sabato 16 marzo 2013

Madre del riso - Rani Manicka


«La vedo. I fiori spuntano sotto i suoi piedi, ma non è morta. Gli anni non hanno indebolito la Madre del Riso. È forte e magica. Smetti di disperarti e chiamala, e vedrai, lei verrà portando un arcobaleno di sogni»




Questo libro è così straordinario e mi ha dato così tanto che non so quale delle sue molteplici e affascinanti caratteristiche cominciare a lodare per recensirlo. È una storia potente, un racconto evocativo e intessuto di realismo magico, di folklore e di un intricato simbolismo, in cui le passioni umane, l’amore, la guerra, le tragedie, la famiglia, si stagliano su uno sfondo pieno di magia, di fascino e di mistero, un arazzo variopinto di cultura e tradizioni, di innocenza e modernità, di crudeltà e tenerezza e di tutti i sentimenti universali nella storia di tutte le famiglie in ogni parte del mondo. 

Risalta inoltre il modo in cui il romanzo è scritto, una prosa poetica ricca come una musica, tanto raffinata e evocativa che alcuni passaggi fanno rabbrividire per la loro bellezza, e tanto coinvolgente che una volta cominciato a leggere, già dopo l’introduzione sui raccoglitori di nidi che ascoltano il canto degli alberi di bambù, si capisce che non ci si potrà interrompere fino alla fine. Lussureggiante e misterioso come la Malesia in cui è ambientato, dai contorni quasi fiabeschi, questo è un libro in grado di rapire con la sua epica ed evocativa bellezza e per il senso magico della vita che lo pervade. 

Questo romanzo è innanzitutto una saga familiare affascinante e coinvolgente come poche, al livello de La casa degli Spiriti, romanzo con il quale il paragone è immediato. E delle saghe familiari ha quel senso di rassicurante nostalgia che si prova leggendo la storia dell’alternarsi delle generazioni, dello svolgersi della storia di una famiglia che va da un passato di innocenza, «un'epoca in cui gli spiriti abitavano sulla terra proprio come gli esseri umani, prima che il bagliore dell'elettricità e il ruggito della civiltà li facessero fuggire spaventati nel cuore segreto delle foreste», fino al nostro presente, tramutandosi in una riflessione dolce-amara sulle ferite psicologiche e emotive che richiedono generazioni per guarire e su come ognuno è indissolubilmente legato al proprio passato da legami spesso dolorosi, ma ancora più spesso protettivi. Inoltre ogni capitolo è narrato dal punto di vista di un personaggio diverso, in modo che degli stessi eventi conosciamo versioni diverse e quasi sempre discordanti. 

Ma ciò che aumenta il fascino della storia di questa famiglia è la sua ambientazione in una Malesia misteriosa e incantata, con le sue giungle lussureggianti, la sua coloratissima vegetazione, i suoi suoni, i suoi odori, le sue tradizioni millenarie, quel rapporto con la natura e con le divinità, con il lato magico della realtà, che è solo asiatico… un mondo così diverso e descritto in modo così intriso di magia e di nostalgia che il lettore ne resta rapito, quasi ipnotizzato, attento a non farsi sfuggire nemmeno un dettaglio di un universo tanto ricco e esotico. 

L’inizio ci immerge in un’atmosfera incantata e quasi fiabesca, raccontandoci l’infanzia spensierata della viziata Lakshmi in una Ceylon magica e incontaminata, in un tempo innocente in cui ci si spostava in bicicletta fra le palme da cocco e in cui gli dei ancora facevano parte della vita degli uomini. Dopo aver sposato con l’inganno un uomo povero e inetto, ma remissivo e affettuoso, comincia la sfida che porta Lakshmi, a trasformarsi da viziata quattordicenne a potente e energica matriarca. Nei primi cinque anni di matrimonio, dopo i suoi primogeniti e amatissimi gemelli Mohini e Lakshmnan, partorisce altri quattro figli e intanto riesce a pagare i debiti del marito e a creare per la sua famiglia una vita agiata e sicura. Da ragazzina inesperta diventa quindi la Madre del Riso a cui allude il titolo, l’incarnazione di Bali della Dea Madre di tutte le religioni preistoriche. I primi capitoli sono meravigliose e poetiche descrizioni di un mondo scomparso, la piccola comunità internazionale di Penang, che con i suoi distanti Europei, i mercanti arabi e gli infaticabili cinesi, si dispiega davanti agli occhi della giovane Lakshmi su un paesaggio di risaie dove gracidano le rane dopo i temporali, piantagioni di spezie e, sullo sfondo, la jungla. Seguendo Lakshmi impariamo a conoscere e ad amare la sua piccola casa di legno sulle basse palafitte e il suo particolare vicinato, tanto che arriviamo a conoscere come se fossero nostri vicini di casa il vecchio cinese ricchissimo con le sue tre mogli, Minah, la signora malese con cui Lakshmi, la famiglia dell’incantatore di serpenti, esperto di magia nera e incantesimi, e la servetta Mui Tsai, migliore amica di Lakshmi e personaggio protagonista di una sotto trama commovente e drammatica, venduta da bambina e destinata a un futuro di schiavitù. 


Bellissime sono anche le dettagliate descrizioni della vita domestica : in questo romanzo si cucina molto, ci sono descrizioni gustose di ingredienti e preparazione di piatti esotici squisiti, tanto che sembra quasi di poter assaggiare i durian dalla polpa dorata o il curry o di vedere coloratissimi mucchietti di spezie. Con la giovane Lakshmi vaghiamo per il mercato cinese, fra le bancarelle di nidi d’uccello, uova nere salate, gabbie di lucertole e serpenti, vasche di cetrioli di mare e alghe, taglieri di legno pieni di rane, fasci di erbe e radici medicinali, ci intratteniamo buoni rapporti con le vicine di casa e ci scambiamo con loro segreti, confidenze, dolci e rimedi tradizionali dei rispettivi paesi e vediamo crescere i bambini e le speranze in loro riposte. 
Questo piccolo mondo tranquillo e agiato che Lakshmi riesce a creare è però sconvolto dall'invasione e dall’occupazione giapponese, che mette a dura prova tutti i membri della famiglia : di suo marito, che da misero impiegato sottopagato diventa disoccupato, della secondogenita Anna, la figlia dolce e remissiva, che come tutte le ragazze è costretta a fingersi maschio per sfuggire ai soldati, del misterioso Sevenese in grado di predire il futuro, del povero Jeyan disprezzato da tutti e della piccola Lalita, trascurata e resa insignificante, e soprattutto dei gemelli, la generosa Mohini dalla sovrannaturale bellezza, un personaggio dalla drammaticità indimenticabile, e Lakshmnan, che, da amatissimo primogenito, dopo la guerra si rivela per ciò che un chiromante aveva predetto a Lakshmi, un suo nemico proveniente dalle vite precedenti. La morte di Mohini, simbolo della bontà e della speranza, distrugge il piccolo universo della famiglia, facendo emergere il peggio di tutti i sopravvissuti, che non si riprenderanno mai più dal senso di colpa. 

La descrizione dell’occupazione giapponese, del terrore e delle crudeltà disumane che contraddistinsero quei tre anni, è comunque una delle parti più interessanti, perché ci fa vedere cosa succedeva dall'altra parte del mondo in anni così importanti per la nostra storia, ci mostra le vittime dell’Asse dall'altro lato del mondo e del conflitto : anche qui coprifuoco, mercato nero, l’indottrinamento del nemico e privazioni quotidiane acuite da una crudeltà raffinata prettamente asiatica. È anche interessante vedere come i Giapponesi, oggi universalmente considerati un popolo pacifico e tranquillo, si siamo in passato distinti per stragi e violenze. 

Nella seconda parte, che corrisponde alla seconda generazione, vediamo i ragazzi, che vivevano spensierati nel mondo di prima della guerra, a confronto con l’incalzante modernità e con i loro stessi matrimoni. Compaiono quindi nuovi personaggi : Ratha,che viene fatta sposare a Jeyan con l'inganno, e Rani, la moglie di Lakshmnan, la vera antagonista della storia, l’unico personaggio veramente negativo. Anche se dà il colpo di grazia a quello che restava della famiglia, Rani è un personaggio affascinante nel suo squallore, nella sua grettezza e nel suo meschino egoismo. 

Nella terza generazione entrano in scena Dimple, una nuova, rinata Mohini, e per questo la nipote preferita della famiglia, il suo misterioso, tenebroso e tormentato marito Luke e Nisha, l’ultima discendente e quella che, proseguendo l’opera della madre, raccoglie l’eredità spirituale della famiglia scrivendone la storia e riappropriandosi così della sua vita, del suo passato e del suo futuro. 

Anche se la storia è ambientata in un mondo lontano nel tempo e nello spazio, in una realtà esotica, ci sono alcune scene, alcuni elementi universali in cui chiunque può riconoscere dei momenti e dei sentimenti senza tempo, rivedere qualcosa della propria storia o dei racconti che ha sentito su quegli anni, immagini comuni a tutti i paesi : Lakshmi che accompagna a scuola i figli in divisa in quello che anche per lei è il primo giorno di scuola, Ayah che va a lavoro in bicicletta, una nonna, ascolta canzoni fuori moda alla radio o cuce con una vecchia Singer, la comparsa delle prime televisioni, delle prime automobili, del cinema, dei frigoriferi, delle lavatrici, dei cibi pronti… 

Tutti i personaggi sono indimenticabili e, grazie al fatto che le cose sono fatte vedere dal punto di vista di ognuno, ci si affeziona a tutti, alle figure più potenti e tragiche fino ai miti e remissivi Ayah e Jeyan, le cui vite mediocri e il cui triste destino fanno altrettanta tristezza e sono altrettanto commoventi del fato tragico di chi li circonda. 

Ma il personaggio più affascinante è Lakshmi : da un lato è una figura carismatica, donna di ferro, una guerriera dalla forza quasi mitologica e dall’intelligenza straordinarie e dalla determinazione implacabile, moglie energica, madre ambiziosa e severa, durante la guerra perfino imprenditrice… ma dall'altro attraverso la guerra, le delusioni, la disperazione e le sofferenze, conserva una sorprendente innocenza, ha dei momenti di dolcezza, di smarrimento e di ingenuità che fanno tenerezza. Questa dolcezza che aveva perso durante la guerra rinascerà quando Lakshmi diventerà nonna. Il suo dramma è che, sebbene sia lei a tenere fra le mani i destini dei suoi figli e dei suoi discendenti, non ha però la capacità di proteggerli e salvarli dalle sofferenze e dalle atrocità della vita.


mercoledì 6 marzo 2013

Downton Abbey


«What would be the point of living if we didn't let life change us?»



Questo inverno, dopo aver resistito per anni, finalmente mi sono decisa a recuperare Downton Abbey, una serie che mi ha conquistata come poche altre prima d’ora. Sapevo che è una serie pluripremiata, che ha riscosso in tutto il mondo un immenso successo di pubblico e critica, ma vedendola mi sono resa conto che si tratta di un prodotto davvero eccellente e di qualità elevatissima.
Già l’autore e produttore di per sé  è una garanzia : la serie infatti è stata scritta e creata da Julian Fellowes, del quale in Italia possiamo leggere i romanzi Snob e Un passato imperfetto, e che forse è meglio conosciuto come produttore di quel gioiellino di Gosford Park.
Innanzitutto, Downton Abbey si inserisce nella più pura tradizione letteraria anglo-americana, dell’Ottocento e di inizio Novecento, proponendosi come erede dei romanzi di Jane Austen, di Edith Warthon, di Henry James, di Trollope, di Oscar Wilde, di Wodehouse, delle sorelle Mitford e, per certi versi, perfino di Dickens e di Thackeray, oltre a essere vicinissimo a Quel che resta del giorno di Ishiguro : chi ama questi autori e questo tipo di letteratura si sentirà a casa fin dal primo episodio, perché di questa tradizione ritroviamo le fastose dimore dell’aristocrazia inglese, con la sua routine scandita da rituali sociali, caccia, balli, pettegolezzi e vacanze in Scozia, tè pomeridiani, chiacchiere superficiali, passeggiate in carrozza, matrimoni di interesse fra nobili inglesi e ricche ereditiere americane, figlie femmine a cui trovare un marito, il contatto non privo di scontri e incomprensioni con il mondo borghese, e tutto il sistema di relazioni sociali e di codici di comportamento familiare agli amanti del genere.
Inoltre fin dall'inizio la serie introduce gli spettatori in una trama complessa di avvenimenti storici e familiari, collettivi e personali, attraverso i quali Fellowes riesce nell'ambizioso intento di mettere in scena il ritratto di un’epoca e di una classe sociale e di catturare lo spirito di una nazione, l’Inghilterra, all'alba della prima guerra mondiale, in delicato momento di transizione fra la tradizione e la modernità. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da un dramma familiare, sentimentale e storico, il ritmo degli eventi è veloce e la narrazione è dinamica e incalzante : in tre serie passiamo dal 1912 al 1920, attraverso svolte e cambiamenti che inevitabilmente collegano la vita privata dei protagonisti agli avvenimenti della grande storia. Sebbene nella composizione di un tale accuratissimo affresco storico, politico e sociale, risaltino tematiche complesse come la guerra, il movimento delle suffragette, le lotte per l’indipendenza dell’Irlanda e il peso sociale del retaggio vittoriano di pregiudizi morali, tuttavia lo show affronta queste tematiche con eleganza e maestria attraverso un family drama coinvolgente e affascinante, che si sviluppa attraverso sentimenti e intrighi degni del migliore feuilleton e che non manca mai di rivolgersi al pubblico in modo brillante, con un garbo e uno humor tipicamente british. Infatti abbiamo una narrazione veloce, ricca di personaggi e colpi di scena, che però non cede mai al melodramma, neppure nei momenti più tristi e difficili, ma si risolve sempre in delicate storie di amore, di affetto e di amicizia fra persone diverse, legate o no da parentela, che imparano a conoscersi e ad accettarsi. Indimenticabili sono i personaggi, convincenti e realistici, figure alle quali è impossibile non affezionarsi, da un lato familiari ma dall'altro mai banali, la cui crescita e la cui maturazione diventano parte integrante della trama, che si muove fra la duplice esigenza di approfondire gli aspetti dei protagonisti che già conosciamo e di svelare, con il proseguire della loro storia, lati inaspettati del loro carattere, in una lotta continua fra il comportamento che impone loro la società e le loro inclinazioni spontanee.
Naturalmente ampio spazio è dato alle vicende romantiche e sentimentali, nella migliore tradizione del romanzo di appendice. Abbiamo quindi, sia nel mondo della servitù che in quello dei nobili, amori contrastati da scandali e da esigenze dinastiche e economiche, amori in conflitto con la convenienza e con le aspirazioni sociali dei personaggi o con le loro convinzioni… ma tutte queste storie si sviluppano sempre con una pacatezza che impedisce ad esse di scadere nella banalità ma che accentua il coinvolgimento emotivo degli spettatori, che si appassionano e si commuovono.
Inoltre, da un punto di vista più frivolo, come donna ho apprezzato tantissimo le scenografie, la minuziosa ricostruzione delle stanze, delle case, di tutti gli oggetti della vita quotidiana e, soprattutto, dei vestiti, dei gioielli, dei fermagli e delle pettinature, specialmente nell'ultima serie, ambientata negli ’20, e che è una gioia per gli occhi.
Merita anche una nota di merito la meravigliosa colonna sonora, così coinvolgente e che così adatta allo spirito dello show. Mi sono molto piaciute scene apparentemente tranquille ma accompagnate da musiche drammatiche, tristi o malinconiche, in accordo non con le azioni dei personaggi ma con i loro sentimenti.

PRIMA STAGIONE
Siamo nell'aprile del 1912. La tragedia del Titanic ha sconvolto il mondo e ha portato lutto e scompiglio anche nella sfarzosa tenuta di Downton Abbey, atavica dimora dei conti di Grantham. L’attuale conte, Robert Crawley, non ha infatti eredi maschi a cui lasciare la proprietà e il titolo e quindi, alla sua morte, il destino di sua moglie e delle sue tre figlie era dover abbandonare Downton, dove si sarebbe insediato l’erede legittimo. Ma questa situazione problematica, che non può non ricordare quella in cui si trova la famiglia Bennet in Orgoglio e pregiudizio, era stata risolta fidanzando Mary, la maggiore delle tre figlie all'erede designato… erede che però muore nel naufragio del Titanic, rimettendo tutte le carte in gioco e rendendo incerto il destino della famiglia e di Downton. Il nuovo erede è infatti un lontanissimo parente, un avvocato di provincia della media borghesia, il cui arrivo sconvolge tutti gli equilibri che si erano creati sia nei quartieri dei padroni, upstairs, che in quelli della servitù, downstairs, che più che luoghi fisici sono due realtà distinte e legate.
Upstairs troviamo innanzitutto la famiglia Crawley. Il conte di Grantham è la perfetta incarnazione del gentiluomo inglese, affabile ma legato alla tradizione aristocratica e al suo ruolo. Sua moglie Cora è invece una delle buccaneers, di quelle ereditiere americane che, fra fine ‘800 e inizio ‘900, in massa sposarono squattrinati nobili inglesi, ottenendo un titolo di cui vantarsi in patria in cambio di doti principesche. Delle loro tre figlie la maggiore, Mary, la bellezza di famiglia, è quella che ha il compito di stringere un’alleanza matrimoniale conveniente e il dovere di compiacere i pretendenti scelti per lei dalla famiglia. 
Fra le tre sorelle Mary è la più aristocratica, quella che più tiene ai suoi privilegi di classe e che si identifica pienamente con la sua immagine di futura contessa. Apparentemente gelida e snob, legata alla sua posizione sociale privilegiata, alla ricchezza, al fasto e alle apparenze, Mary è però divisa fra l’educazione ricevuta e le sue inclinazioni personali, che si orientano piuttosto verso scelte non convenzionali derivanti da una sua sensibilità segreta e dal suo carattere molto pratico e pragmatico. Sebbene come personaggio non riscuota molte simpatie, la situazione di Mary è in realtà drammatica : dietro il suo orgoglio per la sua bellezza e per il successo che ha con gli uomini, in Mary si nasconde la consapevolezza che tutte le sue qualità non le servono a niente, perché è solo una merce di scambio nei piani matrimoniali dei suoi genitori.
La sorella di mezzo, Edith, apparentemente è una zitella acida, bruttina e invidiosa, che non pensa ad alto che a fare un buon matrimonio, possibilmente rubando i corteggiatori a Mary. Lei e Mary sono nemiche nate e, durante la prima stagione, si fanno dispetti e cattiverie che a un certo punto trascendono, portando le sorelle a rovinare l’una la vita dell’altra. 
Ma Edith non è sgradevole come sembra : si trova semplicemente nella scomoda posizione del brutto anatroccolo della famiglia, messa in ombra dalle bellissime e brillanti sorelle. Infatti la minore, Sybil, è uno dei personaggi migliori della serie : anche se nella prima stagione è solo una ragazzina dolce e affettuosa, già mostra uno spirito anticonformista e indipendente, che la spinge a interessarsi alla politica e a combattere in prima persona le ingiustizie sociali. 
Della famiglia fa parte anche il personaggio probabilmente più riuscito dello show, la Dowager Countess di Grantham, madre di Robert e nonna delle ragazze, interpretata dall'immensa Maggie Smith. Espressione vivente della mentalità vittoriana e dei suoi valori, e quindi autoritaria e conformista, vicina a una concezione quasi monarchica e feudale dell’aristocrazia e della famiglia, è però dotata di un sarcasmo inarrestabile e tipicamente british che fa sì che, con le sue battutine al vetriolo, sia uno dei principali punti di forza della serie. A questo nucleo familiare si uniscono i nuovi arrivati : Matthew Crawley, l’erede inaspettato, un giovane avvocato che non intende rinunciare né alla sua professione né alle sue idee moderne, e sua madre, Isobel, che fin dal primo giorno a Downton prova a cambiare tutto e a introdurre il progresso. L’incontro / scontro fra questi due nuclei familiari simboleggia perfettamente lo spirito di un epoca in cui i privilegi aristocratici vengono messi in discussione a la modernità rischia di travolgere un mondo che già era arrivato di per sé al collasso interno. Questo dualismo si riflette nel rapporto fra Mary e Matthew, il cui amore difficile e ostacolato è uno dei fili narrativi portanti.
Downstairs, nei quartieri della servitù, abbiamo un organizzazione gerarchica che nulla ha da invidiare alle file dell’aristocrazia. A capo di tutti c’è Mr. Carson, il maggiordomo, contegnoso e severo ma capace di umorismo e comprensione. La sua autorità su camerieri e valletti è rispecchiata da quella esercitata sulle domestiche dalla governante, Mrs. Huges, affettuosa e disincantata. Insieme a loro lavorano varie cameriere, fra cui Anna, la cameriera personale delle ragazze, che per loro è un amica e una sorella maggiore, Mrs. Patmore, la cuoca, e la sua sguattera Daisy, della quale è innamorato uno dei camerieri, William. Questo mondo apparentemente secondario nello svolgersi della trama non è affatto marginale, come prova il fatto che i due villain della serie, manipolatori, pericolosi e senza scrupoli, si trovino proprio frai domestici. Abbiamo infatti Miss O’Brian, la cameriera personale di Lady Cora, acida e piena di rancore, e il suo degno e fedele compare Thomas, l’ambizioso cameriere manipolatore, furbo e cinico, che però vive il dramma di dover nascondere la sua omosessualità (in Inghilterra reato punibile con il carcere e i lavori forzati fino agli anni ’60). Sono questi due, con i loro intrighi e i loro complotti, a influire sulle vite dei loro padroni in maniera drammatica : se la O’Brian è responsabile dell’aborto della sua padrona, Thomas prima cerca di far sposare Mary con un duca suo amante, e poi muove le file di uno scandalo che rischierà di rovinare la vita a Mary e dal quale dipenderanno tutte le future scelte sbagliate della ragazza. Anche dowstairs abbiamo poi un nuovo arrivato : Bates, ex compagno d’armi e cameriere personale di Sua Signoria, al centro dei complotti e della cattiverie di Thomas e della O’Brian insieme al cameriere William, una delle principali vittime della cattiveria di Thomas. Inoltre già si capisce che Branson, il giovane autista e attivista irlandese, per Sybil diventerà presto qualcosa di più che un semplice compagno politico e complice.
Fin dalla prima serie emergono elementi interessanti e importanti che saranno una costante anche nelle successive stagioni.
Innanzitutto ciò che stupisce è da un lato il fortissimo legame fra padroni e servitù, sia nel bene che nel male : in quanto abitanti della stessa casa, arrivano a formare un'unica grande famiglia, con affetti e rivalità. E stranamente, in un rovesciamento dei verosimili rapporti di forza, a tirare le redini di questa famiglia allargata è la servitù, che rispetto ai padroni si trova in una posizione privilegiata : se i padroni ignorano praticamente tutto del mondo downstairs, al contrario non c’è nulla, nessun segreto, pensiero, proposito e attività dei padroni che sfugga a valletti, cameriere personali e maggiordomi, che quindi sono le persone che al mondo conoscono meglio i loro signori. Inoltre, fra queste due classi sociali così diverse, al di là di prevedibili ostilità, si crea un legame di protezione reciproca e di fiducia che è molto dolce da vedere.
Un altro aspetto dei domestici molto interessante è che sono loro, ancor più dei padroni, ad essere legati alla tradizione e all'orgoglio di casta, e ad opporsi con più forza ai cambiamenti e alle innovazioni, a conservare un senso altissimo di ciò che conviene e che non conviene ai loro signori. In sintesi, a Downton forse solo la Contessa Vedova è snob come i domestici.
L’altro elemento che mi è molto piaciuto è che vengono dati lo stesso spazio e la stessa importanza alle vicende dei signori e a quelle della servitù, in modo che al filone principale della trama – la questione dell’eredità e dei rapporti fra Matthew e Mary – si affiancano tante piccole storie a se stanti di affetto, di amicizia, di generosità, di famiglia, fatte tanto bene che tutti i personaggi, anche quelli minori e le comparse, risultano simpatici e credibili.
Se la prima stagione ci descrive questo universo chiuso nei suoi piaceri, nei suoi drammi, nelle sue convenzioni e nei suoi rituali, già dall'ultima puntata ci rendiamo conto che questa situazione privilegiata, questa torre d’avorio, sta per dissolversi. E la stagione si chiude infatti con un sontuoso garden party interrotto dall'annuncio dello scoppio della Grande Guerra, metafore di un mondo che sta per finire. 

SECONDA STAGIONE
Nella première della seconda stagione ci ritroviamo nel pieno della battaglia della Somme, nel 1916. In trincea troviamo Matthew, al quale la guerra ha dato una buona occasione di allontanarsi da Downton e da Mary, e Thomas, che si era dimesso da cameriere e proposto come medico volontario proprio per restare lontano dai campi di battaglia, e che invece si ritrova in prima linea. 
Nei due anni trascorsi dalla fine della prima stagione il mondo è cambiato, e in ogni ambiente regna la consapevolezza, piena di timore e aspettativa, che cambiamenti ancora più radicali stavano per verificarsi. La guerra naturalmente ha toccato anche il microcosmo di Downton, che sembra ancora incerto sul modo in cui rapportarsi alla catastrofe. Se Robert soffre profondamente del fatto che il suo titolo di Lord Lieutenant sia puramente onorario e non implichi la sua presenza in battaglia e William si sente dolorosamente diviso fra i suoi doveri verso il re e la patria e quelli verso la sua famiglia, a partecipare attivamente alla guerra, a modo loro, sono le donne.
La prima a prendere coscienza della necessità di rendersi utile è Sybil, da sempre il personaggio dotato di spirito di iniziativa e di una coscienza sociale più accentuata. Così la minore delle sorelle Crawley si rimbocca le maniche e diventa infermiera. Anche Edith, sebbene non si interessi direttamente né alla politica né alla guerra, risente del nuovo clima di cambiamenti e, soprattutto, avverte anche lei l’impulso a riscuotersi dalla vita d’ozio condotta fino a quel momento da lei e da tutte le altre giovani lady in quegli anni. Da questo punto di vista, nel cammino dell’emancipazione, la guerra è molto importante per le donne di tutti i livelli sociali : tanto per quelle costrette a lavorare al posto degli uomini lontani, circostanze che le spinse a lottare con più forza per il voto, quanto per le giovani nobili oziose come Edith, che nell'imparare a guidare, nel lavoro alla fattoria e poi nel prendersi cura dei soldati riesce a dare un senso alle sue giornate. Vengono meno i suoi intrighi contro Mary, perché viene meno la loro causa : la noia di una vita passata a cambiarsi d’abito, partecipare ai balli e cercare marito. E sia Edith che Sybil dopo la guerra non sono disposte a rinunciare a una vita piena e attiva e a ritornare al loro passato di oziose debuttanti in cerca di marito. Mentre il percorso  di Edith è  frenato quando la ragazza pensa di aver trovato l’amore, è Sybil a portare fino in fondo la sua evoluzione e ad abbandonare i privilegi e la sicurezza di Downton per costruirsi una vita da outsider con Branson.

Estranea all'evoluzione delle sorelle è Mary, troppo presa dai suoi problemi personali, ferita per aver perso Matthew – e perché si rende conto che è stata solo colpa sua – e ancora turbata da quell’unico scandalo del suo passato che ancora rischia di rovinare la sua vita e, attraverso le misteriose vie degli intrighi, anche quella di Anna e Bates. Per quanto riguarda il suo rapporto con Matthew, nonostante si fossero lasciati male, e nonostante abbiano entrambi nuovi partner, è chiaro che fra loro c’è ancora qualcosa di speciale, e il loro difficile rapporto resta il motivo conduttore principale della trama. Da questo punto di vista è molto bello vedere non tanto come entrambi gestiscano la loro “amicizia” secondo il protocollo di comportamento dell’epoca, ma quei momenti in cui, sempre all'interno delle convenzioni sociali edoardiane, lascino trapelare sentimenti e atteggiamenti spontanei e moderni. Nonostante siano entrambe fidanzati – Matthew con la dolce e scialba Lavinia e Mary con sir Richard, un cinico imprenditore senza scrupoli che tenta la scalata sociale – il vero motivo per cui un loro riavvicinamento è impossibile è la moglie di Bates, vendicativa  e intrigante, che attraverso il segreto di Mary rischia di distruggere la sua felicità e quella di Anna, oltre che travolgere Downton con uno scandalo senza precedenti. È per questo che Mary è costretta a vendere il suo segreto e se stessa a sir Richard e a rassegnarsi al matrimonio con un uomo che non le piace e che disprezza. In realtà sir Richard, al di là della sua totale mancanza di etica e scrupoli, non è un brutto personaggio, ma incarna il self-made man che tenta di ingraziarsi con il suo denaro l’aristocrazia per riceverne in cambio solo disprezzo per la sua mancanza di educazione e raffinatezza. Ma, come le sorelle, anche Mary è maturata, come provano tutte le occasioni  in cui dimostra generosità e nobiltà d’animo e il modo in cui affronta con orgoglio e dignità la sua situazione. Ancora una volta prova di essere un personaggio contraddittorio, il cui orgoglio di classe è stemperato sia dalle conseguenze dello scandalo, che la porta a considerarsi “spoiled goods”, sia dalla sincerità con cui constata i limiti del suo carattere. 
Mentre in questa stagione Cora è un personaggio di contorno, resta importantissima la presenza della contessa vedova, Lady Violet, che nella frenesia di cambiamenti che investe la famiglia, riveste il ruolo di custode della tradizione e della fedeltà al proprio rango, salvo le dovute eccezioni per le amatissime nipoti. La sua rigidità è inoltre stemperata dal suo spassosissimo humor e dalla sua capacità di comprendere e difendere tutti i membri della sua “famiglia”, upstairs e downstairs. Per questo continua a scontrarsi con la cugina Isobel, il cui contributo allo sforzo bellico è trasformare Downton in un ospedale per soldati feriti, mettendo l’orrore della guerra sotto gli occhi di chi fino ad allora lo aveva ignorato. E mentre Cora e lady Violet si oppongono a vedere la nobile magione invasa da medici e pazienti, la trama ne guadagna, perché all'originaria divisione fra padroni e servitù si sovrappongono altre strutture gerarchiche e si aggiungono nuovi personaggi e sottotrame.
Nel mondo della servitù, intanto, dopo la capitolazione della O’Brian, che per il rimorso di averle procurato un aborto diventa una fedele amica delle contessa, il principale antagonista resta Thomas, che da un lato accentua i lati malvagi del suo carattere, ma che dall'altro comincia a scoprire e a mostrare la sua umanità. Infatti per la maggior parte del tempo è il Thomas di sempre : sebbene fosse stato uno dei primi ad approfittare della guerra come occasione di ascesa sociale, a contatto con la brutale realtà della trincea, fatta di pericolo e morte, spinto dalla disperazione in una scena terribile non esita a indurre il nemico a sparargli in una mano, in modo da essere rimandato in Inghilterra. 
Lo ritroviamo quindi nell'ospedale di Downton a lavorare fianco a fianco con Sybil, per la quale sviluppa un grande affetto. Ma ancora più forti sono i suoi sentimenti per uno dei soldati feriti, rimasto cieco, il primo essere umano con il quale vediamo Thomas aprirsi, il suicidio del quale lo lascerà devastato. E non è solo la sua vita privata a farlo soffrire, ma soprattutto il fallimento del suo tentativo di riscatto sociale : dopo la guerra, che per pochi mesi lo aveva messo addirittura a capo del personale di Downton, e dopo il fiasco dei suoi affari al mercato nero, non gli resta che umiliarsi a ritornare a quella posizione di cameriere della quale aveva cercato aggressivamente di liberarsi, chiaro simbolo delle vicende del proletariato, illuso nelle sue aspirazioni di riscatto da sociale dalla Rivoluzione Russa e dal vuoto di potere creatosi durante la guerra, e poi schiacciato di nuovo dal ripristino delle dinamiche sociali prebelliche. Un altro esempio di questo processo è la nuova cameriera, Ethel, le cui velleità di riscatto sociale si concludono con una gravidanza indesiderata che la porta a vivere in miseria con il bambino frutto del disonore. Diverso è il percorso di Tom, riformato per problemi di salute e costretto a sfogare nel giornalismo le sue idee rivoluzionarie, e che apre un finestra sulla questione irlandese, un’altra delle tragedie dimenticate di quegli anni. Ma, in questo mondo sempre più in bilico fra valori tradizionali e valori moderni, la guerra non è passata senza conseguenze nella concezione del mondo dei personaggi : finalmente, dopo 8 anni, a Robert è rivelato lo scandalo che ha coinvolto Mary, e sul disonore di sua figlia lui non trova da dire nient’altro che non fa niente, che tutti sbagliano, e che i giornali si scatenino pure, che lo scandalo li travolga : la felicità di sua figlia è più importante del buon nome dei Crawley. Così Mary, finalmente, è libera di ottenere quella felicità che ci aspettavamo fin dalla prima stagione, e questa finale esaltazione dell’individualità prelude alla stagione successiva.


TERZA STAGIONE
In questa stagione l’attenzione si concentra più elusivamente sulla famiglia, mentre gli eventi storici sono lasciati sullo sfondo e si limitano ad accenni alla spinosa questione del suffragio femminile, a investimenti sbagliati, che rischiano di costringere i Crawley a vendere Downton Abbey e che ci fanno presentire l’avvicinarsi della crisi del ’29, e allo scontro di vedute fra Robert e Matthew, il primo ancora arroccato in una visione nobile e quasi feudale della proprietà terriera e il secondo pronto ad applicare alla tenuta che ha ereditato i principi economici moderni. Collocare la storia in una dimensione più intima ha di conseguenza portato in primo piano le vicende dei personaggi, le loro personalità, le loro idee e la loro maturazione. Questo processo interessa innanzitutto Mary, ora moglie e aspirante madre, che in qualche modo si addolcisce, ma senza perdere il suo snobismo aristocratico e il suo freddo pragmatismo. 
Sebbene ora lei e Matthew siano sposati e installati a Downton, il loro rapporto non diventa per questo più facile, la loro felicità non è garantita e deve ancora essere difesa dai fantasmi del passato e dagli attacchi esterni, e non viene meno quella tensione che ha caratterizzato questa coppia fin dall'inizio  rendendo tutte le sue interazioni dinamiche e imprevedibili. Matthew, da parte sua, mentre all'inizio era l’outsider, il portavoce dei valori della modernità e della borghesia, in questa serie da un lato continua la sua opera di razionalizzazione della sua eredità e di trasformazione imprenditoriale del suo ruolo di signore di campagna, ma dall'altro si avvicina ai valori morali della sua nobile famiglia, perdendo così  in mordente e originalità. Questa involuzione non toglie però di drammaticità alla tragica fine del personaggio, il vuoto lasciato dal quale sarà uno dei grandi problemi che Fellowes dovrà affrontare nella prossima stagione.
Diversa e interessante è anche l’evoluzione di Edith, che dopo la guerra e l’umiliazione delle sue nozze mancate è cresciuta, ha smesso di aspirare a un matrimonio che le garantisca una posizione sociale e cerca di realizzarsi come essere umano, prima ancora che come donna, cominciando a lavorare come giornalista e dedicandosi di esprimere le proprie idee anticonformiste. Quella che era la più convenzionale delle sorelle si libera del retaggio moralistico della sua educazione vittoriana al punto che, nello speciale natalizio, la troviamo pronta a una relazione al di fuori di qualsiasi regola morale.
Purtroppo il sistema dei personaggi e le dinamiche fra le sorelle risentono del dramma della scomparsa di Sybil, la migliore delle tre, la creatura più pura e dolce ad aver mai abitato Downton, pianta sia dalla famiglia che dalla servitù, perfino da Thomas, che le era molto legato dopo aver lavorato con lei in ospedale. E questa tragedia mette in luce le debolezze dei personaggi e del sistema di cui essi sono incarnazione attraverso la figura di Robert. Sybil muore di parto, una morte antica, ma evitabilissima in un mondo ormai moderno. E infatti il borghese medico di famiglia comprende la situazione e insiste per ricoverarla in ospedale. Ma Robert, investendosi delle ultime vestigia di autorità aristocratica e scavalcando nella decisione perfino Tom, preferisce le opinioni consolanti di un altro medico la cui unica credenziale era l’appartenenza all'aristocrazia  nella convinzione dell’infallibilità non del medico in sé, ma della sua classe sociale. Se fino ad ora questa sua cieca osservanza delle gerarchie sociali aveva messo in pericolo “solo” Downton attraverso le sue speculazioni finanziarie azzardate e il suo rifiuto dell’idea sacrilega che anche un nobile debba rimboccarsi le maniche e lavorare, ora invece provoca la morte della sua amatissima figlia, e così, mentre gli altri personaggi si confortano a vicenda, lui è lasciato solo perfino da sua moglie e affronta la prima vera crisi coniugale del suo lungo matrimonio.
Difficile e imbarazzante è anche la situazione di Tom, che non è accettato né dai  suoni nuovi parenti acquisiti Crawley né dalla servitù, che lo disprezza come social climber ancora di più dei padroni. E anche Tom deve scendere a patti con la sua nuova situazione : ospite dei Crawley contro la sua volontà, esiliato dalla sua amata Irlanda, il suo percorso di crescita è quello che lo porta ad abbandonare i suoi rigidi estremismi e a fare delle scelte adulte e responsabili per il bene di sua figlia anche a prezzo dei suoi ideali.
Una comparsa preziosissima di questa terza stagione è Shirley MacLaine nei panni della madre di Cora, Martha Levinson, americanissima miliardaria dalla lingua tagliente quanto quella di Lady Violet ; le interazioni fra le due consuocere, l’aristocratica e la rozza parvenu, e i complotti di Mary e della contessa vedova per persuadere l’altra nonna a salvare Downton con i suoi miliardi americani, sono i momenti più spassosi dell’intero show.
Anche dowsnstairs sono i problemi sentimentali a dominare la scena;  mentre continua la sottotrama delle indagini sulla morte della moglie di Bates, che nella serie precedente è stato arrestato,  e della lotta di Anna contro i tribunali inglesi per salvare suo marito e il suo matrimonio, ancora una volta Fellowes mostra la sua originalità nell'accennare solo en passant agli amori fraintesi e non corrisposti fra i camerieri Alfred, Daisy e Ivy, concentrandosi invece su Thomas, attraverso il quale tocchiamo con mano quanto fosse difficile la condizione degli omosessuali , che rischiavano di veder punito con il carcere il più innocente gesto d’affetto. E infatti in questa stagione Thomas se la vede brutta perché la sua alleata di sempre, la O’Brian, si trasforma nella sua peggior nemica, e la O’Brian, una donna che sappiamo potenzialmente capace di uccidere, non si accontenta semplicemente di umiliare il nemico : quello che vuole è vedere Thomas rovinato, distrutto, scacciato o imprigionato. Lo strumento della sua vendetta e dei suoi intrighi machiavellici le viene mandato dal destino sottoforma del nuovo cameriere, Jimmy, un biondino belloccio al quale è da subito evidente che Thomas non è indifferente. E così, dopo aver visto il cinico, perfido, insopportabile Thomas piangere per Sybil, ora lo vediamo innamorato, tutto allegro e gentile e, purtroppo, tanto accecato da questo sentimento da abbassare la guardia. Abituato alla circospezione e alla diffidenza, Thomas sarebbe rimasto sulle sue, ma grazie agli intrighi e alla bugie della O’Brian lo ritroviamo  di notte in camera di Jimmy, e da questo momento in poi la sua situazione precipita e le capacità manipolative della sua nemica sia su Jimmy che su suo nipote Alfred, testimone della scena incriminante, sono tali che Thomas si trova con le spalle al muro, costretto a scegliere fra andarsene senza referenze e non trovare mai più lavoro o finire in prigione. 
Ma a sorpresa tutti, a partire da Lord Grantham, difendono Thomas, tutti ammettono di conoscere il suo segreto da sempre e di non sentirsene minimamente turbati e tutti vogliono aiutarlo, perché non è colpa sua se è come è, e perché è un membro di quella grande famiglia creatasi fra upstairs e downstairs.  E così nell'ultima puntato troviamo Thomas profondamente cambiato, riabilitato e addirittura promosso a sotto-maggiordomo, che finalmente, ora che si sente accettato, si mostra affettuoso, gentile e protettivo con tutti, e che riesce perfino a stabilire una specie di amicizia con Jimmy, che supera i suoi pregiudizi.
Solidarietà per i “diversi”, quindi, cifra di quanto i tempi fossero cambiati, e anche solidarietà per i reietti, come vediamo dalla riabilitazione sociale dell’ex cameriera e ex prostituta Ethel, ora cuoca della cugina Isobel. Quando Robert lo scopre e accorre a salvare madre, moglie e figlie e trascinarle via da una casa disonorata e contaminata dalla presenza di Ethel, riceve una delle sconfitte più umilianti della sua vita : nessuna delle sue donne gli obbedisce. Nonostante sporadiche aperture reciproche, restano quindi due schieramenti : Robert, ancorato  nella tradizione e nell'ipocrisia (a Thomas si può perdonare tutto, perché bene o male è un uomo, ma per una donna caduta non c’è indulgenza)e i membri della famiglia che invece si sono resi conto che il mondo è cambiato.
E ora, come ha anticipato Fellowes, nella quarta stagione resteremo negli anni ’20, e io non vedo l’ora! E nella tipica atmosfera di questi anni, di charleston, jazz e bandeau di piume, già ci ha condotti un nuovo personaggio e membro della famiglia, la cugina Rose, che sarà frai protagonisti della prossima stagione, stagione che porterà molte novità e anche un nuovo amore per Mary. Spero anche che Fellowes faccia finalmente godere a Anne a Bates un po’ di felicità coniugale, e che riservi qualcosa di buono anche a Thomas.

È questo il bello di Downton Abbey : proprio come un romanzo d’appendice, il lettore non vede l’ora di vedere che succede con una curiosità che in tre stagioni non viene mai meno. Dietro la sua apparente superficialità, Downton Abbey è un riuscitissimo affresco storico e umano, un dramma senza né buoni né cattivi ma solo personaggi realistici e credibili nelle loro contraddizioni, speranze e paure, meritandosi pienamente di essere lo show britannico più visto di tutti i tempi.






giovedì 21 febbraio 2013

The garden of Evening Mists – Tan Twan Eng


«I’m an echo of a sound made a lifetime ago»



Nella giungla misteriosa e lussureggiante della Malesia, con i suoi colori abbaglianti e la sua vegetazione prorompente, si nasconde un perfetto, delicato, poetico giardino giapponese, Yugiri, “the garden of evening mists”, un luogo fuori dal tempo, immerso in un’atmosfera rarefatta, come se si trovasse in una dimensione a se stante, come se fosse l’ingresso di un altro mondo. Ed è in questo mondo sospeso in eterno nelle nebbie della sera che all'inizio del romanzo ritorna dopo anni di assenza la protagonista, Yun Ling, per ritrovare il luogo in cui aveva trascorso gli anni più importanti della sua vita. Comincia così una storia che amo molto, uno dei libri a cui tengo di più, un romanzo magico, malinconico e profondo, nel quale il fascino remoto e pieno di contrasti dell’Oriente si riflette in una scrittura poetica e evocativa nella quale ogni elemento si ricompone in una superiore armonia, in un’esplorazione della perdita e del ricordo.

Siamo negli anni ’80, e Yun Ling ha appena concluso prematuramente la sua carriera di giudice della Corte Suprema di Kuala Lumpur e si è rifugiata a Cameron Highlands, nella piantagione di tè dove aveva trascorso parte della sua giovinezza. È lei la proprietaria del giardino, l’unico giardino giapponese in Malesia e uno dei più famosi giardini giapponesi del mondo, sia per la sua bellezza, perché incarna tutti i principi di equilibri fra gli elementi del giardino zen, sia perché era stato creato da Aritomo sensei, il più abile giardiniere dell’imperatore del Giappone. Questa figura misteriosa in Giappone era ancora al centro della curiosità generale : conosciuto anche come rinomato artista e famoso per le sue incisioni su legno, gli ukiyo-e, allontanatosi dal servizio dell’imperatore per motivi mai chiariti, stabilitosi durante gli anni della guerra in quel luogo remoto della Malesia, in una sorta di esilio forzato, era poi scomparso nella giungla da un momento all'altro  e nessuno era stato in grado di ritrovarlo e di scoprire che ne fosse stato di lui. Di questo personaggio controverso Yun Ling è l’unica erede, e ritorna a Yugiri anche per incontrare Tatsuji Yoshikawa, un professore giapponese interessato alla vita e alle opere di Aritomo, sia al suo giardino che a una collezione di sue ukiyo-e mai viste prima, sempre di proprietà di Yun Ling. 

In questo luogo così pieno di ricordi e segreti, dopo decenni Yun Ling è costretta a fare i conti con il suo passato. Inoltre, Yun Ling sa che, in pochi anni, una malattia neurologica irreversibile porterà danni incolmabili alla sua memoria e quindi, incalzata anche dalla conversazioni con il professor Tatsuji, decide di scrivere la sua storia, affinché il ricordo del passato non si perdesse nei meandri del tempo. È per questo, per seguire il flusso della memoria che va e che viene, che il romanzo è ambientato in epoche diverse collegate da flashback. Abbiamo così una narrazione che attraversa tre periodi : gli anni ’80, quando Yun Ling scrive la sua storia, gli  anni ’50 quando avvengono gli eventi più importanti, e la Seconda Guerra Mondiale, che ne è il retroscena e il punto di partenza.


Il suo odio per il Giappone ha però motivi seri e comprensibili : durante la guerra, dopo che il Giappone aveva invaso la Malesia, lei e sua sorella Yun Hong, membri di una ricca famiglia cinese naturalizzata, erano state “ospiti dell’imperatore”, cioè internate in un campo di concentramento per civili. In questi campi, perfetti equivalenti dei campi di concentramento nazisti, i prigionieri erano sottoposti a indicibili sevizie e torture. Mentre Yun Ling viene messa ai lavori forzati, Yun Hong, un'artista, è costretta a servire le truppe nel bordello del campo. Il campo in cui sono internate le due sorelle si caratterizza però per due motivi particolari : il lavoro principale dei prigionieri era scavare, per scopi ignoti, una galleria sotterranea, e alla fine della guerra nessuno di quelli che ci avevano vissuto, né prigionieri né soldati, era sopravvissuto… tranne Yun Ling. Nonostante lei negli anni non avesse fatto altro che cercarlo - si spiega così la sua collaborazione con gli interrogatori ai criminali di guerra - fin da poche ore dopo la sua misteriosa fuga il campo era stato fatto scomparire nel nulla, inghiottito dalla giungla come se non fosse mai esistito. 

Oltre che ritrovare il luogo in cui sua sorella era morta, Yun Ling ha un altro scopo : quando nel campo riuscivano a incontrarsi, lei e Yun Hong cercavano di evadere dal degrado e dalle sofferenze fantasticando sui giardini giapponesi che avevano visto da bambine a Kyoto e ripromettendosi di crearne uno a Kuala Lumpur. Dopo la morte di sua sorella, e dopo aver cercato invano il campo, Yun Ling vuole mantenere a tutti i costi questa promessa, e quindi ritorna a Cameron Highlands per commissionare questa opera ad Aritomo sensei.  Ad accoglierla sono Magnus Pretorius, un vecchio amico di famiglia nonché espatriato sudafricano, proprietario della piantagione di tè, sua moglie Emily e suo nipote Frederick.

Il suo primo incontro con Aritomo è un insuccesso : taciturno e austero, l’ex giardiniere dell’imperatore non sembra avere nessuna intenzione di sentirsi in colpa per i crimini del suo paese, né di aiutare Yun Ling, che fin dall'inizio lo tratta con malcelato rancore e disprezzo; però, dopo aver saputo del suo passato, accetta di prenderla come apprendista e lei, nonostante il risentimento e l’odio che ancora serba nei confronti dei giapponesi, accetta : si trasferisce nella proprietà di Magnus e comincia a lavorare a Yugiri ogni giorno.

Obbedire a un giapponese, trovarsi rispetto a lui in una condizione di sottomissione, risveglia i fantasmi del suo passato e riporta alla luce tutti i ricordi soppressi e i traumi di Yun Ling. Da questa parte del mondo sarebbe stato come costringere una sopravvissuta ad Auschwitz a vivere e a lavorare a stretto contatto con un tedesco e alle sue dipendenze. Però, nonostante ciò, lavorando insieme, lentamente si sviluppa fra Yun Ling e Aritomo un rapporto particolare, una relazione profonda e immediata, basata su gesti, sguardi, su un’intesa fisica e mentale che non ha bisogno di parole, un rapporto sia spirituale che sensuale.

Inoltre, l’arte di creare un giardino, secondo i principi formali e estetici del Sakuteiki, un’opera dell’Undicesimo secolo, ovvero l’arte dello shakkei, o borrowed scenery, cioè la capacità di creare scenari inserendovi elementi del paesaggio attraverso le illusioni, penetra in lei e modifica la sua percezione del mondo. A Yugiri regnano, nella più pura tradizione zen, equilibrio e armonia, senso delle proporzioni e unità degli opposti, e per questo il giardino è un mondo a se stante, opposto al caos della guerra e all'inferno che Yun Ling si porta dentro : se un giardino è l’espressione di uno stato spirituale, creare un giardino diventa un’esperienza esistenziale, e questo aiuta Yun Ling a venire a patti con i suoi terribili ricordi e con i traumi subiti durante la guerra.

Intanto, sia nel presente che nel passato, gli eventi incalzano, e la Storia minaccia questo mondo incantato.

Nel presente, il professor Tatsuji confessa a Yun Ling che ad interessarlo non era solo l’attività di giardiniere e di intagliatore di Aritomo  : costui era uno degli ultimi e dei più eccelsi horoshi, esponenti dell’arte degli horimono, dei tatuaggi artistici. Ritrovare almeno i disegni preparatori di un horimono realizzato da Aritomo sarebbe stata una scoperta importantissima, e perciò si era rivolto a Yun Ling per chiederle se lei, in quanto unica erede di Aritomo, ne sapeva qualcosa. E qualcosa, Yun Ling, la sapeva : prima di scomparire nella giungla, Aritomo sensei aveva realizzato sulla schiena il suo ultimo capolavoro, un horimono in stile giapponese, ma unico al mondo perché, al posto di scene tipiche del mondo fluttuante, raffigurava elementi del paesaggio malese : Yugiri, la piantagione di tè e le montagne che le circondano, un airone che si alza in volo dalla nuvole, i fiori e le piante della foresta tropicale, una pioggia di stelle cadenti e un arciere che con la sua ultima freccia mira al sole, simbolo del Giappone, e uno spazio bianco e vuoto, uguale a uno stesso spazio bianco e vuoto lasciato a Yugiri, perché ogni opera d’arte per essere tale deve restare incompiuta, due spazi vuoti che, esaminati in scala, risultano perfettamente sovrapponibili…

Nel passato, siamo in piena Emergenza Malese : la giungla attorno a Yugiri pullula di guerriglieri maoisti, di seguaci di Chang Kei Shek, di Orang Asli, i nativi, in un clima di terrorismo, attentati e rapimenti dai quali, per motivi ignoti, Magnus e la sua piantagione restano al sicuro. Cominciano inoltre le visite, sempre più intimidatorie, dei membri della misteriosa “Association to Bring Home the Emperor’s Fallen Warriors”, composta da quelli che apparentemente sono civili e sacerdoti giapponesi in cerca dei resti dei soldati giapponesi caduti per i quali celebrare cerimonie funebri, ma che in realtà Yun Ling riconosce come ex officiali del Kempeitai.

Inoltre, sia nelle parole dei terroristi che dei soldati giapponesi interrogati in passato da Yun Ling, ricorre, l’espressione Golden Lily, il nome di un programma militare segreto per nascondere e poi portare in Giappone gli oggetti preziosi di cui i giapponesi si erano appropriati durante la Guerra : sono questi tesori che i membri della sedicente Associazione stanno cercando. Il sospetto che Aritomo potesse saperne qualcosa, che già sorge per la sua familiarità con i membri dell’Associazione, attira i guerriglieri comunisti e Magnus è ucciso nel tentativo di proteggere la sua famiglia. Aritomo nega il suo coinvolgimento, ma intanto emerge che, durante la guerra, aveva impedito attacchi contro Majuba e i suoi abitanti, prova di un potere e di un’influenza incompatibili con la sua posizione di giardiniere in esilio. Inoltre, quando a un certo punto cerca di confortare di Yun Ling e di tranquillizzarla sulla sorte della sorella, si scopre che il generale Tominaga, il comandante del campo in cui le due sorelle erano state internate, quello che contribuisce alla salvezza di Yun Ling, era una persona strettamente legata al suo passato, la causa del suo esilio dalla corte. E così, con il proseguire della storia, capiamo che tutto è collegato : l’operazione Golden Lily, i tesori nascosti nel profondo della giungle, la presenza di Aritomo in Malesia, il campo di lavoro in cui Yun Ling è stata rinchiusa, la morte di sua sorella e la sua stessa sopravvivenza, il ruolo svolto da Tominaga e, soprattutto, il tatuaggio sulla sua schiena, la vera eredità di Aritomo, un capolavoro dell’arte dello shakkei e quindi l’ultimo messaggio che Aritomo aveva lasciato a Yun Ling, la risposta a tutte le sue domande.

Perciò Yun Ling decide che, prima di morire, deve fare in modo che nessuno possa mettere le mani sul suo corpo e sul tatuaggio : così rinuncia a ritrovare il luogo in cui è morta sua sorella, ma nello stesso tempo lascia che i morti e il passato smettano di tormentare i vivi.

Questo romanzo si è conquistato un posto privilegiato nella mia classifica personale per vari motivi.

Innanzitutto, ho per l’autore, Tan Twan Eng, un affetto immenso, come se lo conoscessi di persona : già dopo aver letto The Gift of Rain, uno dei mie libri preferiti in assoluto, mi ero resa conto che stavo leggendo l’opera di una persona di una sensibilità straordinaria e ricca di sfumature, attenta in un modo tutto orientale agli aspetti più poetici e malinconici della realtà.

Uno dei punti più affascinanti del romanzo è infatti l’attenzione agli elementi mistici della cultura spirituale giapponese e il modo in cui questi penetrano nella narrazione e nei personaggi. Perfino la relazione fra Yun Ling e Aritomo si sviluppa attraverso pagine piene di metafore sullo zen, la cerimonia del tè, l’arte di creare un giardino,  e l’arte dei tatuaggi. Ma il romanzo si pone dal punto di vista malese ed esplora anche il lato oscuro dell’anima giapponese; per questo, anche il Kyudo, il tiro con l’arco, che Aritomo pratica senza frecce, come forma di meditazione, e l’arte dello shakkei, all'inizio sembrano condurre all'illuminazione, come l’aikido in The Gift of Rain, ma in seguito rivelano il loro oscuro potere di alterare la realtà ingannando i sensi e le percezioni. In particolare, nelle descrizioni quasi erotiche di quando Aritomo esegue il suo horimono su Yun Ling, arte e passione danno vita a scene di una sensualità raffinatissima e morbosa, in cui piacere e dolore si fondono in uno stato di esaltazione del corpo e dello spirito.

Inoltre, rispetto a The Gift of Rain, tutto è più esplicito : mentre nel primo romanzo non è mai nemmeno accennato che il sentimento che unisce Philip e il suo sensei nelle loro successive reincarnazioni è più che amicizia, in The garden sappiamo che Aritomo e Yun Ling e Tatsuji e il generale Teruzen sono delle coppie unite da un amore messo alla prova dalla guerra e dalla storia; in particolare, Tatsuji e il generale Teruzen sono protagonisti di una sottotrama tristissima che ci porta sia nella drammatica vita quotidiana dei piloti kamikaze durante gli ultimi giorni di guerra, sia all'interno di un amore proibito e contrastato dalle convenzioni sociali, ma che raggiunge la sua apoteosi nell'estremo sacrificio e nel ricordo eterno.

Un altro elemento del romanzo che mi ha colpita è che tutti i personaggi, senza esclusione, hanno dei segreti, sono segnati dai compromessi che hanno dovuto accettare, sono sia vittime che carnefici e le loro azioni li perseguitano; anche Yun Ling, sebbene vittima, cerca non solo pace, ma anche, a sua volta, perdono e redenzione.

Ma la tematica principale di The garden è la memoria, il suo ruolo nell'esistenza umana e la necessità di preservarla. Infatti il romanzo si apre con una citazione di Richard Holmes : There is a goddess of Memory, Mnemosyne; but none of Forgetting. Yet there should be, as they are twin sisters, twin powers, and walk on either side of us, disputing for sovereignty over us and who we are, all the way until death. In quanto sopravvissuta, e oppressa dal senso di colpa di tutti i sopravvissuti che hanno perso una persona cara, Yun Ling passa la vita a torturarsi nella scelta di ciò che vuole ricordare e gli orrori della guerra che cerca invano di dimenticare, finché non scopre che perdere la memoria è il suo destino : è allora che comincia a riflettere sulle trappole che la memoria ci tende, sul modo in cui essa è filtrata e modificata dai nostri sentimenti e su come però ci sia bisogno di preservarla, per non perdere se stessi, le proprie radici e la propria identità.


Altre tematiche importantissime sono, ovviamente, il colonialismo e la decolonizzazione, rispetto alla quale i personaggi sono portavoce di diversi atteggiamenti. Yun Ling rappresenta la pura opposizione al colonialismo e incarna quell'atteggiamento che sta portando il baricentro del mondo nel Sud Est Asiatico. Magnus, invece, veterano della Seconda Guerra Boera, serba rancore all'Impero Britannico, ma ne ripete gli atteggiamenti nella sua piantagione in Malesia.  Tatsuji, a sua volta, incarna il senso di colpa post coloniale per i crimini di cui il Giappone si è macchiato durante la guerra, crimini per i quali sente di continuo il bisogno di scusarsi in un atteggiamento del tutto differente da quello tenuto ancora oggi dal Giappone, unico paese al mondo che ancora persiste nel rifiuto di riconoscere le sue responsabilità.

La bravura dell’autore è proprio quella di muoversi con disinvoltura in questo scenario multiculturale, e soprattutto quella di fondere tutti questi elementi contrastanti e apparentemente incompatibili in un equilibrio superiore dato dalla poeticità del suo linguaggio e delle immagini allusive delle sue descrizioni, come, ad esempio, la descrizione dei Notturni di Chopin suonati di notte nella giungla. La struttura narrativa stessa riflette, infatti, l’arte di camuffare la realtà e il romanzo è perciò intessuto di citazioni nascoste di poesie di morte, Death Poems giapponesi, che l’autore ha disseminato come indizi segreti, e il lettore che sa individuarle e ne conosce il significato riesce a comprendere il vero senso della trama e cosa ne sarà dei personaggi. In particolare, ricorrono l’immagine delle sue falene e dei due aironi che si inseguono in volo, simbolo di come i personaggi – Yun Ling e Aritomo, Tatsuji e Teruzen – sono destinati a incontrarsi, ad amarsi e a distruggersi in un eterno ciclo di nascita e morte. 

giovedì 14 febbraio 2013

I ragazzi che si amano - Jacques Prevert

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell'abbagliante splendore del loro primo amore

mercoledì 13 febbraio 2013

Citazioni - Elsa Morante

 "Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuol rappresentare"

Elsa Morante, 1945