martedì 18 giugno 2013

Tελευταία συναυλία της Εθνικής Συμφωνικής Ορχήστρας

«Se cambia la musica, cambieranno anche le istituzioni più importanti [...] La musica è una legge morale, essa da un'anima all'universo, le ali al pensiero, uno slancio all'immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose. Essa è l'essenza di tutte le cose, essa è l'essenza dell'ordine ed eleva ciò che è buono, di cui essa è la forma invisibile, ma tuttavia splendente, appassionata ed eterna» - Platone




Ancora una volta gli eventi drammatici del mondo non possono essere tenuti lontani né dalla mia mente né dal mio piccolo spazio di espressione privato. E questa volta voglio ricordare un evento emblematico nella sua tristezza, il simbolo di quello che stiamo vivendo : il concerto di addio dell’ Orchestra Sinfonica Nazionale Greca e il Coro di Ert, la televisione pubblica del Paese appena chiusa. Dopo settantacinque anni di storia e di musica, le lacrime e poi il silenzio. L’ultimo concerto si è svolto venerdì sera al Radiomegaro di Agia Paraskevi, la sede dell’ex tv di Stato davanti alla quale si è radunata una folla impressionante per rendere omaggio ai musicisti e alla Grecia stessa, un paese umiliato e in ginocchio.  Un’orchestra che, come entità, è il simbolo di tutto un mondo fatto di cultura e di valori che viene distrutto, e che, come insieme di persone, rappresenta la fine di un gruppo di artisti che alla musica aveva dedicato la propria vita, anni e anni di studio fin dall’infanzia, anni di successi e di sconfitte, di dolori e di emozioni coronati dalla gioia di poter dire a se stessi e alle famiglie che li avevano appoggiati e sostenuti “Ce l’ho fatta! Sono entrato”, per poi finire così, da un giorno all'altro  nella miseria, nella disillusione e nella disperazione del sentirsi dire da un’autorità arbitraria “Quello che hai fatto, quello in cui hai creduto, è stato tutto inutile”. E così l’orchestra sinfonica nazionale viene chiusa da un freddo comunicato governativo, viene chiusa per risparmiare, viene buttata via come un giocattolo rotto. Non c’è più lavoro, non c’è più musica. 

Questo non è il luogo per commentare lo scandalo della chiusura di un’emittente televisiva pubblica, evento che ci trasporta in un universo parallelo orwelliano, e certo nel mondo ci sono drammi e violenze peggiori, ma anche questa è una violenza, sebbene di natura diversa, una violenza che, insieme alla musica, toglie agli esseri umani la voce, i sogni, il cuore, il passato, la speranza. Anche Nietzsche diceva che «la musica non è un’arte, ma una categoria dello spirito umano». Le immagini parlano da sole : è impossibile restare indifferenti di fronte alla violinista bionda che, in una pausa, accarezza il suo strumento, ai musicisti e i coristi in lacrime, che cercano di farsi coraggio e continuano a suonare con fierezza e commozione l’inno nazionale quasi fosse un requiem. 
E guardando queste immagini non si può non avvertire nella parte più profonda di noi stessi, nella nostra memoria storica, emotiva e collettiva, un senso inesprimibile di sacrilegio e di profanazione, di offesa e di insulto imperdonabile ai nostri dei, la distruzione dell’Olimpo, l’ineluttabile  Götterdämmerung che precede il caos e la distruzione. Per quanto ne sappiamo, la musica come arte e teoria è nata in Grecia, come le altre arti, la filosofia, la democrazia… e dopo questo colpo mortale inferto a una delle Muse nella sua terra d’origine, ci si chiede che ne sarà delle altre e si avverte un senso di allarme atavico e inconscio, l’incombenza di un pericolo antichissimo e ancora attuale: hanno colpito la Grecia, Apollo, le Muse, la madrepatria, quella che ci ha creato, che ci ha dato le parole, il pensiero e l’anima, i Persiani sono di nuovo sull'Acropoli  la peste si è abbattuta di nuovo su Atene, i barbari dilagano, il Partenone è stato distrutto, la scuola Neoplatonica di Atene è stata chiusa dall’Imperatore… e il dolore e l’inquietudine che sentiamo e da cui non riusciamo a liberarci vanno oltre il fatto in sé : il nostro istinto, l’istinto dell’animale spaventato, sa bene che questo, ora come allora, è il segno che la fine del mondo come lo conosciamo ci avvicina, il segno della fine di un’epoca dopo la quale cambierà tutto. 

Ma la Grecia è già finita una volta e, proprio da quel mondo magico che oggi vive solo nei reperti e nei testi che ci ha regalato, attraverso i millenni ci giunge dal II secolo a.C. un segnale di consolazione : l’Epitaffio di Sicilo, poche note e poche parole incise su una tomba e importanti come poche altre parole e poche altre note al mondo, in quanto unico brano musicale sopravvissuto del repertorio musicale della Grecia antica :
Ὅσον ζῇς, φαίνοὺ·
μηδὲν ὅλως σὺ λυποὺ· πρὸς ὀλίγον ἐστὶ τὸ ζῆν. τὸ τέλος ὁ χρόνος ἀπαιτεῖ. 
«Finché vivi, splendi, non affliggerti per nulla: la vita è breve e il Tempo esige il suo tributo»      
 Questa è l’antica saggezza che ha animato i musicisti greci nel loro ultimo concerto, ed è questo messaggio di vita posto migliaia di anni fa su una tomba a dover guidare tutti noi nei millenni futuri.
                                                                                          

giovedì 6 giugno 2013

Memories of a public square - Orhan Pamuk



PREMESSA : questo blog non si occupa né si occuperà mai di politica, né internazionale né, peggio, nazionale. Da un lato non penso che sia questo il luogo per sbandierare le mie opinioni, dall'altro spero che siano indirettamente evidenti attraverso tutto  quello che scrivo. Ma in questi giorni sento che sarebbe veramente superficiale e irresponsabile non approfittare di un qualsiasi, minimo spazio pubblico per fare almeno un minimo accenno a quello che sta succedendo in Turchia. Perciò, dal momento che questo è un blog letterario, lascio la parola al più grande scrittore turco contemporaneo, Orhan Pamuk, premio Nobel 2006, che in romanzi come Istanbul, Il museo dell’innocenza e La casa del silenzio ci ha offerto un immagine insieme realistica e fiabesca della Turchia. 

In order to make sense of the protests Taksim Square, in Istanbul, this week, and to understand those brave people who are out on the street, fighting against the police and choking on tear gas, I’d like to share a personal story. In my memoir, “Istanbul,” I wrote about how my whole family used to live in the flats that made up the Pamuk apartment block, in Nişantaşı. In front of this building stood a fifty-year-old chestnut tree, which is thankfully still there. In 1957, the municipality decided to cut the tree down in order to widen the street. The presumptuous bureaucrats and authoritarian governors ignored the neighborhood’s opposition. When the time came for the tree to be cut down, our family spent the whole day and night out on the street, taking turns guarding it. In this way, we not only protected our tree but also created a shared memory, which the whole family still looks back on with pleasure, and which binds us all together.
Today, Taksim Square is Istanbul’s chestnut tree. I’ve been living in Istanbul for sixty years, and I cannot imagine that there is a single inhabitant of this city who does not have at least one memory connected to Taksim Square. In the nineteen-thirties, the old artillery barracks, which the government now wants to convert into a shopping mall, contained a small football stadium that hosted official matches. The famous club Taksim Gazino, which was the center of Istanbul night life in the nineteen-forties and fifties, stood on a corner of Gezi Park. Later, buildings were demolished, trees were cut down, new trees were planted, and a row of shops and Istanbul’s most famous art gallery were set up along one side of the park. In the nineteen-sixties, I used to dream of becoming a painter and displaying my work at this gallery. In the seventies, the square was home to enthusiastic celebrations of Labor Day, led by leftist trade unions and N.G.O.s; for a time, I took part in these gatherings. (In 1977, forty-two people were killed in an outburst of provoked violence and the chaos that followed.) In my youth, I watched with curiosity and pleasure as all manner of political parties—right wing and left wing, nationalists, conservatives, socialists, and social democrats—held rallies in Taksim.
This year, the government banned Labor Day celebrations in the square. As for the barracks, everyone in Istanbul knew that they were going to end up as a shopping mall in the only green space left in the city center. Making such significant changes to a square and a park that cradle the memories of millions without consulting the people of Istanbul first was a grave mistake by the Erdoğan Administration. This insensitive attitude clearly reflects the government’s drift toward authoritarianism. (Turkey’s human-rights record is now worse than it has been in a decade.) But it fills me with hope and confidence to see that the people of Istanbul will not relinquish their right to hold political demonstrations in Taksim Square—or relinquish their memories—without a fight.
 Translated by Ekin Oklap.

venerdì 31 maggio 2013

Bella ciao

«Quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre…»



Oggi l’Italia saluta Franca Rame, una donna eccezionale e anticonformista, donna «di lotta e di teatro», una figura unica non solo nel panorama teatrale e culturale, ma anche nell'impegno politico e civile, un’attrice e una femminista straordinaria, simbolo dell’emancipazione femminile e della battaglia per i diritti della donne, ma anche una moglie innamorata e una madre affettuosa, un esempio di dignità, di coraggio e di fierezza, che ha saputo sublimare la lotta per gli ideali in cui credeva e le prove e le umiliazioni più tragiche in una vita dedicata alla passione, al teatro, all'amore e all'arte, un’intellettuale di tutto rispetto, ma anche una donna elegante, vistosa e affascinante. Il suo personaggio, la sua figura di attrice e di attivista politica, ha in parte segnato il panorama culturale e politico del dopoguerra italiano e, purtroppo, anche la cronaca, a causa del prezzo drammatico e altissimo pagato da una donna bellissima, intelligente e coraggiosa come lei per il suo impegno e la sua notorietà. 

Milano e l’Italia in questi giorni le hanno reso omaggio al Piccolo Teatro, proprio dove iniziò il suo cammino artistico con Dario Fo, davanti al quale sono state affisse le locandine dei loro spettacoli andati in scena allo Strehler, dove oggi si è tenuta una cerimonia laica alla quale hanno preso parte centinaia e centinaia di persone, personalità della politica e della cultura, rappresentanti del mondo dello spettacolo ma anche gente comune, soprattutto donne. Franca aveva scritto che al suo funerale avrebbe voluto tante donne vestite di rosso e Bella ciao come musica e il suo desiderio è stato accontentato in una cerimonia commovente e toccante. Dario Fo, il figlio Jacopo e la nipote hanno ricevuto le condoglianze con una sciarpa rossa, come era rosso lo scialle posto sulla bara, e hanno ricordata Franca con discorsi che rendevano giustizia alla sua vita eccezionale. Così l’ha salutata il marito : «C'è una regola antica nel teatro: quando è concluso non c'è bisogno che tu dica altra parola, saluta e pensa che quella gente se tu l'hai accontentata nei sentimenti e nel pensiero ti sarà riconoscente: ciao». Il figlio Jacopo invece ha detto parole molto vere, che riassumono la vita di sua madre dando una lezione a chi ha fomentato le polemiche dei giorni scorsi : « Mia madre mi diceva: Dio c'è, ed è comunista ed è anche femmina. Questo mondo lo cambieremo […] Qualcuno ha parlato della bellezza di mia madre. Mia madre rompeva i coglioni, ed era intollerabile per qualcuno che una donna bella dicesse no». Dolci, nei giorni scorsi, sono state anche le parole di Dario Fo all’osservazione che di donne come Franca ce ne vorrebbero tante : «A me ne basterebbe una». «Non è vero che essere in tanti a soffrire è un conforto» ha aggiunto.

Nata a Parabiago nel 1929, Franca Rame comincia la sua carriera teatrale partecipando da neonata agli spettacoli teatrali delle famiglia, una dinastia di attori itineranti. È Franca stessa a parlarci della sua vita su Il fatto quotidiano : «Sono nata in una famiglia con antiche tradizioni teatrali, maggiormente legate al teatro dei burattini e delle marionette. Ho debuttato nel mondo dello spettacolo appena nata e nel 1950, assieme ad una delle sorelle, ho lavorato nella rivista con Marcello Marchesi. Nel 1954 ho sposato Dario Fo, con cui quattro anni dopo, ho fondato la Compagnia Dario Fo-Franca Rame. Nel 1968, sempre al fianco di Dario, ho abbracciato l’utopia sessantottina fondando il collettivo ‘Nuova scena’ dal quale, dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso, mi sono separata per divergenze politico-ideologiche insieme a Dario: ciò porterà alla nascita di un altro gruppo di lavoro, detto ‘La comune’, con cui ho interpretato spettacoli di satira e di controinformazione politica anche molto feroci. Sempre con Dario ho sostenuto l’organizzazione ‘Soccorso rosso militante’. A partire dalla fine degli anni ’70, ho partecipato al movimento femminista e ho iniziato a interpretare testi di mia composizione. Nel 1971 ho sottoscritto l’appello pubblicato sul settimanale L’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi. Nel marzo del 1973, sono stata rapita da esponenti dell’estrema destra e ho subito ogni tipo di violenza. Il reato contestato ai miei aguzzini è andato in prescrizione».
 Emergono le tappe principali della sua esistenza, a cominciare dall’incontro e dal matrimonio con Dario Fo, unione non solo privata, ma anche artistica, politica e intellettuale che li ha resi protagonisti di molte pagine della storia italiana. Insieme, infatti, si impegnano nel clima politico del ’68 e fondarono il collettivo Nuova Scena e poi, con una scelta ancora più radicale, La Comune, dando un’impronta innovativa al panorama culturale italiano con i loro spettacoli di satira e di controinformazione, come Morte accidentale di un anarchico, acclamati dalla critica e dal pubblico intellettuale ma oggetto di critiche e polemiche. Attraverso il contatto con il movimento femminista, nel quale Franca Rame milita a partire dagli anni ’70, si emancipa inoltre dalla personalità del marito e comincia a scrivere e rappresentare da sola i suoi testi, incentrati soprattutto sul ruolo della donna, come Parliamo di donne, L'eroina e La donna grassa. Con il marito comunque non smise di prendere parte a polemiche e battaglie civili, sostenendo l'organizzazione Soccorso Rosso Militante nelle carceri ed esponendosi sul caso Pinelli sottoscrivendo la lettera aperta a L'Espresso. E questo impegno lo pagò carissimo. Il 9 marzo del 1973 fu sequestrata da cinque neofascisti, fatta salire a forza su un camioncino e violentata e seviziata per ore. Questo spregevole atto di vendetta, farla pagare alla compagna di Dario Fo, fu stato pianificato negli ambienti di estrema destra, ispirato ed eseguito, secondo la testimonianza di alcuni neofascisti, da alcuni ufficiali dei carabinieri e derivante da «una volontà molto superiore», tanto che l’allora presidente della Repubblica, Scalfaro, presentò pubbliche scuse.
Nessuno dei colpevoli è stato condannato, perché il reato, immediatamente e coraggiosamente denunciato, attraverso indagini sempre sviate e ritardate, è caduto in prescrizione. «Evidentemente», spiegò Franca Rame in seguito «cercavano di convincermi a non fare più della mia professione, il teatro, uno scenario per parlare di politica». Ma questo tentativo crudele fallì, perché già due anni dopo Franca Rame fu in grado di affrontare ed esorcizzare il dolore di quella terribile esperienza scrivendo e recitando il monologo Lo stupro, nel quale ha avuto il coraggio di mettere in scena se stessa e la sua umiliazione, anche se rivelò solo nell’87 che era il racconto, crudo e realistico, della sua tragedia personale.  Il suo scopo era difendere le donne che avevano subito la sua stessa violenza e denunciare il loro dramma : come vediamo, nonostante il tentativo intimidatorio, non riuscirono a farla desistere dal suo impegno artistico, civile e umano. Dalla sua tragedia personale passò a rappresentare la tragedia di tutte le donne, raccontando non solo il dramma della violenza in sé, ma anche le umiliazioni che le donne sono costrette a subire perfino nel momento della denuncia.  Nel suo sito non mancava mai di intervenire a proposito degli stupri balzati agli onori della cronaca perché, scriveva, «solo un secolo fa lo stupro veniva quasi censurato e la pena giudiziaria per chi faceva violenza alle femmine era quasi aleatoria». Franca Rame fu infatti la prima a parlare in teatro di argomenti spinosi e complessi come la percezione in bilico fra sacro e profano della donne, della parità fra sessi e della sessualità femminile. È proprio per questo che lei, attraverso la sua maschera di attrice, ha messo in scena il suo dramma, ritenendo che il teatro, attraverso la visione scenica, dovesse mettere in scena anche realtà scabrose e dolorose.
 Questa è sempre stata la concezione del teatro sua e di Dario Fo, che consideravano la scena teatrale, con tutti i suoi risvolti di partecipazione emotiva e collettiva, come mezzo comunicativo e luogo privilegiato per esercitare un impegno pubblico e personale, come strumento di lotta e di denuncia e come espressione viva e in continua evoluzione delle loro idee. Il loro modo di fare teatro era proprio questo : creare un canale di comunicazione fra il palcoscenico e la realtà, da un mettendo in scena apertamente il reale in tutti i suoi orrori, e dall'altro creando magia e poesia nel mondo. Il suo, come ha commentato Dacia Maraini, era un teatro «comico ma allo stesso tempo critico nei confronti della società».
Lei e Dario Fo sono rimasti insieme per quasi sessant'anni  un amore durato tutta la vita, una relazione lunghissima, con lati e bassi, un matrimonio che nel momento peggiore è stato salvato e rifondato dal loro sodalizio artistico e ricapitolata da Franca sul suo blog nella Lettera d'amore a Dario, il difficile rapporto con un premio Nobel marito e compagno di vita e di arte del quale Franca una volta ha detto con affetto «Dario è un po’ palloso, ma io gli voglio bene!». Contrariamente all'opinione comune, Franca Rame non è stata solo la musa ispiratrice e la fedele collaboratrice e compagna di Dario Fo, ma ha sempre rivendicato la sua autonomia artistica e creativa che, nel 1999, ha portato anche lei  ricevere la laurea honoris causa da parte dell'Università di Wolverhampton.

Delle sue opere più recenti non si può non menzionare Tutta casa, letto e chiesa, una serie di monologhi in cui mette in scena figure di donna diverse, complesse e originali, contemporanee, come la “mamma fricchettona”, o tratte dal immaginario mitologico collettivo, come la sua straordinaria Medea. Inoltre ha pubblicato un’autobiografia, Una vita all'improvviso, scritta con Dario Fo, e loro due insieme, nel 2011 – 2012, avevano riportato sulla scena la loro opera più conosciuta, Mistero buffo.


Il suo impegno politico la portò nel 2006 a candidarsi al Senato nell’Idv, a causa dei toni di critica più radicali di questo partito. Fu eletta senatrice e fu proposta come presidente della Repubblica ma dopo due anni diede le dimissioni affermando di capire e di rispettare il Parlamento ma di non condividerne gli orientamenti governativi di un’istituzione che urtava la sua onestà e la sua concretezza. Il suo ultimo gesto politico risale al 16 gennaio scorso, quando ne Il fatto quotidiano chiese ai dirigenti del PD di dichiarare ineleggibili gli impresentabili, gli indagati e i portatori di conflitti di interesse. Inoltre per tutta la vita si è dedicata a sensibilizzare l’opinione pubblica verso i reati contro le donne, argomento quanto mai di attualità in un periodo come il nostro, in cui il femminicidio è ormai diventato una tragedia sempre presente.


Come donna a come personaggio pubblico, insieme al marito ha rappresentato un’epoca unica, simbolo di una generazione che ora non esiste più, quella generazione cresciuta fra lotte politiche e proteste, gli anni duri della contestazione, della militanza attiva sempre in prima linea, nella consapevolezza di poter tramutare i propri ideali e il proprio impegno personale in un impegno collettivo e concreto e di poter considerare la politica come un modo di realizzare se stessi. La sua vita è stata un’ avventura straordinaria, umana e artistica, una sfida continua, e la  sua integrità, la sua forza, il suo coraggio e la sua coerenza devono restare un esempio per ogni donna.

martedì 28 maggio 2013

Pianoterra - Erri De Luca

«Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine»


Tutti sanno che non leggo romanzi italiani. Lo faccio solo quando ci sono costretta e solo per farli a pezz… stroncarli! Ma naturalmente faccio eccezione per le regioni del Sud, ogni abitante delle quali è dotato di quella fantasia, di quell'immaginazione  di quell'originalità e di quell'approccio magico e creativo all'esistenza che alla letteratura italiana ufficiale, sia classica che contemporanea, manca. E parlando di letteratura contemporanea del Sud non posso non partire dal mio concittadino, Erri De Luca, la cui prosa poetica e la cui visione insieme realistica e fiabesca del mondo rendono i suoi libri una lettura profonda e semplice. 

Questo libretto in un centinaio di pagine cela un preziosissimo tesoro di stile - la lingua di De Luca è musica, una sinfonia la cui armonia non annulla però tensione intellettuale e che ne sottolinea invece con grazie ironia e arguzia- e di immensa profondità e amarezza di contenuti. Un libro che parla alla parte migliore di noi, che consola ma che nello stesso tempo ci fa sentire soli e alla fine che ci fa sorridere con dolcezza e rimpianto.

Il libro è composto da 27 brani - che i ricordi e i racconti personali non permettono di definire saggi - dagli argomenti vari, mostrati da un punto di vista che si colloca “al pianoterra “. Il titolo è infatti così spiegato dall'autore : “Pianoterra è il mio punto di vista sul mondo, uno fra gli altri che non chiede permesso per vedere più da vicino e che non può sollevarsi più in alto della punta delle proprie scarpe. È una mezza enciclica rivolta a una stanza di amici che mi ospitano tra loro come un nonno randagio”.

Nella sua “sbirciata non panoramica del mondo” l’autore affronta temi drammatici e scottanti. Commoventi e sentiti a i capitoli sulla guerra in Bosnia, quando Belgrado viene bombardata dalla Nato, guerra da lui vissuta in prima persona, perché vi si reca come conducente di convogli umanitari destinati alla popolazione bosniaca, cioè come fa chi davvero è interessato alla sorte di un’altra nazione, non come i soldati, che sono solo fanatici assassini. E a Belgrado scriveva nella città distrutta durante le notti di bombardamenti , senza falsi pietismi ma con interesse e affetto per una popolazione tanto provata dalla miseria e dalla rabbia. Toccanti anche i capitoli sulle condizioni tragiche degli immigrati, dei quali diventiamo “persecutori e carcerieri”, senza renderci conto che vengono da luoghi in cui hanno visto cose che la nostra mente non può nemmeno concepire, che non riusciamo ad accogliere e a proteggere e ai quali non vogliamo e non siamo in grado di donare nemmeno la nostra lingua.

Sono affrontati anche i problemi del Meridione, gli anni della lotta politica, gli esperimenti sugli animali, la Guerra Fredda... Questi capitoli trovano il filo conduttore nella critica a chi ha scelto di accontentarsi della versione ufficiale dei fatti, a chi si consola nelle confortanti certezze del mondo e nell'indifferenza a tutto ciò che increspa problematicamente questa artificiosa superficie di calma, a chi si nasconde nell'ipocrisia della falsa pietà. Una delle riflessioni più toccanti è infatti proprio sul concetto di pietà : “Mi capita regolarmente di essere spietato. Tutte le volte che vengo esortato da un imbonitore di pietà : il bambino malato, servito caldo di dolore nell'ora di massimo ascolto, la voce sobria ma accorata che guarnisce l’immagine : dietro fa capolino il compiaciuto cuoco del programma che fa della pietà una pietanza. All'intimazione di commuovermi oppongo un rifiuto intrattabile […] Non si può persuadere qualcuno a provare una pietà […] Pietà è un gesto accidentale non una virtù permanente. Ha bisogno di occasione e di prossimità : posso provarla per una bestia o per una creatura umana purché cada sotto i miei sensi poco vigili, nel mio minimo raggio. Riesco ad aver pietà solo per il prossimo, che non è la larga umanità remota che si intende oggi con questo termine, ma il suo contrario, il superlativo della parola “vicino”, il vicinissimo, l’estraneo che inciampa un passo avanti a me. Tentare un gesto di simpatia di soccorso diventa allora urgente e mi sento responsabile di colpa se non agisco da pronto. Pietà è rispondere presto a un affanno, è velocità di riflessi del cuore. La poca pietà che conosco sente e vede bene da vicino, male da lontano”.

La generica pietà della società non è invece altro che un voler chiudere gli occhi davanti alla realtà del mondo e dell’Italia moderna, retrograda e imbarazzante nella sua superficialità e ignoranza e ingiustizia, nei suoi triti luoghi comuni che altro non sono che espressione di una crudeltà che è figli di chiusura e indifferenza, un paese che è solo una tragicomica farsa in cui i politici sono marionette – “tutti vogliono compiacere il pubblico, riscuotere l’applauso. È la democrazia allo stato sonoro : il popolo siede in platea, valuta, soppesa chi sia colui che dice meglio la sua battuta chiave : “La gente è stufa, la gente non ne può più!”. La marionetta sbatte la sua spada di latta sullo scudo e in platea risuona il battimano, parente dei barattoli vuoti” – e gli uomini alberi sottoposti a una giustizia indegna di questo nome: “vanno presi a verso, secondo fibra, allora non si torcono, spaccano, ma durano e sono buoni alluso  Se no, vanno bene per il fuoco. Le opere di giustizia, di magistratura, sono tagli. Spezzano la vita di un albero uomo […] Non vanno in verso di vena, non ne vogliono cavare un senso e un uso, vogliono tagliare e tagliano […] Non è distributiva la giustizia, è invece sorteggiata male, sempre nel fondovalle, dove è più facile il taglio”. Perfino “il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L'inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Più pratico è riportarlo in terra, dentro l'esistenza”.

Particolarmente toccanti sono i capitoli dedicati a Napoli, dichiarata dall’Onu patrimonio mondiale dell’umanità, capitoli che descrivono l’anima e l’incomprensibile, l’inspiegabile orgoglio di una città che lotta ogni giorno per conservare la propria dignità, una città in apparenza aperta e allegra, ma nel suo intimo chiusa, segreta, presa dal suo rapporto privilegiato con la morte, che apre a pochi il proprio cuore e che oppone al mondo secoli di regale, disperata indifferenza e di mortale orgoglio : “Non sarà il tiepido onore dell’Onu a farcela entrare”. Patrimonio lo si è già oppure non ci sono proclamazioni che tengano, perché “l’umanità non si lascia affibbiare patrimoni non strettamente necessari, non è avida ma scialacquatrice e ha volentieri mandato alla malora intere civiltà, popoli, religioni, lingue e loro capitali, borghi, sobborghi e agglomerati affini […]Sono nato in quel posto: i monumenti sporchi, gli intonaci screpolati dei palazzi antichi, la piena di spazzatura che straripava raggiungendo qualche volta i primi piani: questo non ha indebolito nei cittadini la coscienza di essere in un posto miracoloso del mondo […] Una città che è lì da migliaia di anni, scrollata dai terremoti, fertilizzata dalle ceneri delle eruzioni, fondata dalle più alte civiltà del Mediterraneo, capitale di regni, dovrebbe lusingarsi della doverosa improvvisazione di riconoscimento da una specie di WWF delle Nazioni Unite? È vero il contrario : Napoli non ha ancora riconosciuto l’Onu e non si lascia mettere in bocca delle caramelle dagli sconosciuti”. 

È invece con aperta amarezza che De Luca ricorda gli anni della lotta politica, quella “generazione che aveva imparato a battersi nella pubblica via”, quei giovani che consideravano una questione personale quello che accadeva nel mondo, l’Irlanda, il Cile e l’America Latina, il Vietnam, il Sudafrica… Anni sprecati, inutili, buttati, sangue di studenti e operai versato per niente, lotte che in qualunque altro paese avrebbero portato alla democrazia e che invece qui si sono conclusi nella più bieca delle dittature, in un incubo orwelliano. Quelle pagine avrei potuto averle scritte io tanto ne sono stata toccata. È per questo che personalmente, a parte gli autori napoletani, mi tengo lontana dalla storia e dalla letteratura italiana : so già come finiscono, è inutile interessarsene perché non hanno avuto nessun effetto positivo o vagamente interessante. Ed è anche per questo, non per una sorta di vuoto e sterile patriottismo, che mi sento vicina agli autori napoletani, alla folle città, “vecchia regina esilarante e spaventosa”, leopardiana “madre è di parto e di voler matrigna” che nelle sue particolarità, nella sua vita che altro non è che “ragionevole attesa di un’Apocalisse”, attraverso la sua crudeltà e la sua generosità, nei suoi inferni e nei suoi paradisi, ci ha fatto “avere un conto aperto con la sopravvivenza […] parte dell’educazione sentimentale di ogni nuova cucciolata della nostra specie”.

I giovani moderni tipici invece per lo più : “sono versati nel presente, infastiditi dal passato come dei nuovi ricchi che vogliono nascondere una povertà d’origine […] Nuotano in superficie e a vista della costa, indifferenti ai fondali, all'abisso che regge in controspinta la loro leggerezza. Seguono gli oroscopi e la meteorologia. A volte pensano che viaggiano meglio di me, altre volte penso che vanno come plancton in bocca alla balena”. Anche quelli che si spacciano per colti e impegnati a loro volta si limitano a “concentrarsi sul deterioramento dell'ambiente, sui grafici di contaminazione delle acque e della ionosfera, ma molti accidenti con diverse scadenze di collasso non fanno una catastrofe. Quando si lamentano di una certa mancanza di prospettive, sento che manca loro soprattutto la rispettabile aspettativa, degna della persona umana, di esser cancellata in blocco dalla faccia della terra”.

Un altro capitolo meraviglioso è quello intitolato Appigli, che parla di scalare una montagna in “solitaria integrale” come metafora dell’affrontare la vita : “La vetta non è lo scopo, solo un termine. Si guarda appena il giro d’orizzonte, poi via di nuovo nelle discese, a volte difficili quanto le salite. A sera si pensa agli appigli, agli strapiombi superati, non al panorama. Si scala solo per il desiderio di percorrere una linea verticale […] c’è un punto di non ritorno, lo si può sentire dopo averlo varcato. D’improvviso la libertà : slegamenti di nervi, briglia e morso caduto, non ero più legato alla partenza né promesso a un arrivo […] Sapevo di me che ero vivo, agile, attento. Quando la vista dell’ultimo passaggio comparve in alto con evidenza ebbi una scossa, un brivido di paura. L’arrivo incombeva e mi legava di nuovo a un termine, come la partenza. Lo capii e non potei farci niente, dovevo tenermi quella tensione […] Provai a fermarmi, riconciliarmi con il vuoto della parete, ma i piedi sui piccoli appoggi s’indolenzirono. Ripartii con furia e gli ultimi passaggi furono solo strappi e gesti bruschi, violenti […] Ora so che la partenza e l’arrivo sono due pretesti e un solo ingombro. Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine”. La scalata solitaria, l’impossibilità di fermarsi, il desiderio di sfidarsi, di andare sempre più in alto, di non fermarsi ma portare le proprie forze allo stremo, sfinirsi di sfida e libertà, alla luce degli altri capitoli diventano metafora di un programma di vita umana e intellettuale, del desiderio di non lasciarsi vivere passivamente, di non lasciarsi andare alle comode lusinghe di un’esistenza vita facile, benché insulsa e vuota, ma di mantenere il coraggio delle proprie scelte, nonostante la durezza del compito che ci si è preposti - vivere, non di limitarsi a respirare - la lucidità del proprio impegno, la coerenza e l’onesta, la capacità di non accontentarsi delle illusioni in cui si cullano gli altri, la continua, dolorosa ricerca della verità di chi coscientemente sceglie di cercare soffrendo, di chi si vota all’inquietudine, al rifiuto delle verità precostituite, delle false certezze, delle panacee delle vita, in una continua sfida con il mondo e con se stessi, sfida che è libertà, ma anche solitudine.

giovedì 18 aprile 2013

Neve sottile - Junichiro Tanizaki


«Il tempo passava, i ciliegi cominciavano a fiorire»




 Questo è il primo romanzo di Tanizaki che ho letto e devo dire che ne sono rimasta piacevolmente colpita : più che un romanzo, dal momento che nella struttura conserva la sua originaria struttura a puntate, al primo impatto mi è sembrato come un lungo dorama o manga, uno di quei bei manga lunghissimi e pieni di personaggi e di comparse, un josei o uno slice of life anni ’40. È un romanzo lungo, intessuto di dettagli e di eventi, che si legge senza fretta, godendosi la vita quotidiana dei personaggi e la loro compagnia. Al di là dei paragoni con il mondo moderno, Neve sottile è un romanzo corale e una saga familiare raccontata dal punto di vista femminile. Le protagoniste sono infatti le quattro sorelle Makioka, Tsuruko, Sachiko, Yukiko e Taeko, che ricordano un po’ le Piccole donne, un po’ le sorelle Bennet di Orgoglio e pregiudizio : come nel romanzo della Alcott, abbiamo quattro sorelle molto unite fra di loro, che vivono in un mondo tutto loro, fatto dei loro ricordi e dei loro  rituali quotidiani mentre, come in Jane Austen, grandissima importanza è data alla ricerca di un marito e di un matrimonio conveniente per le due sorelle ancora nubili, Yukiko e Taeko. Inoltre, sebbene il punto di vista sia quello femminile delle quattro sorelle, la tematica principale del romanzo è la decadenza della famiglia Makioka, la descrizione della quale, nei suoi accenni quotidiani e malinconici, non può non riportare all’atmosfera dei Buddenbrook di Mann.

Le vicende editoriali di questo romanzo sono particolari e risentono sia del periodo che della mentalità giapponese. La pubblicazione cominciò nel 1942 durante la guerra (gli eventi narrati vanno dal 1938 al 1941) ma fu presto bloccata governo per lo scarso patriottismo espresso dallo scrittore e per la quasi nulla rilevanza data alle vicende della guerra allora in corso. Il romanzo, così individualistico e disimpegnato, fu giudicato incompatibile con il clima di guerra e di nazionalismo. La pubblicazione integrale fu autorizzata nel 1948, durante l’occupazione americana, proprio per la sua mancanza di nazionalismo.
Sappiamo inoltre che Tanizaki scrisse Neve Sottile dopo aver tradotto il Genji in giapponese moderno e dal capolavoro della letteratura giapponese è stato evidentemente influenzato nella raffigurazione della famiglia Makioka in tutte le sue ramificazioni e nell'approfondimento psicologico dei personaggi.


Ci troviamo dunque ad Osaka, alla fine degli ’30. L’antica famiglia Makioka, rispettata e conosciuta, dal passato di splendori nobiliari e di ricchezza, si è divisa nella “casa principale” di Tokyo, cioè la famiglia della sorella maggiore, Tsuruko, e di suo marito Tatsuo, che ne ha preso il cognome, con i loro sei figli, e la “casa secondaria”, cioè la famiglia di Sachiko e di suo marito Teinosuke, con i quali vivono la loro unica figlia Etsuko e la sorelle minori, Yukiko e Taeko. Sebbene quest’ultima, la sorella minore, abbia già un fidanzato con il quale, a diciotto anni, aveva provato a fuggire, e che ancora la aspetta, secondo le convenzioni sociali e familiari non può sposarsi prima della sorella maggiore, e quindi tutti gli sforzi della famiglia si concentrano nel cercare di combinare un matrimonio per Yukiko. Il fatto che la ragazza fosse arrivata quasi a trent'anni senza essersi ancora sposata non era tanto un problema suo personale, ma un disonore per la famiglia, che temeva che l’opinione pubblica l’accusasse di non essersi adoperata abbastanza per il futuro di Yukiko. Fin dall'inizio è quindi introdotto quello che è un po’ il tormentone del romanzo, la serie di miai, di incontri a scopo matrimoniale, ai quali si sottopongono Yukiko e l’intera famiglia con tutta una serie di uomini presentati da amici e parenti, un interessantissimo campionario di tipi umani - il tizio già fidanzato, il vedovo con prole, il vedovo con in casa un altare con le foto della moglie e dei figli morti, il tipo che parla da solo - in un costante scambio di notizie e pareri con la casa principale, alla quale competono tutte le decisioni e che, come si vede anche in altri momenti del romanzo, è tenuta a dare la sua approvazione a ogni decisione presa dalla casa secondaria e dalle sorelle più giovani.

Al di fuori di questo, la narrazione, più che dagli eventi – che comunque non mancano – è scandita dal succedersi delle stagioni e degli eventi domestici, quotidiani e casalinghi che dà origine a un romanzo fatto di piccoli e grandi eventi che si succedono con realismo e naturalezza. Leggendo non si ha l’impressione di seguire una trama vera e propria, ma di assistere,  attraverso descrizioni dettagliate di un realismo quasi fotografico, a una serie di eventi domestici e quotidiani determinati dal caso o da coincidenze e che tutti insieme formano un flusso narrativo che ci consente una full immersion nella vita quotidiana della borghesia giapponese degli anni ’40 e ci fa muovere fra tutti i possibili eventi della vita di una famiglia : le cerimonie, i pettegolezzi con la parrucchiera, la necessità di accompagnare Etsuko a scuola e aiutarla a fare i compiti, le lezioni di francese, i pomeriggi al cinema a vedere film europei, i concerti di musica tradizionale, i drammi Nō ascoltati alla radio, i tè con i vicini, l’inondazione, la scarlattina di Etsuko, la malattia di Itakura, gli spettacoli di Taeko, i rapporti amichevoli con gli Sotlz, i vicini di casa tedeschi,  
il tifone, l’aborto spontaneo di Sachiko e la gravidanza di Taeko, il trasloco a Tokyo di Tsuruko, le difficoltà di Frau Stolz con le cameriere giapponesi, le gite in campagna o sul Fuji, i ristoranti, i giochi di Etsuko con l’amichetta tedesca Rosemarie, le medicine che le sorelle usano, i colori dei loro kimono o i modelli dei loro abitini occidentali, copiati da Vogue, le marche dei loro cosmetici, l’arredamento delle stanze e dei ristoranti, le ricette, i cinegiornali, le macchine fotografiche, la permanente al salone di bellezza Shiseido,  i viaggi in treno, il Festival della Primavera a Nara, la musica del koto, le vacanze, l’etichetta che regola perfino i rapporti fra parenti stretti, le riviste di moda, le lezioni di danza, gli spettacoli di kabuki, le superstizioni, le lettere, gli haiku e i disegni che i membri della famiglia si scambiano, le telefonate, i giocattoli e le bambole di Etsuko, gli hanami, la caccia alle lucciole, le danze tradizionali di Taeko, gli esercizi al pianoforte, Etsuko che disturba i vicini con il volume troppo alto del fonografo, il disagio che le sorelle provano quando vanno a Tokyo, dove si sentono delle provinciali e si vergognano del loro accento di Osaka… tutti questi dettagli danno origine a pagine da un lato liriche e poetiche, dall'altro piene di pettegolezzi e di dettagli quotidiani.Tipiche della sensibilità giapponese sono poi le descrizioni liriche della natura : un monastero di montagna nascosto fra gli aceri, i ruscelli nei giardini, le cicale, i boschi splendenti di lucciole, i fiori di ciliegio, i canali fra le risaie... Molto interessanti sono anche le descrizioni di Tokyo e Osaka negli anni ’40, un mondo scomparso dopo la guerra, e ancora più interessanti sono i commenti dei personaggi e i loro ricordi su quelle stesse città prima del terremoto. Per esempio, mi è molto piaciuto leggere del trasloco di Tsuruko e della sua famiglia a Shibuya : per me questo quartiere è il cuore della moda alternativa di Tokyo, quello con le gals e migliaia di negozi, mentre negli anni ’40 la famiglia considera disonorevole doversi trasferire in un quartiere moderno, sconosciuto e poco prestigioso, quasi in campagna, con parchi, un solo rione con i negozi e pochi cinematografi, con case ordinarie appena costruite, piccole, senza giardino e dai muri sottili.


Il fulcro di tutto è la descrizione della vita di una famiglia sempre in bilico fra tradizione e modernità, fra oriente e l’influenza occidentale, un tema comune della letteratura giapponese (affrontato anche da Mishima per esempio) ma che qui è affrontato dal punto di vista femminile. Questa tematica non è però affrontata in modo eclatante ed esistenziale, ma in modo quotidiano, intimistico e borghese. Da questo punto di vista, anche se sono ambientati molto prima, il romanzo  ricorda molto i manga di Waki Yamato.

Il romanzo a prima vista non affronta grandi tematiche filosofiche o esistenziali ma, sotto questa apparente superficialità dei fatti narrati, il grande merito artistico di Tanizaki è essere riuscito a rappresentare l’universale attraverso il particolare. Così anche le descrizioni dettagliatissime di abiti, stanze, ristoranti, giardini, passeggiate, quadri e gioielli dà come risultata la rappresentazione della fragile ed eterea bellezza di un mondo che sta per scomparire e di cui, di fronte alla fine incombente, ogni dettaglio è preziosissimo.
Il fulcro del romanzo sono, ovviamente, le quattro sorelle, attraverso le quali queste tematiche ci vengono presentate. Ognuna di queste donne ha una sua personalità affascinante e piena di risvolti, personalità che noi lettori non arriveremo mai a conoscere del tutto, perché in genere le vediamo attraverso gli occhi degli altri personaggi, che hanno di loro una visione soggettiva, incompleta e, come avviene nel caso di Taeko, completamente falsata dall'affetto e dall'indulgenza.

La primogenita, Tsuruko, fra le sorelle è la più conservatrice, quella che più ricorda i passati splendori della famiglia e quella che più sente il dovere di rispettarne le tradizioni e mantenerne alto l’onore della famiglia, attitudine rafforzata dal fatto che suo marito Tatsuo, prendendo il cognome Makioka, è diventato il capofamiglia, colui che deve approvare ogni decisione presa dalle cognate. Paradossalmente, però, Tsuruko è anche quella costretta ai maggiori compromessi quando si trasferisce a Tokyo con la famiglia, in una casa moderna molto lontana dagli splendori della dimora di Osaka. Sensibile di natura, il suo carattere però è reso freddo e piuttosto scostante dalla sua posizione di primogenita e dalla sua lontananza fisica dalla famiglia, che quasi sempre la fa  sentire esclusa dal rapporto di consuetudine e confidenza delle sorelle, con le quali si trova in disaccordo su tutte le questioni importanti. Il suo rapporto con le sorelle è anche falsato dal fatto che Tsuruko si sente in dovere di ergersi a custode della tradizione e che quindi spesso deve scegliere fra il dovere e l’affetto che la lega alle sorelle. Infatti molto spesso la “casa principale”, cioè la famiglia di Tokyo, alla quale si deve rendere conto di ogni gesto e spesa, funge da antagonista.

Sachiko è la sorella a cui viene dato più spazio, quella dal punto di vista della quale vediamo la maggior parte degli avvenimenti. Fra le sorelle è la più sensibile e la più emotiva, la più bella e la più intelligente. Felicemente sposata, nonostante la maggiore sia Tsuruko è lei che ha le redini della famiglia e che riesce a mantenere l’armonia e l’affetto fra le altre sorelle. Deferente e sollecita verso la sorella maggiore, ha fatto da madre alle minori, alle quali è più legata che alla sua stessa figlia, e il suo scopo principale è vederle felicemente sposate. Per questo la sua vita trascorre nel cercare un marito a Yukiko e nel rimediare agli errori e agli scandali di Taeko, affinché questi non compromettano la reputazione della famiglia e i miai di Yukiko. Comprensiva e affettuosa, si sente responsabile nei confronti delle sorelle e cerca sempre di comprendere le loro azioni senza giudicarla. Dal punto di vista narrativo il ruolo principale si Sachiko è mediare fra la tradizione incarnata da Yukiko e la modernità incarnata da Taeko.

Yukiko è un personaggio difficile da capire e con cui all’inizio è difficile simpatizzare, perché rappresenta un esemplare perfetto di fiore di Yamato, la composta e riservata fanciulla giapponese esaltata dalla tradizione, timida, modesta e piena di grazia, ma apparentemente rigida e fuori dal mondo. La sua mancanza di personalità però è solo apparente : nonostante sembri fragile, quieta, malinconica, sottomessa e deferente nei confronti della famiglia, in realtà nessuno riesce
mai a farle fare qualcosa che non vuole, o a farle accettare un pretendente che non le piace. Fra l’altro Yukiko è del tutto indifferente al matrimonio, ma non vorrebbe altro che restare a casa a prendersi cura della famiglia. Sempre in kimono e obi, questa mite Beth giapponese è tanto timida da non riuscire nemmeno a parlare a telefono o a fare conversazione con degli sconosciuti neppure durante i miai, è morbosamente sensibile, tanto da offendersi persino per minime mancanze di riguardo all’etichetta e all’educazione, me è però la più forte, la più generosa,  quella che assiste durante la malattia sua nipote e Taeko senza timore di ammalarsi, con uno spirito di sacrificio quasi eroico, quella che generalmente resta ammutolita per la timidezza ma che, nei momenti difficili, riesce a prendere d’istinto le decisioni giuste, fidandosi della sua nobiltà d’animo e dell’affetto verso la famiglia. Inoltre è l’unica a tenere testa a Taeko, l’unica, come si scopre ,ad aver sempre saputo tutto la verità sulla sorella e a continuare, nonostante ciò, a trattarla con affetto, e l’unica che a un certo punto le chiede conto delle sue azioni e delle sue bugie, ma senza per questo mettere da parte il suo affetto per lei e il suo spirito di abnegazione


Taeko, come tutti i “cattivi”, è il personaggio più interessante del romanzo. Tipica “ragazza alla moda”, costretta dalle consuetudini a non sposarsi prima di Yukiko nonostante sia fidanzata da anni, pur mantenendo apparenze di perfetta correttezza lascia poco a poco emergere il suo carattere ribelle e intraprendente : molto emancipata, orgogliosa e sicura di sé, veste solo abiti occidentali all’ultima moda, fuma, si mantiene fabbricando e vestendo bambole tradizionali e aprendo una scuola per insegnare a farlo, progetta la sua indipendenza economica e soprattutto, senza ribellioni aperte e dichiarazioni di indipendenza, si arroga il diritto di scegliersi un partner da sola, scelta per la quale alla fine pagherà duramente. Allegra, sofisticata e sempre all’ultima moda europea, considerata a ragione il talento artistico di famiglia, uno spirito libero e una donna moderna che si mantiene da sola con il suo lavoro, nasconde accuratamente i retroscena della sua libertà e indipendenza che emergono drammaticamente solo alla fine. Comunque, anche nella versione censurata che arriva alle sue sorelle, i suoi rapporti con gli uomini – lo storico fidanzato Okubata, detto Kei-boy, Itakura, il fotografo che forse amava veramente e il barista che sposa alla fine – sono uno degli elementi di interesse del romanzo e contribuiscono a movimentare la trama con tutto il loro contorno di pettegolezzi e rivelazioni. Parte del suo fascino deriva dalla sua impassibilità, dalla sua capacità di apparire diligente, semplice, onesta, di essere allegra e spensierata nonostante i suoi segreti e la sua vita dissoluta, e dal fatto che non si capisca mai realmente cosa pensi e cosa provi, perché per la maggior parte dell’opera la vediamo attraverso gli occhi di Sachiko, che la giustifica e che, con ingenuità disarmante, crede a tutte le sue bugie e che non intuisce nulla di quello che era davvero la vita di sua sorella. A ogni modo, questo personaggio così affascinante, moderno e femminile, rappresenta la volontà di emancipazione femminile e quindi solo con la sua esistenza e con il suo occidentalismo rappresenta un pericolo per le regole sociali tradizionali sulle quali la famiglia Makioka basa la sua etica. Per questo, le sorti di Taeko sono fin dall'inizio legate a doppio filo a quelle di Yukiko, che quelle regole le incarna. Ogni volta che a Yukiko qualcosa va bene, involontariamente Taeko rischi di rovinare tutto, perché in un mondo in cui trionfa l’una, l’altra inesorabilmente perde, nella radicalizzazione di un conflitto che ancora segna la società giapponese.
A queste quattro piccole donne se ne aggiunge una quinta, la piccola Etsuko, figlia di Sachiko, che è ancora una bambina ma che già in casa occupa un posto importante per il suo carattere vivacissimo e malinconico. Bambina viziata, cresciuta in un mondo di soli adulti, a volta è una peste, ma quasi sempre è adorabile e sensibile, molto fantasiosa e, man mano che cresce, diventa sempre più matura e interessante.

Un altro personaggio molto piacevole è Teinosuke, il marito di Sachiko, che con la sua pazienza e la sua intelligenza risulta uno dei personaggi migliori, tanto che spesso fa da portavoce all’autore. Uomo sensibile ed educato, si trova la casa invaso dalle cognate, con tutto il loro trambusto di chiacchiere, vestiti, viaggi e fidanzamenti, e cerca di orientarsi in quel mondo di donne in modo da fare sempre la scelta giusta per la famiglia. La sua intelligenza è soprattutto dimostrata dal modo in cui riesce ad accettare che Sachiko è più legata alle sorelle che a lui e non intromettersi negli affari delle cognate, salvo poi essere sempre pronto a intervenire per aiutarle. Ad ogni modo lui e Sachiko sono una bella coppia affiatata, come prova la loro seconda luna di miele, quando finalmente li vediamo soli e non assediati dai problemi di famiglia. A lui si oppone Tatsuo, pater familias severo e tradizionalista, il tipico self made man che spesso è a disagio con la raffinatezza delle cognate. 

Fra personaggi maschili risaltano poi, ovviamente, i fidanzati di Taeko. Il primo, Kei-boy, finché lo vediamo attraverso gli occhi di Sachiko, ci sembra un debole,  il tipico figlio di famiglia ricco, nullafacente, viziato e scioperato, il dandy che ruba dalla gioielleria di famiglia per frequentare il quartiere delle geishe, e che quindi spinge Taeko, in vista di un futuro matrimonio, a lavorare per non dover dipendere da lui e che invece, scopriamo, era all'inizio un bravo ragazzo, una vittima di Taeko, alla quale fino alla fine perdona ricatti e tradimenti. Il migliore è Itakura, il fotografo che si era specializzato a Hollywood, l’unico che Taeko forse amava e un ragazzo con tutte le migliori qualità, ma che la famiglia e Kei-boy ostacolano perché era un inferiore, quasi un servo. Dopo che Itakura muore in modo tristissimo, per un po’ Taeko ritorna con Kei-boy, che poi, scopriamo, non aveva mai lasciato, ma alla fine lo molla definitivamente per Miyoshi, il barista, che alla fine Taeko sposa, allontanandosi definitivamente dal mondo delle sorelle.


Abbiamo poi una moltitudine di personaggi secondari, alcuni ricorrenti, altri che sono solo comparse, ma che contribuiscono a rendere il romanzo un microcosmo  variegato e un documento umano piacevole e importante. Frai personaggi ricorrenti abbiamo la signora Itani, la proprietaria dell’istituto di bellezza e sensale per hobby, fonte di pettegolezzi e notizie, sua figlia Mitsuyo, che scrive per una rivista femminile, la famiglia Kyrilenko, gli amici russi di Taeko, rifugiatisi in Giappone dopo la rivoluzione e impegnata a tenere a freno la scandalosa Katharina, che aspira a raggiungere l’ex marito e la figlia in Inghilterra, la signora Niu, un’amica di famiglia, la zia Tominaga, impicciona, invadente e severa con le ragazze, la signora Sugano, l’antipatica e altezzosa sorella di Tatsuo, Teruo e Hideo, i figli maggiori di Tsuruko, il dottor Kushida, il medico curante di famiglia, Saku, la maestra di danza, la signora Tamaki, la maestra di cucito, O-haru, la servetta comica e intrigante, sciatta e disordinata ma generosa e affettuosa, la vecchia governante di Okubata, Peter, il figlio adolescente degli Stolz, che romanticamente ha un debole per Etsuko e che è destinato alla Hitlerjugend.

Come detto, nonostante gli anni in cui è ambientato, la guerra non entra mai nel romanzo se non attraverso riferimenti sporadici e leggeri. Si avverte una generale atmosfera di preoccupazione, si accenna alle ristrettezze economiche e al regime di austerità imposti dallo sforzo bellico, i vicini di casa tedeschi ritornano in Germania e, nelle lettere che si scambiano con loro, i Makioka si dichiarano fieri delle vittorie del paese alleato, ci si preoccupa che i bombardamenti sull'Inghilterra coinvolgano Katharina, sono i Kyrilenko i primi e gli unici a nominare Chang Kai-shek, a volte qualcuno accenna all'invasione della Cina, che i personaggi eufemisticamente chiamano “incidente cinese”, si accenna alla Manciuria perché Taeko a un certo punto cerca di mandarci Kei-boy… ma sono avvenimenti del tutto secondari rispetto alle principali preoccupazioni e ai pensieri dei Makioka, tanto che il primo a dire esplicitamente che il Giappone è in guerra è Herr Stolz, e fino ad allora nessuno ne aveva parlato. E anche dopo aver ammesso, finalmente, che il paese è in guerra, comunque la guerra resta sempre sullo sfondo rispetto agli eventi quotidiani e questo è divertente, perché l’atteggiamento per il quale il romanzo fu censurato è proprio quello che poi il Giappone avrebbe tenuto da allora ad oggi, quell'indifferenza quasi fastidiosa a un momento storico così importante, che si interrompe solo nelle commemorazioni di Hiroshima per poi riprendere a far finta che il Giappone non si sia macchiato di alcune delle peggiori stragi della storia dell’umanità. Inoltre anche il fatto che di guerra e di politica siano sempre gli stranieri a parlare è indicativo di questo atteggiamento disinteressato molto antipatico dei giapponesi. In teoria questa assenza di riferimenti politici non è così irreale : nessuno dei Makioka rischia la coscrizione, le donne non potevano votare… ma comunque comunica una sensazione strana sapere che siamo in Giappone negli anni ’40 e tutti fanno finta che non sta succedendo niente e continuano a preoccuparsi di matrimoni e problemi domestici. Ma, d’altro canto, stiamo parlando di una famiglia in decadenza, e proprio questo suo essere fuori dal mondo, di aggrapparsi ai rituali e alle banalità quotidiane e alla tradizione mentre fuori il mondo cambiava, è il motivo principale della decadenza di un’intera classe sociale e della fine di un’epoca. Da questo punto di vista sono significativi i matrimoni di Yukiko e Taeko. La prima sposa un nobile decaduto e nullafacente, semplicemente per il prestigio nobiliare della sua famiglia, simbolo dell’errore fatto dallo borghesia giapponese nel fidarsi della nobiltà e dei suoi valori, senza rendersi conto che dietro celavano il nulla e la rovina. Taeko, invece, sposa un barista, entra nel proletariato dalla porta principale, quella matrimoniale. D'altronde, anche i romanzi di Jane Austen sono ambientate durante le guerre napoleoniche ma non accennano minimamente ad esse, nonostante l’Inghilterra vi rivestisse un ruolo determinante. Inoltre il romanzo finisce all'improvviso  ma penso che sarebbe stato molto interessante se l’autore ne avesse scritto un seguito, per vedere che cosa ne sarebbe stato delle sorelle durante la fase peggiore, per il Giappone, della guerra, che cosa sarebbe rimasto della famiglia nel dopo guerra e come la piccola Etsuko, ormai una signorina, avrebbe vissuto quei giorni.

Non mancano comunque accenni a problematiche sociali. Da questo punto di vista un elemento che caratterizza il romanzo è la rigida separazione fra classi, alla luce della quale una società perfetta è una società in cui ognuno sa restare al proprio posto nella gerarchia sociale, per mantenere sicurezza e stabilità. Per questo tutti i personaggi che tentano in qualche modo l’ascesa sociale, dal marito di Tsuruko, che perde tutto in borsa al povero Itakura, che fa una morte inutile e bruttissima, vengono puniti per la loro ambizione e per il loro essersi opposti alla tradizione. Inoltre, attraverso la povera Yukiko, facciamo anche un tour nel mondo dei matrimoni combinati. Sebbene le donne avessero un’indipendenza che consentiva loro comportamenti moderni, come lavorare, uscire da sole con un uomo, viaggiare da sole, prendere la metro, andare a mangiare fuori e vagare in strada senza chaperon, il matrimonio resta di totale ed esclusiva competenza della famiglia. Anche il fatto che Yukiko, a trent'anni  non si fosse ancora sposata, non è visto come una causa di infelicità per la ragazza né, come sarebbe avvenuto in ogni altra parte del mondo, come una sua “colpa”, ma è uno scandalo e una vergogna la cui responsabilità ricade sulla famiglia, colpevole, secondo l’opinione pubblica, di non aver cercato abbastanza bene, e quindi macchiata da questo disonore per lavare il quale si sottopongono a rituali spesso umilianti. Ad esempio, a un certo punto uno dei pretendenti, preoccupato che Yukiko fosse magra e pallida, richiede alla famiglia una radiografia dei polmoni, per avere la prova che non avesse la tubercolosi, e la famiglia acconsente perché, se quel matrimonio non fosse andato in porto, la radiografia sarebbe tornata utile per i futuri pretendenti. Spesso poi sia i Makioka che i pretendenti assumono investigatori privati per scoprire informazioni segrete sulla reciproche famiglia. Yukiko rifiuta tutti i suoi pretendenti non perché non le piacciano – questo è un problema che nessuno, nemmeno lei si pone – ma per motivi del tutto estrinseci. Nessuno degli uomini che le fanno incontrare le interessa ma, visto che il matrimonio non era altro che un mezzo per assicurarsi una posizione sociale, le uniche caratteristiche da tenere in considerazione nel futuro sposo erano età, stato di salute, impiego, stipendio, famiglia, se fosse già stato sposato, se avesse figli o sorelle da mantenere ecc.


Ad ogni modo, tematiche politiche e sociali non sono sviluppate dall'autore semplicemente perché la decadenza dei Makioka è solo in misura minore una decadenza economica e sociale dovuta al momento storico. Anche se lontana dagli splendori di un tempo, la famiglia è ancora in condizioni economiche floride. Il vero declino consiste nella progressiva consapevolezza che i membri della famiglia, nonostante l’indubbio affetto reciproco, non sono tanto vicini come sembra, che fra di loro regnano menzogne, compromessi e un sottile rancore. E questo tipo di declino non dipende dal momento storico, ma è un qualcosa di più intimo e più drammatico. È questo è il vero senso dell’atmosfera domestica e intimistica del romanzo : rivelare una condizione umana generale.

PS : le immagini vengono dai due film tratti dal libro, il primo nel 1950, con la regia di Yukata Abe, e il secondo nel 1983, con la regia di Kon Ichigawa