, , Coco Chanel & Igor Stravinsky di Jan Kounen e 17 Ragazze di Delphine e Muriel Coulin, The Minister. L'esercizio dello Stato di Pierre Schoelle (Premio Cesar 2012) e Shame di Steve McQueen Cinqueperdue di François Ozon, Storie di Michael Haneke, I giochi dei grandi di John Curran e Non è ancora domani di Tizza Covi
Invece ora a luglio ci godremo Tomboy di Céline Sciamma, 7 Days In Havana, un film collettivo di sette registi, Julio Médem, Laurent Cantet, Juan Carlos Tabío, Benicio del Toro, Gaspar Noé, Pablo Trapero e Elia Suleiman, Sin Nombre di Cary Fukunaga, La Nina Santa di Lucrecia Martel, L’estate di Kirujiro di Takeshi Kitano, Gigantic di Matt Aselton, La Pivellina di Tizza Covi e Rainer Frimmel  e il meraviglioso Almanya delle giovani sorelle Yasemin e Nesrin Samdereli. A questi si accompagna una collezione di library evergreen dal miglior cinema d'autore, da Soderberg a Sean Penn, da Truffaut a Malle. Come si vede, sono tutti film per intellettuali, film “fuori dal coro”, per nulla commerciali o mainstream.

Feltrinelli Real Cinema
In questo spazio possiamo vedere film-documentari, approfondimenti e inchieste trasmessi per la prima volta in Italia che raccontano la realtà quotidiana e l’attualità in tutta la loro complessità in continua evoluzione, come Mea Maxima Culpa, Anonymous, Aiweiwei a Pussy Riot, La Musica secondo Tom JobimJiro: a Dream of sushi, About a face e In Vogue
In questa categoria rientrano anche documentari realizzati per la tv da registi o volti noti del cinema, come Witness - I Testimoni di Michael Mann e Half the Sky, un progetto sociale femminista di Eva Mendes, che racconta storie di donne e bambine vittime di abusi e violenze con interventi di George Clooney, Susan Sarandon e Hillary Clinton. A Luglio poi vedremo Bollywood, su quell'industria cinematografica unica al mondo, Cos’è una famiglia, sul tema sempre scottante delle adozioni e di famiglie allargate o con genitori dello stesso sesso.

Serie TV
Ogni domenica il canale trasmette miniserie tratte da romanzi internazionali classici e moderni, versioni raffinate, accurate e sopraffine per sceneggiatura, cast e scenografie. Abbiamo cominciato alla grande con i quattro episodi di Mildred Pierce, con Kate Winslet e Guy Pierce, prodotta da HBO e vincitrice di cinque Emmy Awards, basata sul romanzo omonimo di James M. Cain, dal quale già nel 1945 è stato tratto un film che valse l’Oscar a Joan Crawford
A Mildred Pierce è seguito Emma, l’adattamento del romanzo di Jane Austen della BBC, che inaugura un serie di appuntamenti settimanali con tutte le miniserie tratta dai romanzi della Austen : dopo Emma infatti stiamo vedendo Ragione e sentimento, sempre della BBC, al quale, dal 21 luglio, seguirà Orgoglio e Pregiudizio.

Eventi speciali
Sempre in tema di attualità si dà spazio a film-reportage che cercano di interpretare il nostro presente, come Grillo Tsunami Tour – Un comico vi seppellirà,  un viaggio extra partes  per raccontare la vertiginosa ascesa del funesto e qualunquista movimento, e ZeroZeroZero.tv, in cui Saviano introduce e racconta quattro film sul traffico di droga per inquadrare la reale entità del problema. Dall'autunno invece avremo le Palludium lectures di un altro autore della scuderia Feltri, Alessandro Barrico.

Scelti per voi
Ogni mese il canale propone un tema di attualità da approfondire con film, documentari e serie tv. A maggio il tema è “Uomini e potere”. affrontato attraverso The Minister - L’esercizio dello Stato, premiato col César 2012, e Borgen, la serie danese cult che racconta le vicende, fra politica e famiglia, della prima donna premier in Danimarca.


RED
Proprio come in tutte le librerie Feltri c’è il reparto gastronomia, con cibi e bevande del mondo, su un versante più leggero abbiamo Red - Read, Eat, Dream, un’etichetta sotto la quale possiamo vedere programmi che hanno in comune il racconto di viaggi intesi come esperienze culturali, personali e gastronomiche del mondo e insieme come ricerca di armonia e benessere,  che portano non solo a conoscere alcuni dei luoghi più belli del mondo, ma soprattutto a confrontarsi senza pregiudizi con il diverso. Il mio preferito è Racconti dalle città di mare : la reporter e fotografa Heidi ci accompagna attraverso metropoli esotiche e meravigliose, delle quali esploriamo non solo la storia, ma la vita quotidiana degli abitanti, i quartieri più eleganti e quelli più disperati, le nuove tendenze culturali e artistiche all'avanguardia e le usanze peculiari di ognuna, dalle villette fuori città di Helsinki alla fissazione per il feng-shui di Hong Kong, dagli slums di Marsiglia alle terrazze assolate di Lisbona. Interessantissimo e divertente è anche Il cuoco vagabondo, che ci fa seguire i viaggi di Fred Chesneau, chef e scrittore, che vaga per il mondo on the road, vivendo le più strane avventure con candore e curiosità, esplorando le ricette tradizionali di tutti i paesi del mondo, assaggiando intrugli improbabili e riflettendo sull'identità culinaria dei popoli.
Invece, passando da viaggi e cucina ad ambiente e benessere, abbiamo Il guru delle piante James Wong, che ci insegna le proprietà curative delle piante insieme a tante ricette interessanti e facili da realizzare di cosmetici e medicine del tutto naturali, e Una dottoressa tra gli sciamani, che racconta il viaggio di una giovane dottoressa di origini nativo americane, che viaggia nei cinque continenti alla ricerca dei rimedi naturali e tradizionali a ogni tipo di malattia. Molto interessanti sono anche 360 Geo e Chi ti credi di essere?, un programma in cui Susan Sarandon racconta la ricerca delle proprie radici da parte di attori, scrittori, politici e sportivi, in un viaggio entusiasmante nel tempo e nello spazio.

POP Culture
Naturalmente non potevano mancare spazi dedicati al mondo della musica, delle arti figurative e del teatro. Abbiamo quindi Power of Art, in cui il critico d’arte Simon Schama indaga sulla creatività e suoi legami con i lati oscuri dell’inconscio dei grandi artisti, illustrando come i più grandi capolavori della pittura siano nati dai momenti più intensi della vita di Picasso, Van Gogh, Rembrandt, Bernini, Turner, David, Caravaggio… Invece Fan Festival è un tour fra i più importanti festival musicali, culturali e culinari italiani, dal Letterature - Festival Internazionale di Roma alla Biennale Arte Venezia
Abbiamo poi Popoli in festa, il viaggio dell’esploratore Stefan Gates alla scoperta dei significati profondi e antropologici di feste popolari antichissime che affondano le loro radici nella mitologia, e Sacro e Profano, una trasmissione sui riti sacri che ancora si praticano nel mondo parallelamente alle sei grandi religioni principali. Non poteva poi mancare un magazine, Dalla A alla F, il «il nuovo alfabeto contemporaneo firmato Feltrinelli», in cui Matteo Caccia commenta la cultura contemporanea e gli stili di vita attraverso interviste e reportage. E a tutto questo si uniscono l’ironia pungente de Le interviste barbariche.

Informazione
Repubblica TV resta nei due telegiornali quotidiani, alle 13.50 e alle 19.50, con commenti e ospiti a cura di La Repubblica. Questa unione fra giornale, televisione e web, oltre che attraverso i notiziari, si realizza anche con approfondimenti televisivi basati su articoli di giornale e su una visione comune dell’informazione.

Come abbiamo visto, questa nuova tv è nata per colmare un vuoto nel panorama televisivo italiano e con lo scopo di conquistarsi un suo pubblico e un suo spazio proponendo materiale raffinato e inedito, per intenditori. Come ha dichiarato Carlo Feltrinelli, presidente del Gruppo Feltrinelli, «In uno scenario di crisi e forte accelerazione dell’evoluzione dei comportamenti di consumo non potevamo smettere di investire sul futuro, in coerenza con la nostra tradizione di innovatori e con il percorso intrapreso di diversificazione delle nostre attività […] All'interno del Gruppo sono presenti solide capacità di produrre contenuti attraverso il circuito delle Librerie, la casa editrice e la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. A oggi siamo uno dei maggiori promotori culturali del nostro Paese e da quasi sessant'anni siamo una delle principali imprese editoriali indipendenti, attiva in Italia e conosciuta in tutto il mondo. Insieme a un partner eccellente, che conosce il mercato fortemente competitivo della TV, ci siamo lanciati in un nuovo progetto che va a coprire un’esigenza di mercato che intravediamo esistente e non soddisfatta».

Dal momento che ha alle spalle colossi editoriali, da un punto di vista economico può permettersi queste scelte di nicchia e di qualità superiore alla media. Le premesse finora sono ottime e possiamo solo sperare che continui per questa strada!

sabato 29 giugno 2013

Auf der anderen Seite

 „Sechs Menschen, deren Wege sich auf schicksalhafte Weise kreuzen, ohne sich zu berühren. Erst der Tod führt sie zusammen, auf einer emotionalen Reise zur Vergebung“



 Auf der anderen Seite“ ist der zweite Teil der Filmtrilogie „Liebe, Tod und Teufel“ von Fatih Akin, deren erster Teil „Gegen die Wand“ auf der Berlinale 2004 den Goldenen Bären gewann. Seine Weltpremiere hatte der Film 2007 auf dem 60. Filmfestival von Cannes, wo er als deutscher Beitrag im Wettbewerb um die Goldene Palme vertreten war und den Preis für das beste Drehbuch sowie den Sonderpreis „Prix du Jury œcuménique“ gewann. Auch in weiteren Ländern lief er erfolgreich. Nach dem Gewinn des Filmpreises Lux wurde der Film in alle 22 Amtssprachen der EU übersetzt. Der Film wurde darüber hinaus als deutscher Beitrag für die Oscarverleihung 2008 ausgewählt, kam allerdings nicht in die Endauswahl.

Der Film ist in drei Kapitel gegliedert: „Yeters Tod“, „Lottes Tod“ und „Auf der anderen Seite".
Im ersten Kapitel ist der Germanistikprofessor Nejat erstaunt, wenn er seinen Vater mit eine Prostituierten,  Yeter, nach Hause finden. Yeter hat dieses Angebot akzeptiert, weil zwei Türken sie bedrohten haben. Aber später werden Nejat und Yeter Freunde und Nejat beginnt, Respekt von ihr zu haben, wann er entdeckt, dass Yeter eine Tochter hat. Yeter erzählt ihm, dass sie das Studium von ihrer Tochter finanziert hat. Sie hat ihrer Tochter gesagt, dass sie als Verkäuferin in einem Schuhgeschäft arbeitet. Für ihre Tochter würde sie alles tun : sie wollte, dass sie ein gebildeter, kultivierter Mensch wird. Aber sie ist beunruhigt, weil sie nicht mehr weiß, wo ihre Tochter ist.

Dann schlägt Ali Yeter in einem alkoholisierten Wutanfall : sie prallt gegen eine Sofalehne und sie ist sofort tot. Die Familie von Yeter kann die Leiche in die Türkei überführen. Während Ali festgenommen und zu einer Haftstrafe verurteilt wird, fährt Nejat nach Istanbul, um Yeters Tochter, Ayten, zu suchen, weil er ihres Studium finanzieren möchtet. Er kann seinen Vater nicht verzeihen : er denkt, dass jemand, der mordet, nicht sein Vater sein kann.

In Istanbul kann er Ayten nicht finden : ihre Familie hat sie lange nicht gesehen und sie ist seit ein paar Monaten verschwunden. Sie haben keine Fotos von Ayten, so nimmt er ein Foto von Yeter. Er bleibt in Istanbul, gibt seine akademische Karriere auf und übernimmt eine deutsche Buchhandlung. Er hängt Pinnwänden mit Yeters Foto überall und auch an eine Wand von der Buchhandlung.

Im zweiten Kapitel ist die Protagonistin Ayten. Yeters Tochter ist eine Soziologiestudentin und eine Politaktivistin und gehört zu einer verbotenen politischen Gruppe. Nach einer Demonstration verliert sie ihres Handy und nimmt eine Waffe, so wird sie von der Polizei verfolgt. Sie geht auf ein Hausdach, wo sie die Waffe verstecken kann, aber die Polizei benutz die Telefonnummern in ihrem Handy, um ihre Freunde zu verhaften. So muss sie mit einem gefälschten Pass nach Deutschland entfliehen, wo sie beginnt, ohne Aufenthaltsgenehmigung und ohne Geld zu leben. Sie isst und schläft in der Universität, weil die Mensa billig ist, und wir finden, dass die ersten zwei Kapitel gleichzeitig sind : zweimal wiederholt der Regisseur eine Szene, als Ayten im Nejats Unterricht schläft.

In der Universität kennt sie Lotte, eine Studentin, lernen, und sie werden Freundinnen. Trotzdem ist Ayten eine illegale Einwanderin, Lotte bringt zu sich nach Haus. Ihre strenge Mutter, Susanne, ist nicht so zufrieden mit dieser Situation. Aber die beiden Mädchen verlieben sich und beginnen eine Affäre.
Ayten sucht in Bremen  ihre Mutter in allen Schuhgeschäften, aber natürlich kann sie sie nicht finden. Aber ihre Mutter ist sehr nahe : in einer anderen Szene sehen wir gleichzeitig Nejat und Yeter im Bus und Lotte und Ayten im Auto. Dann geraten Ayten und Lotte in eine Polizeikontrolle; Ayten versucht zu laufen, aber sie wird festgenommen. Sie kann nicht Asyl bekommen und wird sie deshalb in die Türkei abgeschoben. Im Gefängnis wartet sie auf den Prozess.

Lotte fährt nach Istanbul, wo sie Untermieterin von Nejat wird. Er weiß nicht, dass sie Yeters Tochter kennt, und sie weiß nicht, dass er  Ayten sucht.  Nejat denkt, dass es unmöglich ist, Ayten zu finden, so entfernet Yeters Foto von der Wand. Bei einem Besuch im Gefängnis bittet Ayten Lotte, um die versteckte Waffe zu nehmen, weil ein Mitglied von ihrer politischen Gruppe sie abholen wollte. Lotte findet die Waffe und steckt sie in ihre Handtasche. Aber auf der Straße wird ihre Handtasche von drei Kindern gestohlen.  Lotte rennt ihnen nach, aber ein Kind schießt auf sie und sie ist sofort tot. Ihre Leiche wird nach Deutschland überführt.
Im dritten Kapitel, fährt Susanne nach Istanbul in der Hoffnung, ihrer Tochter nach dem Tod näher zu kommen. In dem selbsten Flugzeug gibt es auch Ali : er wird aus Deutschland ausgewiesen. Ali kommt nach Trabzon, sein Geburtsort, zurück, und Susanne vermietet Lottes Zimmer und sie und Nejat werden Freunde. Sie liest Lottes Tagebuch und versteht, dass ihre Tochter ihr sehr ähnlich war. Sie besucht Ayten im Gefängnis, verzeihet ihr und beginnt, um ihr zu helfen. Sie findet einen guten Anwalt und Ayten wird freigelassen. Mit Susanne besucht Ayten die Buchhandlung, aber das Foto von ihrer Mutter ist nicht mehr an der Wand.

In der Zwischenzeit, verstehet Nejat, dass er seinen Vater liebt. Obwohl er ein Mörder war, war er kein schlechter Vater und er hat seinen Sohn gut erzogen. So passt Susanne auf die Buchhandlung auf, und Nejat fährt nach Trabzon. Dort setzt er sich ans Meer und wartet auf seinen Vater.
Zwei der Themen bieten sich durch den Filmtitel und die Kapitelüberschriften an : der Tod und „Auf der anderen Seite“. Der Tod hat in die Leben von Yeter und Ali vor langer Zeit schon eingegriffen: beide sind verwitwet und haben ihr einziges Kind allein aufgezogen, wie auch Susanne, die keines Kontakt mehr mit Lottes Vater hat. Im Film gibt es zwei Tötungen : die eine Tat geschieht in der Privatsphäre, die andere im öffentlichen Raum, aber sind sie beide nicht mit Absicht verübt werden. Im geografischen Sinne, verschlägt der Regisseur alle sechs Protagonisten auf die andere Seite“, in die Türkei oder nach Deutschland. Die beiden Särge auf dem Förderband des Istanbuler Flughafens - eine herab (Yeter) und die andere hinauf (Lotte) – sind die Metapher von dieser Situation. Die Leitmotiv von dem Film sind auch Schicksal und Zufall, der Idee der „sich kreuzenden“, aber „nicht berührenden“ Lebenslinien, so können die Protagonisten nur „auf die andere Seite“ finden, wen und was sie suchen.
Denn erzählt der Regisseur von einer Vater-Sohn und zwei Mutter-Tochter Beziehungen : eine Tochter sucht ihre Mutter ohne Erfolg in Deutschland, eine andere Mutter sucht ihre Tochter in der Türkei, aber am Ende findet Susanne eine Tochter, und finde Ayten eine Mutter. Der Film ist auch über Reue, Vergebung, Versöhnung, besonders für die beiden Männer: am Anfang verleugnet ein Sohn seinen Vater, aber am Ende wartet auf ihn und kann ihn verzeihen. Auslöser für seinen Entschluss, um seinen Vater zu besuchen, ist Susannes Frage nach dem Hintergrund des Bayram-Festes (Gottes Forderung an Abraham, seinen Sohn zu opfern) : er erinnert an kindliche Frage an den Vater, ob er ihn auch opfern würde. Sein Vater hat antwortetet dass, er sich sogar Gott zum Feind machen würde, um ihm zu beschützen.

Fatih Akin
Andere Themen von dem Film sind die Identitätsfindung zwischen zwei Kulturen, die Kämpfe für ein Ideal und das schwierige Zusammenleben mit Multikulturalität, Globalisierung und die Untersuchung von ihrer einigen Familie und ihrer Herkunft. „Auf der anderen Seite“ ist kein politischer Film. Der Regisseur kritisiert die türkische Justiz und das deutsche Asylrecht, aber nur im Hintergrund. Im Vordergrund stehen die Protagonisten und sie lernen, um die Vergebung und das Leiden zu verstehen. So ist „Auf der anderen Seite“ eine nachdenkliche Meditation über das Leben, über Liebe und Tod. 

martedì 18 giugno 2013

Tελευταία συναυλία της Εθνικής Συμφωνικής Ορχήστρας

«Se cambia la musica, cambieranno anche le istituzioni più importanti [...] La musica è una legge morale, essa da un'anima all'universo, le ali al pensiero, uno slancio all'immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose. Essa è l'essenza di tutte le cose, essa è l'essenza dell'ordine ed eleva ciò che è buono, di cui essa è la forma invisibile, ma tuttavia splendente, appassionata ed eterna» - Platone




Ancora una volta gli eventi drammatici del mondo non possono essere tenuti lontani né dalla mia mente né dal mio piccolo spazio di espressione privato. E questa volta voglio ricordare un evento emblematico nella sua tristezza, il simbolo di quello che stiamo vivendo : il concerto di addio dell’ Orchestra Sinfonica Nazionale Greca e il Coro di Ert, la televisione pubblica del Paese appena chiusa. Dopo settantacinque anni di storia e di musica, le lacrime e poi il silenzio. L’ultimo concerto si è svolto venerdì sera al Radiomegaro di Agia Paraskevi, la sede dell’ex tv di Stato davanti alla quale si è radunata una folla impressionante per rendere omaggio ai musicisti e alla Grecia stessa, un paese umiliato e in ginocchio.  Un’orchestra che, come entità, è il simbolo di tutto un mondo fatto di cultura e di valori che viene distrutto, e che, come insieme di persone, rappresenta la fine di un gruppo di artisti che alla musica aveva dedicato la propria vita, anni e anni di studio fin dall’infanzia, anni di successi e di sconfitte, di dolori e di emozioni coronati dalla gioia di poter dire a se stessi e alle famiglie che li avevano appoggiati e sostenuti “Ce l’ho fatta! Sono entrato”, per poi finire così, da un giorno all'altro  nella miseria, nella disillusione e nella disperazione del sentirsi dire da un’autorità arbitraria “Quello che hai fatto, quello in cui hai creduto, è stato tutto inutile”. E così l’orchestra sinfonica nazionale viene chiusa da un freddo comunicato governativo, viene chiusa per risparmiare, viene buttata via come un giocattolo rotto. Non c’è più lavoro, non c’è più musica. 

Questo non è il luogo per commentare lo scandalo della chiusura di un’emittente televisiva pubblica, evento che ci trasporta in un universo parallelo orwelliano, e certo nel mondo ci sono drammi e violenze peggiori, ma anche questa è una violenza, sebbene di natura diversa, una violenza che, insieme alla musica, toglie agli esseri umani la voce, i sogni, il cuore, il passato, la speranza. Anche Nietzsche diceva che «la musica non è un’arte, ma una categoria dello spirito umano». Le immagini parlano da sole : è impossibile restare indifferenti di fronte alla violinista bionda che, in una pausa, accarezza il suo strumento, ai musicisti e i coristi in lacrime, che cercano di farsi coraggio e continuano a suonare con fierezza e commozione l’inno nazionale quasi fosse un requiem. 
E guardando queste immagini non si può non avvertire nella parte più profonda di noi stessi, nella nostra memoria storica, emotiva e collettiva, un senso inesprimibile di sacrilegio e di profanazione, di offesa e di insulto imperdonabile ai nostri dei, la distruzione dell’Olimpo, l’ineluttabile  Götterdämmerung che precede il caos e la distruzione. Per quanto ne sappiamo, la musica come arte e teoria è nata in Grecia, come le altre arti, la filosofia, la democrazia… e dopo questo colpo mortale inferto a una delle Muse nella sua terra d’origine, ci si chiede che ne sarà delle altre e si avverte un senso di allarme atavico e inconscio, l’incombenza di un pericolo antichissimo e ancora attuale: hanno colpito la Grecia, Apollo, le Muse, la madrepatria, quella che ci ha creato, che ci ha dato le parole, il pensiero e l’anima, i Persiani sono di nuovo sull'Acropoli  la peste si è abbattuta di nuovo su Atene, i barbari dilagano, il Partenone è stato distrutto, la scuola Neoplatonica di Atene è stata chiusa dall’Imperatore… e il dolore e l’inquietudine che sentiamo e da cui non riusciamo a liberarci vanno oltre il fatto in sé : il nostro istinto, l’istinto dell’animale spaventato, sa bene che questo, ora come allora, è il segno che la fine del mondo come lo conosciamo ci avvicina, il segno della fine di un’epoca dopo la quale cambierà tutto. 

Ma la Grecia è già finita una volta e, proprio da quel mondo magico che oggi vive solo nei reperti e nei testi che ci ha regalato, attraverso i millenni ci giunge dal II secolo a.C. un segnale di consolazione : l’Epitaffio di Sicilo, poche note e poche parole incise su una tomba e importanti come poche altre parole e poche altre note al mondo, in quanto unico brano musicale sopravvissuto del repertorio musicale della Grecia antica :
Ὅσον ζῇς, φαίνοὺ·
μηδὲν ὅλως σὺ λυποὺ· πρὸς ὀλίγον ἐστὶ τὸ ζῆν. τὸ τέλος ὁ χρόνος ἀπαιτεῖ. 
«Finché vivi, splendi, non affliggerti per nulla: la vita è breve e il Tempo esige il suo tributo»      
 Questa è l’antica saggezza che ha animato i musicisti greci nel loro ultimo concerto, ed è questo messaggio di vita posto migliaia di anni fa su una tomba a dover guidare tutti noi nei millenni futuri.
                                                                                          

giovedì 6 giugno 2013

Memories of a public square - Orhan Pamuk



PREMESSA : questo blog non si occupa né si occuperà mai di politica, né internazionale né, peggio, nazionale. Da un lato non penso che sia questo il luogo per sbandierare le mie opinioni, dall'altro spero che siano indirettamente evidenti attraverso tutto  quello che scrivo. Ma in questi giorni sento che sarebbe veramente superficiale e irresponsabile non approfittare di un qualsiasi, minimo spazio pubblico per fare almeno un minimo accenno a quello che sta succedendo in Turchia. Perciò, dal momento che questo è un blog letterario, lascio la parola al più grande scrittore turco contemporaneo, Orhan Pamuk, premio Nobel 2006, che in romanzi come Istanbul, Il museo dell’innocenza e La casa del silenzio ci ha offerto un immagine insieme realistica e fiabesca della Turchia. 

In order to make sense of the protests Taksim Square, in Istanbul, this week, and to understand those brave people who are out on the street, fighting against the police and choking on tear gas, I’d like to share a personal story. In my memoir, “Istanbul,” I wrote about how my whole family used to live in the flats that made up the Pamuk apartment block, in Nişantaşı. In front of this building stood a fifty-year-old chestnut tree, which is thankfully still there. In 1957, the municipality decided to cut the tree down in order to widen the street. The presumptuous bureaucrats and authoritarian governors ignored the neighborhood’s opposition. When the time came for the tree to be cut down, our family spent the whole day and night out on the street, taking turns guarding it. In this way, we not only protected our tree but also created a shared memory, which the whole family still looks back on with pleasure, and which binds us all together.
Today, Taksim Square is Istanbul’s chestnut tree. I’ve been living in Istanbul for sixty years, and I cannot imagine that there is a single inhabitant of this city who does not have at least one memory connected to Taksim Square. In the nineteen-thirties, the old artillery barracks, which the government now wants to convert into a shopping mall, contained a small football stadium that hosted official matches. The famous club Taksim Gazino, which was the center of Istanbul night life in the nineteen-forties and fifties, stood on a corner of Gezi Park. Later, buildings were demolished, trees were cut down, new trees were planted, and a row of shops and Istanbul’s most famous art gallery were set up along one side of the park. In the nineteen-sixties, I used to dream of becoming a painter and displaying my work at this gallery. In the seventies, the square was home to enthusiastic celebrations of Labor Day, led by leftist trade unions and N.G.O.s; for a time, I took part in these gatherings. (In 1977, forty-two people were killed in an outburst of provoked violence and the chaos that followed.) In my youth, I watched with curiosity and pleasure as all manner of political parties—right wing and left wing, nationalists, conservatives, socialists, and social democrats—held rallies in Taksim.
This year, the government banned Labor Day celebrations in the square. As for the barracks, everyone in Istanbul knew that they were going to end up as a shopping mall in the only green space left in the city center. Making such significant changes to a square and a park that cradle the memories of millions without consulting the people of Istanbul first was a grave mistake by the Erdoğan Administration. This insensitive attitude clearly reflects the government’s drift toward authoritarianism. (Turkey’s human-rights record is now worse than it has been in a decade.) But it fills me with hope and confidence to see that the people of Istanbul will not relinquish their right to hold political demonstrations in Taksim Square—or relinquish their memories—without a fight.
 Translated by Ekin Oklap.

venerdì 31 maggio 2013

Bella ciao

«Quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre…»



Oggi l’Italia saluta Franca Rame, una donna eccezionale e anticonformista, donna «di lotta e di teatro», una figura unica non solo nel panorama teatrale e culturale, ma anche nell'impegno politico e civile, un’attrice e una femminista straordinaria, simbolo dell’emancipazione femminile e della battaglia per i diritti della donne, ma anche una moglie innamorata e una madre affettuosa, un esempio di dignità, di coraggio e di fierezza, che ha saputo sublimare la lotta per gli ideali in cui credeva e le prove e le umiliazioni più tragiche in una vita dedicata alla passione, al teatro, all'amore e all'arte, un’intellettuale di tutto rispetto, ma anche una donna elegante, vistosa e affascinante. Il suo personaggio, la sua figura di attrice e di attivista politica, ha in parte segnato il panorama culturale e politico del dopoguerra italiano e, purtroppo, anche la cronaca, a causa del prezzo drammatico e altissimo pagato da una donna bellissima, intelligente e coraggiosa come lei per il suo impegno e la sua notorietà. 

Milano e l’Italia in questi giorni le hanno reso omaggio al Piccolo Teatro, proprio dove iniziò il suo cammino artistico con Dario Fo, davanti al quale sono state affisse le locandine dei loro spettacoli andati in scena allo Strehler, dove oggi si è tenuta una cerimonia laica alla quale hanno preso parte centinaia e centinaia di persone, personalità della politica e della cultura, rappresentanti del mondo dello spettacolo ma anche gente comune, soprattutto donne. Franca aveva scritto che al suo funerale avrebbe voluto tante donne vestite di rosso e Bella ciao come musica e il suo desiderio è stato accontentato in una cerimonia commovente e toccante. Dario Fo, il figlio Jacopo e la nipote hanno ricevuto le condoglianze con una sciarpa rossa, come era rosso lo scialle posto sulla bara, e hanno ricordata Franca con discorsi che rendevano giustizia alla sua vita eccezionale. Così l’ha salutata il marito : «C'è una regola antica nel teatro: quando è concluso non c'è bisogno che tu dica altra parola, saluta e pensa che quella gente se tu l'hai accontentata nei sentimenti e nel pensiero ti sarà riconoscente: ciao». Il figlio Jacopo invece ha detto parole molto vere, che riassumono la vita di sua madre dando una lezione a chi ha fomentato le polemiche dei giorni scorsi : « Mia madre mi diceva: Dio c'è, ed è comunista ed è anche femmina. Questo mondo lo cambieremo […] Qualcuno ha parlato della bellezza di mia madre. Mia madre rompeva i coglioni, ed era intollerabile per qualcuno che una donna bella dicesse no». Dolci, nei giorni scorsi, sono state anche le parole di Dario Fo all’osservazione che di donne come Franca ce ne vorrebbero tante : «A me ne basterebbe una». «Non è vero che essere in tanti a soffrire è un conforto» ha aggiunto.

Nata a Parabiago nel 1929, Franca Rame comincia la sua carriera teatrale partecipando da neonata agli spettacoli teatrali delle famiglia, una dinastia di attori itineranti. È Franca stessa a parlarci della sua vita su Il fatto quotidiano : «Sono nata in una famiglia con antiche tradizioni teatrali, maggiormente legate al teatro dei burattini e delle marionette. Ho debuttato nel mondo dello spettacolo appena nata e nel 1950, assieme ad una delle sorelle, ho lavorato nella rivista con Marcello Marchesi. Nel 1954 ho sposato Dario Fo, con cui quattro anni dopo, ho fondato la Compagnia Dario Fo-Franca Rame. Nel 1968, sempre al fianco di Dario, ho abbracciato l’utopia sessantottina fondando il collettivo ‘Nuova scena’ dal quale, dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso, mi sono separata per divergenze politico-ideologiche insieme a Dario: ciò porterà alla nascita di un altro gruppo di lavoro, detto ‘La comune’, con cui ho interpretato spettacoli di satira e di controinformazione politica anche molto feroci. Sempre con Dario ho sostenuto l’organizzazione ‘Soccorso rosso militante’. A partire dalla fine degli anni ’70, ho partecipato al movimento femminista e ho iniziato a interpretare testi di mia composizione. Nel 1971 ho sottoscritto l’appello pubblicato sul settimanale L’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi. Nel marzo del 1973, sono stata rapita da esponenti dell’estrema destra e ho subito ogni tipo di violenza. Il reato contestato ai miei aguzzini è andato in prescrizione».
 Emergono le tappe principali della sua esistenza, a cominciare dall’incontro e dal matrimonio con Dario Fo, unione non solo privata, ma anche artistica, politica e intellettuale che li ha resi protagonisti di molte pagine della storia italiana. Insieme, infatti, si impegnano nel clima politico del ’68 e fondarono il collettivo Nuova Scena e poi, con una scelta ancora più radicale, La Comune, dando un’impronta innovativa al panorama culturale italiano con i loro spettacoli di satira e di controinformazione, come Morte accidentale di un anarchico, acclamati dalla critica e dal pubblico intellettuale ma oggetto di critiche e polemiche. Attraverso il contatto con il movimento femminista, nel quale Franca Rame milita a partire dagli anni ’70, si emancipa inoltre dalla personalità del marito e comincia a scrivere e rappresentare da sola i suoi testi, incentrati soprattutto sul ruolo della donna, come Parliamo di donne, L'eroina e La donna grassa. Con il marito comunque non smise di prendere parte a polemiche e battaglie civili, sostenendo l'organizzazione Soccorso Rosso Militante nelle carceri ed esponendosi sul caso Pinelli sottoscrivendo la lettera aperta a L'Espresso. E questo impegno lo pagò carissimo. Il 9 marzo del 1973 fu sequestrata da cinque neofascisti, fatta salire a forza su un camioncino e violentata e seviziata per ore. Questo spregevole atto di vendetta, farla pagare alla compagna di Dario Fo, fu stato pianificato negli ambienti di estrema destra, ispirato ed eseguito, secondo la testimonianza di alcuni neofascisti, da alcuni ufficiali dei carabinieri e derivante da «una volontà molto superiore», tanto che l’allora presidente della Repubblica, Scalfaro, presentò pubbliche scuse.
Nessuno dei colpevoli è stato condannato, perché il reato, immediatamente e coraggiosamente denunciato, attraverso indagini sempre sviate e ritardate, è caduto in prescrizione. «Evidentemente», spiegò Franca Rame in seguito «cercavano di convincermi a non fare più della mia professione, il teatro, uno scenario per parlare di politica». Ma questo tentativo crudele fallì, perché già due anni dopo Franca Rame fu in grado di affrontare ed esorcizzare il dolore di quella terribile esperienza scrivendo e recitando il monologo Lo stupro, nel quale ha avuto il coraggio di mettere in scena se stessa e la sua umiliazione, anche se rivelò solo nell’87 che era il racconto, crudo e realistico, della sua tragedia personale.  Il suo scopo era difendere le donne che avevano subito la sua stessa violenza e denunciare il loro dramma : come vediamo, nonostante il tentativo intimidatorio, non riuscirono a farla desistere dal suo impegno artistico, civile e umano. Dalla sua tragedia personale passò a rappresentare la tragedia di tutte le donne, raccontando non solo il dramma della violenza in sé, ma anche le umiliazioni che le donne sono costrette a subire perfino nel momento della denuncia.  Nel suo sito non mancava mai di intervenire a proposito degli stupri balzati agli onori della cronaca perché, scriveva, «solo un secolo fa lo stupro veniva quasi censurato e la pena giudiziaria per chi faceva violenza alle femmine era quasi aleatoria». Franca Rame fu infatti la prima a parlare in teatro di argomenti spinosi e complessi come la percezione in bilico fra sacro e profano della donne, della parità fra sessi e della sessualità femminile. È proprio per questo che lei, attraverso la sua maschera di attrice, ha messo in scena il suo dramma, ritenendo che il teatro, attraverso la visione scenica, dovesse mettere in scena anche realtà scabrose e dolorose.
 Questa è sempre stata la concezione del teatro sua e di Dario Fo, che consideravano la scena teatrale, con tutti i suoi risvolti di partecipazione emotiva e collettiva, come mezzo comunicativo e luogo privilegiato per esercitare un impegno pubblico e personale, come strumento di lotta e di denuncia e come espressione viva e in continua evoluzione delle loro idee. Il loro modo di fare teatro era proprio questo : creare un canale di comunicazione fra il palcoscenico e la realtà, da un mettendo in scena apertamente il reale in tutti i suoi orrori, e dall'altro creando magia e poesia nel mondo. Il suo, come ha commentato Dacia Maraini, era un teatro «comico ma allo stesso tempo critico nei confronti della società».
Lei e Dario Fo sono rimasti insieme per quasi sessant'anni  un amore durato tutta la vita, una relazione lunghissima, con lati e bassi, un matrimonio che nel momento peggiore è stato salvato e rifondato dal loro sodalizio artistico e ricapitolata da Franca sul suo blog nella Lettera d'amore a Dario, il difficile rapporto con un premio Nobel marito e compagno di vita e di arte del quale Franca una volta ha detto con affetto «Dario è un po’ palloso, ma io gli voglio bene!». Contrariamente all'opinione comune, Franca Rame non è stata solo la musa ispiratrice e la fedele collaboratrice e compagna di Dario Fo, ma ha sempre rivendicato la sua autonomia artistica e creativa che, nel 1999, ha portato anche lei  ricevere la laurea honoris causa da parte dell'Università di Wolverhampton.

Delle sue opere più recenti non si può non menzionare Tutta casa, letto e chiesa, una serie di monologhi in cui mette in scena figure di donna diverse, complesse e originali, contemporanee, come la “mamma fricchettona”, o tratte dal immaginario mitologico collettivo, come la sua straordinaria Medea. Inoltre ha pubblicato un’autobiografia, Una vita all'improvviso, scritta con Dario Fo, e loro due insieme, nel 2011 – 2012, avevano riportato sulla scena la loro opera più conosciuta, Mistero buffo.


Il suo impegno politico la portò nel 2006 a candidarsi al Senato nell’Idv, a causa dei toni di critica più radicali di questo partito. Fu eletta senatrice e fu proposta come presidente della Repubblica ma dopo due anni diede le dimissioni affermando di capire e di rispettare il Parlamento ma di non condividerne gli orientamenti governativi di un’istituzione che urtava la sua onestà e la sua concretezza. Il suo ultimo gesto politico risale al 16 gennaio scorso, quando ne Il fatto quotidiano chiese ai dirigenti del PD di dichiarare ineleggibili gli impresentabili, gli indagati e i portatori di conflitti di interesse. Inoltre per tutta la vita si è dedicata a sensibilizzare l’opinione pubblica verso i reati contro le donne, argomento quanto mai di attualità in un periodo come il nostro, in cui il femminicidio è ormai diventato una tragedia sempre presente.


Come donna a come personaggio pubblico, insieme al marito ha rappresentato un’epoca unica, simbolo di una generazione che ora non esiste più, quella generazione cresciuta fra lotte politiche e proteste, gli anni duri della contestazione, della militanza attiva sempre in prima linea, nella consapevolezza di poter tramutare i propri ideali e il proprio impegno personale in un impegno collettivo e concreto e di poter considerare la politica come un modo di realizzare se stessi. La sua vita è stata un’ avventura straordinaria, umana e artistica, una sfida continua, e la  sua integrità, la sua forza, il suo coraggio e la sua coerenza devono restare un esempio per ogni donna.

martedì 28 maggio 2013

Pianoterra - Erri De Luca

«Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine»


Tutti sanno che non leggo romanzi italiani. Lo faccio solo quando ci sono costretta e solo per farli a pezz… stroncarli! Ma naturalmente faccio eccezione per le regioni del Sud, ogni abitante delle quali è dotato di quella fantasia, di quell'immaginazione  di quell'originalità e di quell'approccio magico e creativo all'esistenza che alla letteratura italiana ufficiale, sia classica che contemporanea, manca. E parlando di letteratura contemporanea del Sud non posso non partire dal mio concittadino, Erri De Luca, la cui prosa poetica e la cui visione insieme realistica e fiabesca del mondo rendono i suoi libri una lettura profonda e semplice. 

Questo libretto in un centinaio di pagine cela un preziosissimo tesoro di stile - la lingua di De Luca è musica, una sinfonia la cui armonia non annulla però tensione intellettuale e che ne sottolinea invece con grazie ironia e arguzia- e di immensa profondità e amarezza di contenuti. Un libro che parla alla parte migliore di noi, che consola ma che nello stesso tempo ci fa sentire soli e alla fine che ci fa sorridere con dolcezza e rimpianto.

Il libro è composto da 27 brani - che i ricordi e i racconti personali non permettono di definire saggi - dagli argomenti vari, mostrati da un punto di vista che si colloca “al pianoterra “. Il titolo è infatti così spiegato dall'autore : “Pianoterra è il mio punto di vista sul mondo, uno fra gli altri che non chiede permesso per vedere più da vicino e che non può sollevarsi più in alto della punta delle proprie scarpe. È una mezza enciclica rivolta a una stanza di amici che mi ospitano tra loro come un nonno randagio”.

Nella sua “sbirciata non panoramica del mondo” l’autore affronta temi drammatici e scottanti. Commoventi e sentiti a i capitoli sulla guerra in Bosnia, quando Belgrado viene bombardata dalla Nato, guerra da lui vissuta in prima persona, perché vi si reca come conducente di convogli umanitari destinati alla popolazione bosniaca, cioè come fa chi davvero è interessato alla sorte di un’altra nazione, non come i soldati, che sono solo fanatici assassini. E a Belgrado scriveva nella città distrutta durante le notti di bombardamenti , senza falsi pietismi ma con interesse e affetto per una popolazione tanto provata dalla miseria e dalla rabbia. Toccanti anche i capitoli sulle condizioni tragiche degli immigrati, dei quali diventiamo “persecutori e carcerieri”, senza renderci conto che vengono da luoghi in cui hanno visto cose che la nostra mente non può nemmeno concepire, che non riusciamo ad accogliere e a proteggere e ai quali non vogliamo e non siamo in grado di donare nemmeno la nostra lingua.

Sono affrontati anche i problemi del Meridione, gli anni della lotta politica, gli esperimenti sugli animali, la Guerra Fredda... Questi capitoli trovano il filo conduttore nella critica a chi ha scelto di accontentarsi della versione ufficiale dei fatti, a chi si consola nelle confortanti certezze del mondo e nell'indifferenza a tutto ciò che increspa problematicamente questa artificiosa superficie di calma, a chi si nasconde nell'ipocrisia della falsa pietà. Una delle riflessioni più toccanti è infatti proprio sul concetto di pietà : “Mi capita regolarmente di essere spietato. Tutte le volte che vengo esortato da un imbonitore di pietà : il bambino malato, servito caldo di dolore nell'ora di massimo ascolto, la voce sobria ma accorata che guarnisce l’immagine : dietro fa capolino il compiaciuto cuoco del programma che fa della pietà una pietanza. All'intimazione di commuovermi oppongo un rifiuto intrattabile […] Non si può persuadere qualcuno a provare una pietà […] Pietà è un gesto accidentale non una virtù permanente. Ha bisogno di occasione e di prossimità : posso provarla per una bestia o per una creatura umana purché cada sotto i miei sensi poco vigili, nel mio minimo raggio. Riesco ad aver pietà solo per il prossimo, che non è la larga umanità remota che si intende oggi con questo termine, ma il suo contrario, il superlativo della parola “vicino”, il vicinissimo, l’estraneo che inciampa un passo avanti a me. Tentare un gesto di simpatia di soccorso diventa allora urgente e mi sento responsabile di colpa se non agisco da pronto. Pietà è rispondere presto a un affanno, è velocità di riflessi del cuore. La poca pietà che conosco sente e vede bene da vicino, male da lontano”.

La generica pietà della società non è invece altro che un voler chiudere gli occhi davanti alla realtà del mondo e dell’Italia moderna, retrograda e imbarazzante nella sua superficialità e ignoranza e ingiustizia, nei suoi triti luoghi comuni che altro non sono che espressione di una crudeltà che è figli di chiusura e indifferenza, un paese che è solo una tragicomica farsa in cui i politici sono marionette – “tutti vogliono compiacere il pubblico, riscuotere l’applauso. È la democrazia allo stato sonoro : il popolo siede in platea, valuta, soppesa chi sia colui che dice meglio la sua battuta chiave : “La gente è stufa, la gente non ne può più!”. La marionetta sbatte la sua spada di latta sullo scudo e in platea risuona il battimano, parente dei barattoli vuoti” – e gli uomini alberi sottoposti a una giustizia indegna di questo nome: “vanno presi a verso, secondo fibra, allora non si torcono, spaccano, ma durano e sono buoni alluso  Se no, vanno bene per il fuoco. Le opere di giustizia, di magistratura, sono tagli. Spezzano la vita di un albero uomo […] Non vanno in verso di vena, non ne vogliono cavare un senso e un uso, vogliono tagliare e tagliano […] Non è distributiva la giustizia, è invece sorteggiata male, sempre nel fondovalle, dove è più facile il taglio”. Perfino “il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L'inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Più pratico è riportarlo in terra, dentro l'esistenza”.

Particolarmente toccanti sono i capitoli dedicati a Napoli, dichiarata dall’Onu patrimonio mondiale dell’umanità, capitoli che descrivono l’anima e l’incomprensibile, l’inspiegabile orgoglio di una città che lotta ogni giorno per conservare la propria dignità, una città in apparenza aperta e allegra, ma nel suo intimo chiusa, segreta, presa dal suo rapporto privilegiato con la morte, che apre a pochi il proprio cuore e che oppone al mondo secoli di regale, disperata indifferenza e di mortale orgoglio : “Non sarà il tiepido onore dell’Onu a farcela entrare”. Patrimonio lo si è già oppure non ci sono proclamazioni che tengano, perché “l’umanità non si lascia affibbiare patrimoni non strettamente necessari, non è avida ma scialacquatrice e ha volentieri mandato alla malora intere civiltà, popoli, religioni, lingue e loro capitali, borghi, sobborghi e agglomerati affini […]Sono nato in quel posto: i monumenti sporchi, gli intonaci screpolati dei palazzi antichi, la piena di spazzatura che straripava raggiungendo qualche volta i primi piani: questo non ha indebolito nei cittadini la coscienza di essere in un posto miracoloso del mondo […] Una città che è lì da migliaia di anni, scrollata dai terremoti, fertilizzata dalle ceneri delle eruzioni, fondata dalle più alte civiltà del Mediterraneo, capitale di regni, dovrebbe lusingarsi della doverosa improvvisazione di riconoscimento da una specie di WWF delle Nazioni Unite? È vero il contrario : Napoli non ha ancora riconosciuto l’Onu e non si lascia mettere in bocca delle caramelle dagli sconosciuti”. 

È invece con aperta amarezza che De Luca ricorda gli anni della lotta politica, quella “generazione che aveva imparato a battersi nella pubblica via”, quei giovani che consideravano una questione personale quello che accadeva nel mondo, l’Irlanda, il Cile e l’America Latina, il Vietnam, il Sudafrica… Anni sprecati, inutili, buttati, sangue di studenti e operai versato per niente, lotte che in qualunque altro paese avrebbero portato alla democrazia e che invece qui si sono conclusi nella più bieca delle dittature, in un incubo orwelliano. Quelle pagine avrei potuto averle scritte io tanto ne sono stata toccata. È per questo che personalmente, a parte gli autori napoletani, mi tengo lontana dalla storia e dalla letteratura italiana : so già come finiscono, è inutile interessarsene perché non hanno avuto nessun effetto positivo o vagamente interessante. Ed è anche per questo, non per una sorta di vuoto e sterile patriottismo, che mi sento vicina agli autori napoletani, alla folle città, “vecchia regina esilarante e spaventosa”, leopardiana “madre è di parto e di voler matrigna” che nelle sue particolarità, nella sua vita che altro non è che “ragionevole attesa di un’Apocalisse”, attraverso la sua crudeltà e la sua generosità, nei suoi inferni e nei suoi paradisi, ci ha fatto “avere un conto aperto con la sopravvivenza […] parte dell’educazione sentimentale di ogni nuova cucciolata della nostra specie”.

I giovani moderni tipici invece per lo più : “sono versati nel presente, infastiditi dal passato come dei nuovi ricchi che vogliono nascondere una povertà d’origine […] Nuotano in superficie e a vista della costa, indifferenti ai fondali, all'abisso che regge in controspinta la loro leggerezza. Seguono gli oroscopi e la meteorologia. A volte pensano che viaggiano meglio di me, altre volte penso che vanno come plancton in bocca alla balena”. Anche quelli che si spacciano per colti e impegnati a loro volta si limitano a “concentrarsi sul deterioramento dell'ambiente, sui grafici di contaminazione delle acque e della ionosfera, ma molti accidenti con diverse scadenze di collasso non fanno una catastrofe. Quando si lamentano di una certa mancanza di prospettive, sento che manca loro soprattutto la rispettabile aspettativa, degna della persona umana, di esser cancellata in blocco dalla faccia della terra”.

Un altro capitolo meraviglioso è quello intitolato Appigli, che parla di scalare una montagna in “solitaria integrale” come metafora dell’affrontare la vita : “La vetta non è lo scopo, solo un termine. Si guarda appena il giro d’orizzonte, poi via di nuovo nelle discese, a volte difficili quanto le salite. A sera si pensa agli appigli, agli strapiombi superati, non al panorama. Si scala solo per il desiderio di percorrere una linea verticale […] c’è un punto di non ritorno, lo si può sentire dopo averlo varcato. D’improvviso la libertà : slegamenti di nervi, briglia e morso caduto, non ero più legato alla partenza né promesso a un arrivo […] Sapevo di me che ero vivo, agile, attento. Quando la vista dell’ultimo passaggio comparve in alto con evidenza ebbi una scossa, un brivido di paura. L’arrivo incombeva e mi legava di nuovo a un termine, come la partenza. Lo capii e non potei farci niente, dovevo tenermi quella tensione […] Provai a fermarmi, riconciliarmi con il vuoto della parete, ma i piedi sui piccoli appoggi s’indolenzirono. Ripartii con furia e gli ultimi passaggi furono solo strappi e gesti bruschi, violenti […] Ora so che la partenza e l’arrivo sono due pretesti e un solo ingombro. Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine”. La scalata solitaria, l’impossibilità di fermarsi, il desiderio di sfidarsi, di andare sempre più in alto, di non fermarsi ma portare le proprie forze allo stremo, sfinirsi di sfida e libertà, alla luce degli altri capitoli diventano metafora di un programma di vita umana e intellettuale, del desiderio di non lasciarsi vivere passivamente, di non lasciarsi andare alle comode lusinghe di un’esistenza vita facile, benché insulsa e vuota, ma di mantenere il coraggio delle proprie scelte, nonostante la durezza del compito che ci si è preposti - vivere, non di limitarsi a respirare - la lucidità del proprio impegno, la coerenza e l’onesta, la capacità di non accontentarsi delle illusioni in cui si cullano gli altri, la continua, dolorosa ricerca della verità di chi coscientemente sceglie di cercare soffrendo, di chi si vota all’inquietudine, al rifiuto delle verità precostituite, delle false certezze, delle panacee delle vita, in una continua sfida con il mondo e con se stessi, sfida che è libertà, ma anche solitudine.